A volte ritornano

Sopra una stretta
striscia di terra
alta

dal mare
a sud e a ovest
la protegge una scogliera

a nord una collina
da dove arriva
la tagliente pietra
di lava
servita a costruire
gli spessi muri

davanti solo il mare
e l’Africa
il Maghreb
a 500 miglia

la terra vulcanica
è di buona qualità
per la vigna
il fico e il gelso

tra gli scogli
abbondano
legni di straquo
serviti a fare il tetto
e a reggere la vigna

l’acqua arriva dal cielo
e sul tetto cadendo
riempie il pozzo

intorno ai margini
a sud della casa
ci sta il cimitero dei cani

due altari
adornano il giardino
a Venere e Leucotea
in travertino e marmo rosa

ai lati due cipressi
a guardiani

gli ulivi
ai lati dei muri
proteggono la casa
dal cocente sole estivo
e dalle forti burrasche
d’inverno da libeccio

le colonne sul mare
portano le erme
di Omero e Atena

intorno
resti di naufragi
e mercanzie di viaggi

ogni ferro
qui è arrugginito

il sale lo raccolgo
tra le pozze
degli scogli
dove l’onda arriva

nelle stagioni
ogni giorno
tutto è abitudinarietà

il raglio degli asini
il canto dei galli
il lavoro
di qualche uomo nelle vigne

100 mila anni fa
il mare non c’era
e l’ uomo
ci veniva camminando

ci portava l’ossidiana
l’opera primitiva
la meraviglia
il viaggio e la fatica

dormiva
in spelonche di tufo

le terre e i mari
e nessuno
aveva un nome

solo il primitivo pensiero
e le gesta
dominavano
sulla terra irreale

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Da La Stampa

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Addio a Pietro Patalano, muore giovane chi è caro agli dei

Socrate parlando della virtù si riferiva al sommo bene.

Vivendo su un’isola, talvolta, colui che è disposto alla virtù ne acquisisce in una dimensione che supera la logica, attraverso la prossimità della natura, delle sue manifestazioni, anche le più primitive.

Così eleva la propria coscienza e la propria dimensione etica.

Penso a quei filosofi, poeti, politici illuminati, che tra le isole dell’Egeo e della Magna Grecia svilupparono le fondamenta del pensiero, lasciandolo in eredità per i posteri.

Ci sono uomini di grande virtù che ho incontrato nel mio vagabondare per il Mediterraneo.

L’isola di Ponza in questo Tirreno moderno non fa eccezione.

L’isola ha avuto ed ha ancora uomini e donne di grande virtù.

Queste persone, uomini di terra e di mare, assolvono ad un ruolo di cui spesso non hanno consapevolezza: contribuiscono a costruire e tramandare l’identità del Mediterraneo.

Tra queste persone ricordo Pietro Patalano, prematuramente scomparso in questi giorni.

Muore giovane chi è caro agli dei: così il greco Menandro scriveva attorno al 350 a.C. per tentare di dare senso a un dolore troppo grande.

Un dolore che la ragione non può comprendere e accettare.

Così, anche Giacomo Leopardi affrontò con sublimi versi il dramma di una scomparsa prematura: Muor giovane colui ch’al cielo è caro.

Pietro Patalano è partito per l’ultimo viaggio.

La sua guerra è finita. In guerra come nella vita non si perde né si vince.

La vita è un miracolo e tutto sta intorno a questo miracolo.

Persona perbene, di grande statura morale con una etica appartenente alla vecchia sapienza contadina.

Figlio e nipote degli ultimi grandi pescatori di antiche tradizioni, scelse di vivere tra i campi coltivati e i vigneti.

Una terra da zappare, seminare e curare, per avere un rapporto con la vita, con la natura sempre più vicino all’essenza di un primitivismo ancestrale.

Pietro aveva mani sapienti, mani di colui che coltiva la terra, ara i solchi e sgozza, come un sacerdote antico che immola l’agnello all’altare degli dei.

Non ha conosciuto il poeta Virgilio, glielo raccontavo io.

Gli dissi che viveva come un poeta arcaico, nei suoi campi coltivati, tra i suoi animali, con le caprette che custodiva, allevava con entusiasmo e amore.

La vita di Pietro è vissuta nella pace del silenzio della poesia greca e poi romana, in quel ridente villaggio di Santa Maria.

L’avrebbe conosciuto il divo poeta latino Orazio starebbe nei suoi versi.

Pietro amava la vita campestre, quella della pace e dei pensieri profondi, del parlare sottovoce col sorriso che illumina e dà gioia di vivere, serenità nel gesto quotidiano del vivere con la sua famiglia, con gli amici, a cui dava un valore non facilmente riscontrabile in questo mondo di oggi.

Per lui l’amico era sacro come per i Feaci fu l’ospite Ulisse.

Una persona di grande cultura che aveva acquisito da autodidatta.

Non conosceva la filosofia della scuola, ma conosceva il pensiero marxista.

Aveva sposato con l’entusiasmo giovanile la cultura socialista e della classe operaia.

Era un comunista convinto, non aveva interessi personali, ma condivideva il pensiero e la visione di un mondo diverso per un’umanità più giusta e la pace tra gli uomini.

Al figlio regalai le poesie di Ernesto Che Guevara.

Pietro Patalano era tifoso milanista, il Milan era per lui una ragione in più.

Conosceva il calcio, che praticava da ragazzo, tra gli sterrati campi della sua contrada. Amava il calcio nella sua massima estetica del bel gioco e dell’eleganza.

Pietro, appena superati i cinquant’anni se ne va dalla sua famiglia, dagli amici, dal suo mondo virgiliano fatto di silenzio, umanità, gioia campestre.

Ci lascia da poeta inconsapevole. Ci lascia la sua grande dignità, la semplicità della saggezza di chi ha da dire qualcosa. E quando muore un poeta o un uomo di virtù siamo tutti più poveri, tutti più soli.

In un’isola sono pochi gli uomini di saggezza.

Gli amici piangono la scomparsa del giovane Pietro.

Ora più che mai la comunità isolana, quella dei grandi principi e dell’etica che serve, sarà sempre più povera nella sua identità, che lentamente si sgretola. Inesorabilmente al Fato.

da h24notizie.com

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L’isola

Tra Pithecusa e Cuma
a nord
ci sta un isola

un’isola
che sta dentro di me
e mai potrò
raggiungere

brulla e povera

fragile ai venti

ha poca acqua

un vecchio vulcano
che lentamente muore

trovai rifugio
non era segnalata
ma non ci misi nome

arrivai primitivo
inconsapevole del Fato

ci portai una biblioteca

ci misi lo stupore
e la passione
il cambiamento e il timore

l’entusiasmo e l’incontro

la seduzione e la paura
la meraviglia e l’inesprimibile

arrivò la compassione
e il dolore

alzai macigni e templi

conobbi la solitudine
la fatica e la pietà

scavai tra i ruderi
l’essenze

le parole antiche

l’innamoramento

il silenzio

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Nemesis

Nemesis
Dea della sorte

terrore
invade il cuore
dei puri

dispersa è la gente
disperso è il verso

abbandono

tutto scompare

sventurati
orrore orrore

le rive
ci separano
la terra implode

tutto
più non basta

i corpi
ci lasciano

ultimi

le parole pure
di altri tempi

più non basta il mare
così il sangue degli avi

disperazione.

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La presenza del padre

E grida
questo nome

del padre di Nessuno
è la tua voce

gridalo alle mie ossa
a quest’ essere fatto primitivo

di assenze
e isole destinate

chiamami da ogni tempo
col nome che mi desti

chiamami per sempre

non esiste distanza tra i vivi e i morti
l’essere nudo e la parola

ha la forza invincibile
la parola dei morti

fa che io viva ogni ora
ogni istante

ed essere commosso
in questo ultimo
approdo di pietra

amare e sognare
tremare e sperare

ci vuole tempo
per vivere

a sorreggermi
nella fuga

così la vita
l’ho pensata

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La vigna di Odisseo

Il Fieno
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Nei Silverio di Ambrosino un Santo umano e terrestre

L’anno 2020 verrà ricordato dall’isola di Ponza come il primo nella sua storia, quando il 20 giugno, ricorrenza del santo patrono San Silverio, ci sarà l’assoluta assenza di ogni festeggiamento in onore del santo.

Tutto è sospeso in un assordante e triste silenzio.

Considerata la grande tragedia umanitaria che il mondo sta vivendo, condivido questo momento e ne faccio motivo di pensiero e riflessione.

Ma voglio anche dire che una grande tristezza sembra attanagliare la popolazione dei fedeli e non solo.

Parlando con amici di questo triste e preoccupante tempo che l’umanità vive, mi vengono in mente vecchi ricordi di emozioni vissute in questi giorni di festa e riflessioni si aggirano inquiete per la mia memoria.

I San Silverio che ricordo e mi appartengono, sono immagini di memorie lontane, fuori da questa imperante realtà dell’oggi e degli ultimi anni.

Questa realtà che oggi tutto vige, domina e ammalia, è a mio avviso distruttiva e nichilista. È questo un tempo fuori da ogni ragione critica.

Una realtà che fa pensare e riporta ad un’ancestrale memoria, ad un’etica e ad una religiosità vissuta nel dopoguerra e oltre, dalla mia generazione e non solo.

Uomini di mare e di ogni ceto sociale che abitavano un’isola martoriata dalla guerra, ma che sempre esprimeva una certa dignità, una sua cultura, un suo essere sociale e umano.

Un’isola che navigava per il Mediterraneo, e si nutriva della sua cultura millenaria.

Di questa triste e volgare realtà dell’oggi, personalmente non ho nulla a che fare e condividere, né mi mischio a servi e padroni d’occasione.

Preferisco ad essa, una vita in disparte da tutte le forme di religiosità, che siano solo apparente festosità, quasi sempre legittimatrici di ogni eccesso, eticamente ed esteticamente degradanti, naturalmente prive di ogni dimensione religiosa e culturale.

Un bordello allargato mi verrebbe da pensare, un carnevale fuori luogo.

Il mio San Silverio, ma preferisco semplicemente Silverio, rimane un uomo diverso da quello che oggi viene rappresentato e voluto da questa chiesa e popolazione nostrana evidentemente in crisi, e non solo di valori morali, naturalmente con grandi eccezioni.

Una chiesa che dà l’idea di un abbandono materiale e spirituale.

Una comunità isolana nella sua grande maggioranza allo sbando in tutte le sue forme.

Silverio, un uomo semplice, arrivato al potere papale di Roma che, in un momento storico ben definito, per assoluti motivi politici (e quanti uomini nel mondo di oggi e di sempre, per motivi politici vengono zittiti e mandati in esilio), viene inviato a Ponza, dove, come dice la storia, viene fatto morire di fame e il suo corpo scomparire e nulla più si sa.

Praticamente un desaparecido dell’antichità: chi fa pensare fa paura ai poteri.

Che triste destino queste isole nel mondo. Le isole dove la vita è cresciuta e si è evoluta, sono fatte dal potere di sempre, luoghi di esilio, di privazione e di barbarie.

Questo Silverio, privo di ogni libertà, vissuto in esilio, in preda a malattie e fame, e soprattutto a solitudine e abbandono, mi affascina, mi è amico e maestro, ma soprattutto mi fa riflettere.

Di questo Silverio uomo e peregrino, ne faccio un simbolo di vita, che ha molto da dire e da insegnare. Un uomo a cui viene tolta la libertà e muore privo di ogni diritto.

Questo Silverio laico a me piace molto, e allora spesso mi faccio accompagnare intorno alla terra, nelle viscere dell’ignoto e nel pensiero indomabile.

Silverio lo posso pensare come la dea Atena omerica, colei che accompagna e protegge nel viaggio Ulisse. Noi ulissidi moderni, vissuti anche e soprattutto tra le gioie della libertà e delle bellezze che le isole offrono, ma anche spesso ulissidi naufraghi che vivono in una lentezza di esistenze di solitudini e spesso di dolore, come la vita pretende. Soli col mare intorno e destinati ad un perenne non sempre dolce naufragare.

Quale uomo prende Silverio come compagno nel suo cammino? È l’uomo pavesiano destinato ad una vita di solitudine. È l’uomo camusiano che trova nella sua voglia di libertà, è questo il suo destino (Camus), l’inesorabile inferno della solitudine e del dolore di una vita spesso di lotte.

Silverio è il compagno di un uomo che vive di sacrifici, che lotta per esistere e per liberarsi.

È bello pensare ad un Silverio che naviga con me sopra una barca fatta di rocce, di città e paesi, che vanno alla deriva sopra un mare chiamato destino, e che aiuta a navigare a vivere a sperare.

Silverio è così. È il compagno francescano, così come è ben rappresentato sotto la croce con San Francesco, sull’altare della chiesa a lui dedicata nella città di Bologna.

Silverio e il poverello d’Assisi, due uomini per tutti. Entrambi possono essere i compagni di laici, atei, poeti e filosofi, religiosi e uomini di ogni fede e credo.

Ho sempre considerato l’etica al di sopra della sfera fideistica. Ma un Silverio, come oggi viene visto vissuto e rappresentato, sicuramente non appartiene né a chi lo mise a fianco di Francesco d’Assisi, né tanto meno a me e a quanti hanno e vivono una religiosità fuori dalle circostanze di una fede giustificatrice, priva del minimo senso di ragione.

Né appartiene ad una forma di paganesimo o cristianità evangelica. E questo fa riflettere in una società dove si perdono ogni giorno idee e pensieri per un mondo migliore.

Forse le vite dei Santi, che dovrebbero far riflettere, come quelle dei filosofi e dei poeti non bastano più a suggerire e consigliare. Si preferiscono quelle dei banchieri, della finanza falsamente risolutiva.

Ma un piccolo evento quest’anno a Ponza mi ha colpito positivamente, e mi ha fatto molto pensare, anche con un certo inatteso entusiasmo.

Amo e vivo di arte, è l’arte in tutte le sue forme che mi fa vivere. Una forma d’arte che non mi aspettavo ho incontrato per strada sulla rena della spiaggia del porto. Forse esiste ancora un Silverio che resiste e fa riflettere, ho pensato. Un Silverio che, oltre a chiedere preghiere, chiede qualcosa di altro.

Oggi più di prima, non basta solo pregare, come ben rappresenta il cineasta cileno Aldo Francia nel 1971 con il film “Non basta più pregare” ma anche l’apostolato del gesuita Bergoglio, salito inaspettatamente a capo della chiesa cristiana, che predica l’agire.

Come mi spronava negli anni del collegio barnabita un altro gesuita, l’allora cardinale Martini, che spesso ebbi come padre spirituale. Mi entusiasma artisticamente l’opera di Francesco Ambrosino.

Francesco dalla sua giovane età ripensa a immagini di un Silverio umano e terrestre, ancora pensatore che giudica e ammonisce.

I Silverio di Francesco disegnati e scolpiti con uno spirito profondo e una lucida mente di chi sente e deve dire qualcosa. Un pensiero sicuro e potente, prova di una coscienza profonda.

Il Silverio di Francesco ha tratto essenziale, quasi come versi ungarettiani. Questi Silverio pongono Francesco alla sua prima rappresentazione pubblica e dimostrano che l’autore è un artista libero alla ricerca di
un pensiero puro e primitivo, rivoluzionario come un artista deve pensare ed essere. Un artista a cui consiglio di intensificare e promuovere la sua arte di strada, e non solo a Ponza.

Francesco colloquia con Silverio e, da questo intimo dirsi, restituisce l’origine e l’essenza del Silverio uomo, primitivo e vero.

È un Silverio che rimane nella nostra memoria, che persiste e medita in un’etica che oggi va scomparendo e più non ci appartiene, ma che ancora protegge e fa riflettere sul destino dell’uomo. Un uomo solo, esiliato, fuori da ogni potere, fuori da ogni classe e divisione di una società che lui sicuramente non pensava né auspicava.

Il Silverio di Francesco Ambrosino, così come il Silverio dell’artista Umberto Berrino, è un uomo vicino a noi, uguale a noi, che ammonisce e predica, un uomo fatto santo che incalza la realtà e che ai miracoli crede poco.

Un Silverio che predica un altro tipo di amore, altra fratellanza, una giustizia e una libertà. Una libertà da condividere per il bene comune, davanti ai sogni e alle tragedie della vita.

Come un poeta ispirato solo dal suo demone, Francesco regala attraverso linee e un disegno apparentemente disfatto, sopra materiale da recupero, trovato ai bordi del dimenticatoio, immagini di un Silverio vero, originale, primitivo, che parla, che dice qualcosa.

Sicuramente questo Silverio, così visto dall’artista Francesco Ambrosino, è un uomo che può appartenere e non lascia indifferenti.

Francesco pone un grande cuore all’immagine del Santo Silverio, lo fa risorgere, lo pone tra la gente, gli ridà l’autorevolezza del verbo. Mi piace al di là del suo essere stato dichiarato santo.

Condivido con questo Silverio la presenza, la solitudine e le difficoltà di un mondo che ancora divide in buoni e cattivi, in poveri e ricchi, che porta miseria e guerre. Un mondo dove gli uomini ancora annegano in mare per fuggire dalla fame, dalle guerre e dalle dittature, non solo politiche ma soprattutto economiche.

Uomini che vanno in esilio anche solo per resistere. Uomini che fanno fatica a vivere, privi spesso di gioie e fortuna. Un mondo alla malora che non appartiene né a me, né a Silverio, né a Francesco.

Francesco ha scavato nel suo io, nel suo baule di memoria, e ha scoperto una nuova meraviglia, una bellezza inconsapevolmente aristotelica, la figura di un cielo di stelle, dove incontra un uomo che non rinuncia ai suoi sogni.

“Il bello è la prima manifestazione di Dio” (Plotino). Le figure che lui disegna tra un rock duro e romantico, con spunti di jazz e un barocco volutamente decadente, consegnano a chi guarda un San Silverio amico e compagno di cui abbiamo bisogno per riflettere.

I suoi occhi a volte guardano verso il basso, sono occhi chirurgici, rivoluzionari, ammonitori. Altre volte fissano chi guarda e chiedono risposte.

Gli occhi dei Silverio di Francesco vanno direttamente intorno all’anima, allo spettacolo più grandioso del mare e del cielo, pensando a Victor Hugo. Le cose in questo mondo non vanno bene, e quest’ultima tragedia sanitaria ne è una prova.

Bisognerà modificare comunque l’ordine delle cose. Anche i Santi se ne sono accorti.

La chiesa come collante storico perde terreno. Forse maestra non lo è mai stata.

Il filosofo Comte già ammoniva che la convivenza pacifica, vivere per gli altri, non è soltanto la legge del dovere ma anche quella della felicità. L’uomo deve guardare oltre ogni apparente realtà. È lì che la probabile verità si annida, si conserva un’etica che potrebbe far vivere meglio, che appartiene a tutti. Un’etica fuori dalla fede, che appartiene a tutti gli uomini.

La ricerca di una verità nell’essere umano che la religione ha separato, la politica ha diviso, la ricchezza ha classificato e il destino ha fatto naufragare.

I San Silverio o semplicemente i Silverio di Francesco Ambrosino, artista di strada di un’isola bellissima, sopra una spiaggia che fu un’agorà per generazioni di ragazzi, lo gridano a gran voce. Questo mondo non va. “Ritornare alla conoscenza per il fine di sapere” (Aristotele).

I Silverio di Francesco Ambrosino, a mio avviso fanno pensare, fanno filosofare, come giusto che sia.

da h24notizie.com

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L’analisi di Rita Bosso

Antonio De Luca scrive una pagina bella e intensa sull’isola ai tempi del confino.
L’articolo è stato pubblicato oggi da H24; l’Autore autorizza la pubblicazione su questo sito.
Leggere e ripensare alle parole di Aristotele è tutt’uno: lo storico narra i fatti accaduti, il poeta scrive dei fatti che potrebbero accadere secondo i criteri del verosimile e del necessario.
Per quanto riguarda i fatti accaduti, è possibile che quelli relativi al confino siano già stati completamente narrati; molti dei testimoni diretti sono morti, i pochi superstiti forniscono descrizioni rigorose e perciò scevre da sensazionalismi e da letture ideologiche; gli archivi pubblici e privati sono stati consultati e riconsultati. Cos’altro può venir fuori?
In effetti, dallo scritto di Antonio non emergono notizie sensazionali o inedite; molti dei nomi che cita (Maria Picicco, Temistocle …) sono gli stessi che, un paio di settimane fa, Assunta Scarpati ha rievocato in occasione del Primo Maggio; persino le foto che corredano i due articoli sono state scattate nella medesima circostanza: la visita a Ponza di Palmiro Togliatti. Però il poeta ci regala immagini preziose: il bambino che si solleva sulle punte dei piedi e guarda oltre le sbarre del carcere di Santo Stefano; la donna disponibile a dialogare con mondi e culture lontane (l’Argentina o un confinato piemontese); il paziente del manicomio pre-Basaglia … non hanno nomi e volti e ideologie, appartengono all’umanità, alla capacità di andare oltre (le sbarre, i muri, le parracine).
Lo storico avrebbe qualche remora ad attribuire a Maria la definizione di “partigiana”; il poeta, a ragione, dice che è una “partigiana totale”. Ovvero, secondo Aristotele: “Perciò la poesia è sia una cosa più filosofica sia una cosa più elevata rispetto alla storia: la poesia infatti narra più le cose universali, la storia invece le cose particolari.” 

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Le opere e i giorni

I giorni e le opere
dei tanti di me
vivono in me

le passioni e le regole
i limiti della ragione

viaggiano con me

naufragano
muoiono e rinascono

impossibile di sentire
la voce innumerevole

la luce e la parola

il mio nome
non può essere
che quello di Nessuno

non voglio che essere Nessuno

l’incanto della vita

la mia terra
è l’indicibile mare

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