Le mie pubblicazioni

Ho una sola patria, il Mediterraneo che scrivo.
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Questo niente
di cui sono fatto
contiene tutto
non ci sono per nessuno
non posso volere essere per nessuno
sono oltre la notte
e il giorno
sono oltre e basta
sono dell’amore
il pensiero terribile
il tempo immortale

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Solo e pensoso
nell’agreste solitudine
sto a raccogliere idee
a pensare e creare

sono i giorni d’aprile
il piacere di vivere
sulla terra che aro

che curo e godo
con la vanga e le mani
con la semina
e ogni pensiero

col sudore del corpo la guardo
col sangue delle viscere
le parlo
e sento tutto quanto non capisco

così nella sera che affoga
sono libero
dai pesanti dolori dell’ oggi
dagli affanni del tempo

Tra i tralci della vite
ci sta un altare
a lodare le Muse

lucente di marmo
con rose
dal colore dell’avorio

la notte sopra risplende la luna piena

passano le navi all’orizzonte
e sento le berte tornare

Nel tremolio dell’Orsa
gli uccelli annunciano l’arrivo del sole
si posano agili a danzare
agli occhi di Cipride

dal bosco vicino
molte voci
nel fruscio lieve
della brezza

Tutto mi è sacro

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Da dove guardo il mondo

Scoglio o pietra spiaggia
o caverna

rocce sporgenti e scogliere spezzate
frontiere che avanzano ed emigrano

isole come madri
con gli uomini addosso

sopra di loro sono nati gli dei

in mezzo al mare
in mezzo al niente

Isole erose dall’essere sole Mito
di voi niente è stato un mai qualunque

sopra le isole la luna e le maree
mi contano i giorni e gli anni

il sole le stagioni
tra la quiete della penombra vive l’amore

così i muri scalcinati
e la ruggine dei chiodi ai quadri appesi

e lo stridio delle porte tra le pareti
contano degli uomini i passi

Tra i cortili imbiancati e nei giardini
di gelsi e di uva e fichi e melograni

arriva il fuggiasco inatteso
Sopra le isole naufragano gli angeli

E ogni libro è un naufrago tra le stanze vuote
tra la polvere della terra e il sale della brezza

i libri rivelano le distanze e gli abbandoni
contengono il viaggio e l’attesa

E così le onde ritornano
e i luoghi lontani di un punto qualunque della terra

le isole sono delle streghe e delle muse e dei veggenti
degli eroi omerici e dei poeti

c’è in loro una vita segreta
il posto sovversivo la frattura del tempo

Sopra le isole si parla con i muri
e il vento li attraversa

una terra per i miei pensieri di minerali
di terra e di astri di acqua e di vino

una scogliera liscia da secoli di tempesta
è una casa

dove la vita è senza un appuntamento
l’ inizio infinito per i devoti della terra.

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Abitare la solitudine

Abito molto tempo
della vita
a pochi metri dagli scogli

la casa arcana
di storie
e versi stranieri
amori inscindibili

una cella modesta
davanti il vasto mare

le onde mi consumano
la pelle come la roccia
gli occhi dalla luce salata

il pensiero dall’ossessione del mare
dal vento da sud
pensare oltre la realtà

la vita mentale qui è di notte
le parole fanno l`amore tra di loro
il giorno la terra
la lavoro con le braccia

dell’umano stamattina
sto con Aristotele.

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Revenca, di Antonio De Luca

di Rita Bosso

Che scriva racconti, che fotografi, che componga versi, Antonio De Luca narra la solitudine.

È la solitudine di Alessio, estraneo all’esplosione di colori dei ciurilli e dei cucuzzielli.

È la solitudine elevata al cubo fuori al bar Panoramica.

È la solitudine di Urgentino, estraneo agli abiti che indossa – così diversi da quelli che ha portato per tutta la vita – e alla via che percorre.

“La mia – dice Antonio – è soprattutto una solitudine letteraria, direi pessoiana. Amo sentire la solitudine degli altri. Mi immedesimo… mi immergo nella solitudine per affondare il verso nell’esistenza umana. L’uomo è solo, inutile illudersi. Dicono che io sia un epicureo. La solitudine mi serve a vivere”.

In Revenca, Antonio si muove su un terreno familiare, dolorosamente familiare: la solitudine dell’uomo di mare; ma uomo di mare è categoria generica, include il pescatore e persino lo skipper: nulla in contrario, per carità, ma sono un’altra cosa.
In Revenca, l’uomo di mare proibisce al figlio – ad Antonio – di iscriversi a una scuola nautica; parla di sé alla nuora e al genero “quasi come se le cose ai figli le mandasse a dire.” La solitudine dell’uomo di mare è totale, assoluta; l’uomo di mare vive un progressivo disadattamento alla terra e al mare, è un anfibio al contrario. La terra non gli dà da vivere, il mare lo sottrae alla famiglia, agli affetti; sbarca, torna a casa ed è un estraneo; imbarca, torna sulla nave e non è più marito, padre, figlio. Il capitano Silverio De Luca tenta di conciliare le sue due vite, tiene a bordo il primogenito e talvolta l’intera famiglia ma non sono crociere né vacanze, Antonio confessa di non aver mai capito se quei periodi trascorsi col padre fossero una punizione o un premio.

Revenca è un testo intenso, una lettura bella e necessaria; ed è una lettura dolorosa per chi ha avuto a che fare con uomini di mare. L’unica nota di dolcezza è la prussiana mangiata sulla nave della Span che riporta a casa, una madeleine per quelli della nostra età.

Revenca è tratto dal libro Vivere il padre, di prossima pubblicazione.
Alleghiamo il link ad uno stralcio, per gentile concessione dell’autore (in condivisione con h24notizie.com e con PonzaCalaFelci).

Da Ponzaracconta.it

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Revenca

Questa storia è estrapolata dal libro di prossima pubblicazione “Vivere il padre”, dello scrittore ponzese Antonio De Luca (Editing Lorenzo Palumbo; Curatrice documentazione Ilenia Picicco)

La morte di mio padre Silverio De Luca, avvenuta nel giugno del 2020, pur nel suo dolore immenso, in un certo qual modo mi fu liberatrice. Finalmente libero di pensare e ripensare alla sua vita complessa, dura e difficile, vissuta sui mari del mondo tra le tante avventure, scoperte, naufragi, libertà e incidenti vari. E poi, il mio rapporto con lui, non sempre facile. Una vita tra Joseph Conrad, Francisco Coloane ed Herman Melville, come spesso racconto, tra la follia creatrice di una vita di sfide, di libertà e la consapevolezza, a suo dire cristiana, di mandare avanti una famiglia nel miglior modo possibile. Una giusta follia creatrice in una vita Oltre, per il suo mestiere di Capitano, il più bello, come ebbe a dire a suo nipote, negli ultimi anni. Ma a me sempre proibì di iscrivermi a una scuola nautica, minacciando pure che mi avrebbe chiuso in un collegio, se non avessi fatto un Liceo. Come poi avvenne.

Un giorno, dopo essere andato in pensione, mi regalò parte dei suoi giornali di bordo, forse solo quelli che lui riteneva che io dovessi conoscere. L’inizio della sua carriera marinara, nelle acque mediterranee degli anni ‘60 e ‘70. Diari di bordo che non ebbi mai il coraggio di aprire finché lui era in vita. Mio padre non ha mai voluto raccontare personalmente gli Oltre della sua vita a me, né a mia sorella, né a mio fratello. Nonostante io abbia navigato spesso con lui in qualità di figlio prima e di ospite riservato e d’eccezione dopo. Era restio a parlarmi, anche se diceva che ero io a non voler parlare con lui. Ma agli altri le cose le raccontava, soprattutto alla mia moglie di allora e al marito di mia sorella. Quasi come se le cose ai figli le mandasse a dire. Nell’estate del 2020 ho iniziato a leggere qualcosa sugli anni a bordo di una nave inglese, il cui nome in Italia fu Revenca: una nave che comandò per 4 anni, a partire dal 1961. Nome che sempre mi affascina ascoltare e ancor più se ne leggo la storia, forse perché da bambino lo sentivo nominare spesso a casa. E poi un giorno papà mi disse che lui aveva amato quella piccola nave, così da farmene un piccolo mito conradiano.

Con il Revenca navigai per circa un mese. Dalle acque delle Isole Ponziane, dove fui preso, fino a Porto Said in Egitto. Poi andammo a Portorose, ma sulle coste della Jugoslavia successe qualcosa di imponderabile. Sul Revenca mi ritrovai a camminare sopra lastre di ferro per la prima volta, a vivere in piccole cabine di legno e a scoprire i nuovi odori della realtà. Gli odori di bordo. Tutto, ogni cosa doveva essere un gioco, un’avventura da vivere e da sognare; raccontano che mi piacesse giocare con le grandi bandiere del Codice internazionale dei segnali marittimi. Inoltre per la prima volta scoprii la presenza di un cane che mi annusava e si strusciava addosso, fino a quasi farmi cadere, come mi avrebbero poi raccontato. Era un pastore tedesco, per me un gigante, come un leone: il suo nome era Argo. Argo dormiva con noi in cabina e lo vedevo andare avanti e indietro per la coperta della nave o stazionare davanti all’ufficio di mio padre. Forse lo metteva lì per non farmi uscire da solo. Fui poi incuriosito dal fatto che ad un certo punto del viaggio il Revenca viaggiasse di poppa, trainato da rimorchiatori. E lì che scoprii il rimorchiatore. Così successivamente pretesi che mi comprassero un piccolo rimorchiatore giocattolo.

Altri ricordi a bordo del Revenca con Argo non ne ho. Ricordo invece il viaggio di ritorno a Ponza da Trieste. Prima in treno e poi in nave da Napoli per Ponza. Non ho molti ricordi della navigazione sul Revenca o di Port Said, se non qualche episodio o qualche scena rimastemi nella parte di quella memoria di bambino, che resta indelebile nel corso della storia di un uomo. A Port Said papà mi portò un piccolo cammello di plastica e stoffa. Sul Revenca avevo l’obbligo di salutare ogni persona che saliva a bordo, dandogli anche la mia piccola mano. Imparai a dire anche “benvenuto” in arabo, mi dissero di ritorno a casa. Ricordo che mi incuriosivano gli occhi rossi del piccolo cammello di plastica, la lingua con cui parlavano quegli uomini a Port Said e i loro cappelli. Fui preso al largo del Faro della Guardia a Ponza. Questa modalità di imbarco per così dire clandestina si sarebbe ripetuta varie volte, fino all’età di 13 anni. Quasi sempre con tutta la famiglia, mia madre, mia sorella, e mio fratello di appena due anni. Ma a volte anche da solo.

Il Revenca veniva da Marsiglia e andava a Port Said. Il motivo di questo mio imbarco me lo posso spiegare nel fatto che probabilmente papà voleva la presenza del figlio, aveva voglia di stare con me, in quegli anni in cui ero ancora figlio unico o per altri motivi a me sconosciuti. Nessuno mai nel tempo mi disse perché dovessi andare con papà, se per premio o per punizione. Con gli anni capii che mio padre voleva godersi i figli e la moglie portandoli per mare. Così era felice: aveva tutto vicino a lui, il mare e noi. La prima volta avevo 6 anni non ancora compiuti, mancava qualche mese e quindi non andavo a scuola. Sta di fatto che mi vidi catapultato da una piccola barchetta, lungo un’alta parete d’acciaio scuro, sopra una biscaggina, tra le braccia di papà. Una parete alta come una montagna, per uno alto forse appena un metro. Ricordo le sue mani quando mi lavava in una piccola vasca con l’acqua mai troppo calda e l’odore di un sapone mai conosciuto prima. Nacque così per me quel mito del sapone di Marsiglia. Ricorderò per sempre anche l’odore del sudore sulla sua pelle, dal momento che dormivamo insieme in un piccolo letto. In futuro divenne un’abitudine dormire con lui, nello stesso letto, quando si viaggiava da soli. L’oblò che stava dalla parte mia del letto serviva a scrutare il resto del mio piccolo nuovo mondo. E poi il profumo della pastina in brodo, rigorosamente vegetale, quasi tutte le sere. Mi rimase per sempre. Era la prima volta – dissero – che mi allontanavo da casa senza mia madre. Un mistero dimenticato fino a quando non mi capitano quattro pagine del giornale di bordo del Revenca, del febbraio del 1964, con la firma di papà e la controfirma con timbro del console di Panama a Trieste. Questa scoperta avvenne nell’estate 2020. Ma devo dire grazie soprattutto agli amici Pietro D’Andrea e il Cap. Silverio Zecca, che mi hanno aiutato in questa ricerca sulla storia del Revenca. E’ grazie a loro se ho potuto scrivere questa piccola storia.

Come risulta da due siti inglesi sulle storie delle navi nel mondo, P&O Ship Fact Sheet e Irvine’s Shipbuilding & Drydock Co Ltd, il Revenca aveva una stazza lorda di circa 2000 tonnellate, esattamente 1942; era lungo 85,43 metri, largo 12,77, con una profondità di pescaggio di 5,79 metri. Era stato costruito nel 1922, in Inghilterra, nella città di West Hartlepool, nel Sunderland, città famosa per i suoi cantieri. Lo scafo era in acciaio, la nave portava merce varia ed era stata costruita in stile liberty. Due stive a prua; al centro le cabine, il ponte di comando, le cucine e alloggio ufficiali; a poppa altre due stive. Inizialmente appartenne alla marineria inglese. Dal 1951 al 1961 fu poi di proprietà dell’armatore napoletano, Giovanni Longobardo. Dal 1961 al 1964 cambia nuovamente proprietà (l’armatore è ignoto ai siti suddetti), battendo bandiera panamense.

Dal giornale di bordo del Revenca del 17 Febbraio 1964:

Qualche giorno fa l’amico Pietro D’Andrea rilegge ad alta voce, durante una cena, questo giornale di bordo del Revenca, firmato da papà: a tutti è sembrato di trovarsi in un teatro greco. Lo ha letto in una maniera molto coinvolgente, come se sospendesse il respiro davanti alla drammaticità degli eventi che si susseguono veloci. Una lettura con una tonalità e pause e sospiri, con silenzi e poi accelerazioni e ancora pause, direi alla Carmelo Bene. Questa volta non mi sono più trovato tra le pagine di Hermann Melville o Francisco Coloane e ho ricordato abbastanza di quel tempo passato a giocare sul mio primo Mediterraneo, inconsapevole della vita a venire. Con la voce di Pietro sentivo di stare nella città di Tebe, durante il suo assedio, dove il destino tutto aveva deciso e stava per compiersi. Tebe si prestava ad essere distrutta dalla furia degli uomini, il Revenca dalla furia della natura. Entrambi sotto i colpi inesorabili del Fato. La polvere dell’esercito alle porte di Tebe, come i marosi, la nebbia, gli scogli e le correnti sulle pareti d’acciaio e sotto la chiglia del Revenca. Ed io, inconsapevole, assediato, come un bambino tra le braccia del genitore agli altari di Tebe. Non ricordo il volto di mio padre in quegli istanti terribili, né posso immaginare i suoi pensieri, ma ho sentito le sue mani ora, dopo mezzo secolo di oblio, le sue braccia a proteggermi, a stringermi.

E qui mi sovviene il Coro dei Sette contro Tebe, dalla tragedia di Eschilo del 467 a. C., la maledizione di Edipo. Le fanciulle del coro che, davanti all’immane tragedia che distruggerà la città, invocano: Ululoabisso d’angoscia, dilaga l’armata, straripa dal campo, marea vasta fulminea… rugge un’acqua a schiantare la rupe…

Dei o Dee sperdete quest’alba di male… spumeggiante di creste come soffi rabbiosi di morte… I capi delle sette armate di Polinice, i cavalli rabbiosi di guerra, come la nebbia che assedia il Revenca, che resiste alla sorte, con il suo Capitano che ha messo gli uomini in salvo.

Il nemico si muove schierato. Così come a Tebe, gli eventi, il fato trascineranno il Revenca alla sua fine gloriosa, direbbe Omero. Nel porto di Trieste, ormai ferito, attenderà la fine, nel silenzio che la morte precede. Mentre l’altro Revenca, quello che stava nella notte quieta sul comodino, continuava a navigare nei sogni di un bambino e nella memoria che dietro si porta. Ovunque andiamo, comunque pensiamo, qualsiasi cosa ci capiti, è sempre l’antica Grecia che ci accora, ci duole e ci incendia. Così ebbe a dire Giorgos Seferis, il poeta greco, Nobel per la letteratura nel 1963. E poi ora mio padre mi sta addosso per sempre, più di prima. Fu un uomo di Omero: amava l’avventura, l’ignoto, il viaggio, il mare come metafora della libertà, della vita, ma allo stesso momento desiderava la casa, la famiglia. I racconti di quando tornava a casa erano degli inni alla vita, alla scoperta, all’avventura, alla conoscenza e alla libertà. Tutti gli uomini incontrati nei porti del mondo, dall’Alaska, al Giappone, dalla Russia, alla Somalia, li chiamava compagni di viaggio. La vita l’ha vissuta col sangue e il sangue è spirito, mi tiene a mente Friedrich Nietzsche.

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Quando la poesia è canto – di Antonio De Luca e Andrea Simi

La prima volta che ho incontrato la poesia di Andrea Simi e di Antonio De Luca è stato alla presentazione a Napoli, presso la Fondazione del Mediterraneo, del libro, scritto a quattro mani, Adespota. Ho ascoltato la lettura di poesie particolari, straordinarie per suono e per immagini, sensazioni ed emozioni, che attraverso quei suoni si percepivano e, devo dire, che è stato amore al primo incontro per una poesia mi è subito entrata dentro, forse anche perché, venendo da studi classici, ho sempre avuto per il mondo antico un particolare amore. Qualche anno dopo ho rincontrato i nostri due poeti a Ponza, nell’isola di Circe, tanto presente nei versi di De Luca, che lì vive una buona parte dell’anno, che lì aveva la casa del nonno da bambino, pur essendo lui nato a Napoli. Ma, in quel luogo viveva “il seno materno salato” della madre, in attesa sul balcone del ritorno del padre capitano. E non posso fare a meno di ricordare le parole di Andrea Simi, che sempre a Ponza, una sera, confidava la sua emozione ogni volta in cui ritornava nell’isola e ne avvistava la sagoma a distanza. In questo lungo periodo di ritiro, dovuto all’epidemia che ci ha fatto stare con il fiato sospeso, ho riletto di Simi Sui sentieri pescosi, che ripercorre i possibili itinerari mediterranei di Ulisse e che traduce in modo eccellente le parti marine dell’Odissea; ho riletto Adespota, dal titolo indovinatissimo per una poesia tanto libera, una poesia-racconto, che, quasi senza punteggiatura, ci narra il mondo antico, cui già accennavo prima, ci narra il mare, il Mediterraneo in particolare, il viaggio di Odisseo e dell’uomo, l’inquietudine e la forza del poeta.
Le poesie di Adespota non recano di volta in volta i nomi dei due poeti, rintracciabili solo in un indice finale, ma, in realtà, ogni poesia è come se appartenesse ad entrambi e perfino nel libro successivo Navigare la rotta, scritto dal solo De Luca, in coda al testo, Antonio dice all’amico poeta “Questo libro appartiene anche a te”; sì, perché di fatto i due poeti, di cui voglio celebrare la poesia, hanno una visione comune, quella del mondo della grecità, che De Luca confessa di aver studiato proprio dietro sollecitazione di Simi; e la grecità, si badi bene, non è un tempo ben circoscritto, un tempo finito, morto, come spesso stupidamente si dice; la grecità è un modo di sentire, di essere, che appartiene a tutto il Mediterraneo, nel quale fu diffusa dall’ellenismo, perché a volte la storia aiuta a costruire unità e sintesi inimmaginabili. La grecità è un universo di sentimenti, primo fra tutti quello della bellezza, della ricerca di un’armonia perduta, più che mai urgente nel disarmonico momento attuale; è il luogo-non luogo dell’uomo con tutta la sua umanità, prima ancora che a Roma si parlasse di humanitas.
I mondi poetici di De Luca e di Simi, dunque, vivono in sintonia e in consentaneità per quanto detto ma anche perché il vero protagonista è per entrambi il mare. Nipote e figlio di lupi di mare Antonio De Luca, peraltro insaziabile e inquieto viaggiatore; amante del mare, che attraversa navigando appena può, Simi. Entrambi, dunque, hanno il mare nelle vene, il mare che, se vissuto in maniera totale e non come magari facciamo noi in estate da villeggianti, oltre a creare il senso dell’esplorazione, della scoperta, della meraviglia, fa di un uomo un nomade dentro, dilata i confini di ogni luogo, anzi elimina spesso i limiti di spazio e tempo, e, più di ogni altra cosa, fa avvertire il nulla e il tutto, l’essere Nessuno e il senso della storia e propria divinità oltre la storia.
Leggere queste poesie, come leggere quelle contenute in Navigare la rotta, che è poi la continuazione ideale di Adespota, ci riporta, anzi ci racconta in versi, facendoci entrare fin nelle sue pieghe più intime, la fascinosa storia del Mediterraneo, restituendoci il senso di quello che è sempre stato, ponte tra Occidente e Oriente, miraggio e sogno per un uomo, che è migrante sempre, per un Ulisse che sogna il ritorno a Itaca; e Itaca, più volte citata, come del resto anche Ulisse, in cui tutti ci riconosciamo, è la fonte, la radice, il “seno salato” della madre, che attende, è il padre che torna.
Due poeti, che con una poesia che si è nutrita essenzialmente di ritmo greco, ci restituiscono il mondo a cui apparteniamo, anche se abbiamo perso il senso di questa appartenenza; un mondo, che ci appartiene tutto intero, che ci parla di quanto abbiamo perso e che dobbiamo assolutamente ritrovare, insieme al piacere di guardare i nostri “ulivi secolari dal tronco contorto e con il sangue nelle radici”, di camminare in una vigna, di gustare mediterraneamente un calice di vino, che per la vicinanza al mare, ha uno straordinario retrogusto salino; insieme al recupero di un eros appassionato, che si rivela in ogni atto, in ogni sentire, perfino nella scrittura forte, essenziale, “senza smorfie letterarie”, come dice Predrag Matvejevic, nella Prefazione ad Adespota, ma melodiosa, aggiungo io. La poesia nasce nel mondo greco primitivo come canto, poi ha perso la parte musicale e ha cercato, in tutta la nostra tradizione letteraria, di incorporarla nel verso e nella parola; cosa che la poesia di De Luca e di Simi, a me sembra, riesce a fare in maniera del tutto naturale, nutrita com’è da voraci e ardenti letture poetiche; e, dunque, la musica è nel corpo di ogni parola, di ogni verso, delle tante espressioni allitteranti, nelle tante reminiscenze poetiche; una melodia, un ritmo che esprimono veramente nel modo più efficace le immagini di un mondo mitico, che non appartiene al passato o non solo al passato, ma che è rivelatore di quella verità che è dentro ognuno di noi, prima e oltre la ragione, come asseriva Vico, e che non sempre trova le parole e le immagini per emergere.
Ma, in questo breve excursus poetico non può mancare uno sguardo a Le stanze d’inverno, ultima fatica poetica di De Luca, in cui passato e presente si confondono, dipanando ricordi e immagini, dalla madre, che piange suo padre al padre del poeta, che “nel suo delirio” oggi chiama il figlio e nella sua solitaria vecchiaia chiede di essere liberato dalle “pietre intorno”; immagini, in cui la giovinezza e il dolore si intrecciano a cantare la vita, nella sua pagana sacralità, nella sua inesausta regione dell’essere: la regione della memoria, luogo fertile e privilegiato, che non conosce confini e che dalla “casa sopra le onde”, “l’amore venuto dal mare” di una fanciullezza mai dimenticata viaggia “nella luce / dei pomeriggi d’inverno”, folgorati da “il vecchio e il mare”. E allora, la stagione trascorsa diviene lo specchio, in cui ritrovare “il tempo dell’origine”, quello in cui, maestoso, regnava ancora il Caos, la divina follia, la poesia che “può salvare”. E, dunque, il “ritorno alla casa” è il ritorno ad Itaca, dove ciclicamente l’inizio incontra la fine e poi un nuovo inizio; e il canto del mare e del vento “che penetra / e fa perdere” si scioglie all’infinito.
Del resto, a questo servono i poeti: a restituirci la parte migliore di noi, la bellezza, la passione e le emozioni, che ci rendono vivi e veri e non falsi e virtuali.

Maria Gargotta

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I giorni

La solitudine mi sta attaccata addosso
come le squame dei pesci
lasciate sul marmo
in cucina la sera

come il catrame
delle cime al vento
di carcasse di vapori
nei porti dove scesi

così la polvere salina
sui libri e quaderni
lasciati aperti
negli spazi dove passo

e le mani
che mi fecero stare in piedi

non posso fare a meno
che la memoria si lasci
attraversare da questo sentimento

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Bonatti e De Luca, l’incontro tra il grande scalatore e lo scrittore ponzese

Le mani di Walter Bonatti

Alcuni giorni fa leggevo una poesia di Ghiorgos Seferis, uomo e poeta di costante riferimento. Il libro mi fu regalato dallo stesso editore e traduttore Nicola Crocetti durante una mia visita a Milano. Poesie, uscito nel 2017: a pagina 90 si trova Descrizione.

Così alcuni versi:

Lei ha gli occhi velati, si accosta a quella mano scolpita
la mano che ha tenuto la barra del timone
la mano che ha tenuto la penna
la mano che si è distesa al vento
tutto minaccia il suo silenzio

Questa piccola storia la porto dentro da quando ho incontrato e conosciuto Walter Bonatti, circa un 15 anni fa, qui a Ponza. La storia però nasce nel 1965, l’anno della scalata del Cervino.

Erano gli anni ‘60 e a casa mia, a Ponza, arrivò un televisore, un enorme scatolone Telefunken. Avevo circa dieci anni e tutte le sere era obbligatorio guardare il telegiornale delle ore 20.00. Tutti, anche i nonni, intorno al tavolo con sotto il braciere. In religioso silenzio bisognava ascoltare le notizie dall’Italia e dal mondo. Ricordo che non avevo grande interesse ad ascoltare tutte quelle notizie.

Noi ragazzi di allora avevamo ben altro a cui pensare in un’isola selvaggia come Ponza. Le strade dell’isola e il mare intorno offrivano un palcoscenico dove vivere una libertà totale. A casa si ritornava col buio dei vespri e per questo quasi sempre ricevevamo botte e castighi.

Ma una sera venni catturato da una notizia, vedendo alcune sfocate immagini. Un’immediata e immensa curiosità mi prese totalmente. Un uomo, solo, aggrappato a una grandissima montagna, doveva raggiungerne la vetta, tra ghiaccio, vento, tempeste. Ogni sera il telegiornale dava notizie sulla posizione e il cammino di questo scalatore. Era sempre un puntino scuro che si faceva fatica a identificare, sullo schermo bianco e nero. Ma tutte le sere io stavo lì ad aspettare nuove notizie su quest’uomo.  E col passare dei giorni questa storia diventava il mio principale interesse quotidiano.

Ricordo che in classe ne parlavo con i compagni di scuola e persino al maestro. Al mattino raccontavo al compagno di banco l’andamento del cammino dello scalatore solo. La storia iniziava a entrarmi dentro e, con una certa apprensione, ogni sera aspettavo il collegamento per vedere e sapere. Tanto che prima di addormentarmi mia madre mi diceva “visto che ti interessa tanto allora fai una preghiera per lui affinché raggiunga la vetta, e poi applicati a imparare le poesie così come stai seguendo questa storia”. Era diventata la fonte di una quotidiana preoccupazione, ma soprattutto di grande interesse. Ma allora non pensavo al motivo di questo avvenimento, alla ragione per cui quest’uomo tutto da solo, in mezzo ai pericoli e alle fatiche, facesse tutto ciò, mettendo a rischio la sua vita, per arrivare sulla vetta di una montagna. Così iniziai a conoscere e seguire meglio questo scalatore solitario, il cui nome era Walter Bonatti, e da allora è rimasto per sempre nel mio immaginario, tra i miei interessi.

In seguito avrei seguito ogni sua impresa e avventura. L’alpinista, il viaggiatore, il fotografo e infine lo scrittore. Le sue avventure per il mondo mi portavano con lui. Lo accostavano ai racconti-favole dei miei nonni e di mio padre, che mi venivano raccontati da bambino per acquietarmi e farmi addormentare la sera. Loro, navigatori per i mari del mondo. Seguivo Bonatti sui settimanali e leggevo i suoi libri. A volte imitavo il suo modo di scrivere: ricordo che al Liceo fui ripreso dal professore di Letteratura varie volte, perché nei temi usavo un linguaggio giornalistico e descrittivo, con uno spiccato modernismo. I Barnabiti richiedevano ben altro linguaggio da un loro studente.

Uno dei suoi libri lo tengo esposto nella mia casa-rifugio del Fieno nell’isola di Ponza, come fosse una reliquia o un quadro. Ogni tanto lo apro e rileggo qualche frase e penso alle sue grandi imprese, ai suoi viaggi intorno al mondo. Nei lontani luoghi inesplorati dove ancora possiamo parlare di primitivismo antropologico e culturale.

Circa quindici anni fa ho invitato l’amico Stefano Vicario, regista di cinema e di televisione, figlio del regista Marco Vicario e dell’attrice Rossana Podestà, ad una merenda simposiale nella casa-rifugio. Stefano entrando mi chiese il perché di quel libro in quel posto. Quindi gli ho raccontato la storia e lui ha detto “bene, ti porterò in questo luogo Walter Bonatti”.

Rimasi interdetto: non capivo se si trattasse di uno scherzo o di una promessa. Stefano allora mi raccontò che Bonatti da anni era il compagno della madre e che questa sarebbe stata per lui una missione. Dopo circa un mese, in una mattina d’agosto, mentre ero indaffarato a lavoro, mi sento chiamare da una voce che non riconosco. Mi giro e vedo a pochi metri da me l’uomo del Cervino, a cui da bambino la sera dedicavo una preghiera. Il grande Walter Bonatti mi stava davanti.

Non ricordo bene quale furono le prime emozioni. Ricordo bene che ci stringemmo a lungo la mano, appoggiando l’altra mano sulle nostre spalle. Gli raccontai quello che pensavo di lui e cosa fosse stato lui per me da piccolo. Bonatti ascoltava sorridendo, interessato, e continuava a tenere la sua mano sulla mia spalla, come se ricambiasse la mia gratitudine e le mie emozioni.

Quelle mani, reliquie, che avevano scalato, tra mille sofferenze e pericoli le più alte vette del mondo, quelle braccia, che avevano abbracciato popoli sconosciuti e strette terre e acque di tutto il mondo. Così io, mentre parlavamo, gli prendevo la mano: era per me un gesto naturale, come se fossi spinto da una forza dentro di me. Una forza che non apparteneva alla ragione. Durante questo nostro incontro, involontariamente, il mio sguardo si è rivolto a quelle mani: allora tutto un mondo si è aperto. Improvvisamente, ho ricordato tutto di lui, le sue imprese, le scalate e i pericoli vissuti, i grandi viaggi da solo intorno alla terra. Non toglievo lo sguardo dalle sue mani e lui se ne accorse. Allora mi prese per il braccio e mi chiese quando lo avrei portato nel mio rifugio, già sapendo dove bisognava andare.

La mattina dopo, quasi all’alba, insieme a Stefano, con la piccola Lusitana -la mia barca di allora- uscimmo dal porto e ci recammo al Fieno. Ricordo che aveva una macchina fotografica a pellicola. Rimase stupefatto dal passaggio attraverso i due faraglioni della Madonna. Gli parlai un po’ della geologia e della storia dell’isola. Gli dissi che scrivevo poesie e lui pretese che gliene leggessi qualcuna. Arrivati allo scoglio di attracco, corse a prua e con quelle mani, legò la barca allo scoglio.

Vidi questa scena, e pensai a quelle mani sul K2, sulle vette del mondo, tra ghiacciai, foreste e luoghi inesplorati, ora che stavano legando con una grazia da ballerino del Bolshoi, la mia piccola barchetta. Sentii dentro di me un’arcaica poesia.

Ebbene per tutto il tempo che trascorsi con Walter Bonatti -una mezza giornata- il mio sguardo era sempre rivolto a quelle sue mani, alle sue braccia, a quel viso incontrato per caso in una televisione in bianco e nero. Mani michelangiolesche, come se fossero state scolpite nella roccia. Mani grandi, curate dalla vita, ossute e dita lunghe e larghe, con muscoli fuori dal normale. Dita muscolose. La pelle liscia e scura, con dentro le cicatrici delle gioie, della fatica e del dolore. Quelle mani sono tra le cose più belle che io abbia stretto. Quelle mani che avevano toccato rocce delle montagne più alte al mondo, che avevano sofferto l’impervia natura del racconto umano.

Poi lui prese il suo libro e mi scrisse una dedica da me letta solo molto tempo dopo. Avevo paura di leggere parole scritte da quelle mani. Ricordo che bevemmo Utopia e mangiamo gallette, il pane dei marinai, con pomodori e alici. Aprimmo una scatola di sardine sott’olio del Portogallo: mentre parlava dello stretto di Magellano, accennava al mondo himalayano.

Trovandomi una mattina con l’amico navigatore Cesare Tornielli a parlare di questa storia. Cesare mi raccontò che lui da bambino aveva conosciuto a Cortina, Lino Lacedelli, compagno di cordata di Bonatti, della famosa scalata al K2. Aveva notato anche lui le mani di Lacedelli ed erano simili a quello che io raccontavo di Bonatti. Parlando di quella scalata, Lacedelli, sminuendo se stesso con grande umiltà e modestia, virtù di pochi grandi uomini, disse che tutto era avvenuto grazie a Bonatti. Walter Bonatti era stato l’artefice principale dell’impresa del K2.

Grazie Walter Bonatti che quel giorno hai reso la mia vita più bella. Grazie per tutto quello che mi hai fatto conoscere, per le emozioni che mi hai fatto provare. La costruzione di una coscienza a tutela della natura e la terra. Il religioso rispetto per la fatica dell’uomo. L’amore per la solitudine, per l’avventura, il rischio, il viaggio. L’amore per i popoli, le differenti culture. La presa di coscienza che sulla terra esiste un solo popolo, una sola razza, un solo Dio, e che questa terra va amata e protetta, perché è l’unica che abbiamo.

Sicuramente i tuoi ricordi, le tue imprese, lo spirito del viaggiatore estremo, sono stati per me la dolce compagnia e la guida, in questi anni vissuti a vagabondare per il Mediterraneo. Le tue montagne sono state la tua scuola; la tua scuola mi ha insegnato a stare da solo per saper stare con gli altri. Intorno ai 30 anni, un amico di allora, Pietro Liberati, guida alpina, anche lui scalatore solitario, mi legò ad una corda e mi fece salire in cima al monte Rosetta, tra le Pale di San Martino. Naturalmente fu un gioco, ma per me, piccolo uomo di mare e di porti, fu un’indelebile avventura, rimasta pietra miliare nel percorso di una vita fatta di viaggi e avventure.

In Cile vidi da lontano le Ande e immaginai Walter Bonatti lì su quelle rocce, come sempre da solo, in una minuscola tenda, con la sua sola poesia, il suo essere solitario e assorto in chissà quali pensieri. Ogni qualvolta mi son trovato in un luogo fuori dalle rotte dell’ovvio, ho pensato alle sue imprese. Dalle scogliere alte del Cile, alla Pampas argentina, al deserto del Sahara. Perché è grazie soprattutto a te, caro Walter, se in quelle sere d’inverno, quando ti vedevo un puntino sbiadito in un televisore, mentre fuori l’isola nera era avvolta in tempeste di vento e di mare, e la nave non arrivava, e tutta la casa tremava, sentii nascere in me quel piccolo spirito di sfida e coraggio per l’avventura. Una vita in cui lo scorrere dell’esistenza umana l’ho vissuto tra luoghi solitari, rifugi, bivacchi, dove ho incontrato la bellezza dell’uomo nel suo vivere quotidiano, nel vivere le cose semplici, povere e importanti. È lì che risiede ancora l’alta dignità dell’uomo, l’essenza della vita, dove l’amore è sempre il tutto.

Nel DNA dell’uomo dicono ci sia il due per cento dei nativi americani, cresciuti nelle steppe russe, prima che emigrassero. Nel mio DNA, mio padre e mia madre ci hanno messo la meraviglia per il mondo e la sua poesia, la voglia di avventura e di conoscenza, di stupirmi sempre, del socialismo edificante. Tu, come i grandi della poesia e della filosofia, caro Walter, ci hai messo lo spirito del pericolo, del non-dovuto, la consapevolezza dell’essere solo, del rispetto per la sfida di esistere, l’inviolabile spirito dell’essenza e del sogno. Il fuoco della memoria come nella poesia greca. Un amore per i luoghi più lontani della terra, per i popoli liberi e solitari, che siano Berberi, Tuareg, Sami, Inuit, nativi delle Americhe, dell’Alaska, della Terra del Fuoco, o gli ultimi indigeni della terra. Sta lì il mio posto nel mondo, la mia poesia, la voglia di innamorarmi.

Quella letteratura, che fa vivere nell’oltre, di rimbaudiana memoria. Le tue storie ai confini dell’umano, le tue mani stanno sempre lì, al rifugio sulla scogliera, in quel polveroso scaffale, all’ultimo mio campo base -come lo chiamasti- ancora a presenziare storie, scalate, nuovi incontri e avventure. Hai lasciato nelle piccole stanze che mi accolgono il sorriso e la quiete di chi conosce la grande virtù e la grazia di viverla. Con te, sullo scaffale in cucina risiede un altro grande saggio, il cileno Francisco Coloane, lo scrittore, il baleniere, l’allevatore, il marinaio, l’esploratore, il naufrago, colui che per vivere ha fatto tutto: vi fate compagnia, anzi ci facciamo compagnia. Dicesti che lo avevi conosciuto nel viaggio in Patagonia.

Voi due che ancora e sempre abitate in ogni angolo della terra, insieme a tutti gli uomini della terra, senza distinzione di colore, di cultura, di denari e religioni: voi appartenete al Mito. Ed è nel Mito che si incontrano gli Dei, quegli Dei che non vanno più via.

Dobbiamo sognare per salvarci -mi dicesti nel salutarci- mentre le nostre mani si stringevano forte.

Le mie piccole e fragili mani tra le tue grandi mani, fatte di carne e di sangue. Le tue mani come quelle di mio padre e mia madre, dei nonni, che mi insegnarono a camminare, a sorreggere e ad aggrapparmi, quando le tempeste infuriano.

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Il paradiso è qui

Il vento d’inverno
tormenta gli scogli
le alghe e lo straquo
la vigna e ogni arnese

spazza la terra arata
consuma le coste
tremano le pietre
e i vetri delle finestre
il fuoco
sulla legna salata

sconquassa
il mio vivere quotidiano
e un’esistenza agra

soffia sempre forte
dal lontano sud
dalle terre d’Africa

dal mezzogiorno della terra
porta la sabbia delle dune
il tormento dei popoli
il tumulto delle strade

la pioggia la notte
violenta sui muri
sembra che mi cada addosso

nell’ozio dei sogni
mi rassicura

piega gli arbusti
cadono
le cime degli alberi
porta via i sarmenti
cade l’intonaco dai muri

un vento che denuda
e mi fa ostaggio
mi fa forestiero
come il fato che mi scelse

l’erba è arsa dal sale
che il vento
porta dalle onde strisciate di bianco

soffrono gli uccelli
di solitudine
così il mio zaino di cuoio
con dentro
il rhum il binocolo

e gli ultimi appunti
la Terra del Fuoco
pagine ingiallite e consunte
di segni e di colori
che ho letto per tutta la vita

gli animali da pascolo stanno nelle spelonche
li sento belare
e il gallo cantare incessante

il geco la sera
è di fianco sul muro
al mio letto

alla luce della candela
mi guarda
e sembra che pensi
qualcosa ha da dirmi

solo i gabbiani
a metà giornata
simili a condor andini
salgono le vette del cielo

sembra che il vento sia eterno
che la terra di nuovo
stia per nascere
dallo sconquasso celeste

è questa una terra
alba dei tempi
magma silenzioso
che strega
che muta e trascina

Nave perenne

la sua luce è di un faro
sopra una roccia dura inaccessibile
fuoco puntato
nelle solitudini del Mediterraneo

dove conobbi i greci
le radici e il destino

e che la vita
non è solo dei vivi

mio padre
mi diede la sua storia
i viaggi e le rotte
le navi e i naufragi
le scarpe e i vestiti
la vita sopra una nave

mia madre il latte
la terra che succhiavo
di mosto e di vigna
di mare e di rena
di parole assolute

così
non fui solo
sopra
queste terre d’isola

isola come la fuga
quella Grecia che m’accora

Johana
dice che il paradiso
è qui

Odysseas Elitis in corsivo

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