Le mie pubblicazioni

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I bambini ci guardano

I disegni dei bambini

Nel 2018, di questi tempi, scrivevo alcune riflessioni sull’aspetto prettamente religioso della festa patronale di San Silverio nell’isola di Ponza, con un articolo dal titolo “Chi ha ucciso San Silverio”. Nello scrivere quanto a tutti era evidente, non volli scomodare i padri della Chiesa né la storia né soprattutto la filosofia. Non era mio intento dilungarmi in uno scritto di teologia o filosofia. Forse un giorno lo farò. L’ articolo ebbe molto clamore, tanto che ancora oggi, dopo un anno, qualcuno ne parla e mi chiede. Ma soprattutto l’articolo ebbe un grande consenso. Qualcuno, soprattutto gli anziani, vennero a congratularsi con esternato affetto. Per le strade del paese incontravo un consenso quasi generale. Solo l’autorità ecclesiastica manifestò dal pulpito il suo dissenso, in modo abbastanza sconclusionato e senza una manifesta ragione, dimostrando così un approssimata conoscenza teologica, nell’amministrazione della liturgia cristiana. E anche quest’anno, nel 2019, la Chiesa di Ponza, ha continuato a manifestare il puro aspetto religioso e intimista, in una apparente rappresentazione teatrale di memoria borbonica, come ho avuto modo di dire e scrivere altre volte. Inoltre ogni anno, la processione dell’amato Santo ha sempre meno presenze. E a dire di molti fedeli, e non solo, mai come quest’anno si è vista così poca gente accompagnare il Santo per le strade di Ponza. Qualche motivo ci sarà pure! Qualche motivo che fa riflettere. Da poeta-veggente qualcuno potrebbe sentenziare: tra dieci anni, o un tempo non troppo lungo, il tutto o in parte potrebbe scomparire. Si rischia la scomparsa di un aspetto religioso che ha avuto la sua importanza nella storia dell’isola. L’etica che la realtà deforma a propria immagine e somiglianza a lungo termine porta prima a disastri poi ad una morte sociale e culturale di una comunità. La progressiva perdita di una identità per un popolo è causa di perdita anche di un sentimento religioso e umano.
Ma quest’anno tra i tanti eventi artistici, anche ben riusciti, un evento in particolare, sempre inerente ai festeggiamenti del Santo Patrono, ma fuori dall’ aspetto religioso, mi ha favorevolmente impressionato. Anzi direi mi ha entusiasmato per la sua purezza culturale e artistica. E questo evento molto mi ha fatto pensare. Sono ormai quattro anni che la scuola elementare di entrambi i plessi di Ponza espone in piazza Sant’Antonio, le opere d’arte dei bambini. Disegni su semplici carta con tecniche miste; tutto organizzato da Polina Ambrosino, una maestra da sempre molto impegnata dentro e fuori la scuola. Negli anni addietro ebbi varie esperienze simili in alcuni musei a Barcellona, Buenos Aires e Lisbona. Incontravo classi di bambini sdraiati a terra con gli occhi chiusi. Le maestre mi dissero che stavano sognando, per poi disegnare e colorare i loro stessi sogni. Attesi le loro opere finite. Il giorno dopo mi recai a quella esposizione. Intorno alle opere di Salvador Dali, trovai i disegni di quei bambini. Pensai a quei contenuti così espressi, come a un surrealismo infantile, un pensiero arcaico con linee di un’arte pseudo-paleolitica, linee rivolte verso il cielo, che guardano gli astri. La meraviglia aristotelica! Rimasi molto colpito da tanta espressività e profondità di linee e di colori accesi. Barche e cavalli, case e mamme assumevano forme somiglianti a nuvole ed angeli. Linee ribelli di un immaginario tribale. Una irrealtà prenatale a simboleggiare l’amore e la purezza ancestrale. Una poesia del fanciullino pascoliano, ma anche della poetica simbolista portoghese, visto che mi trovavo a Lisbona. In questi giorni a Ponza i bambini, così ben organizzati dalla maestra Polina, mi hanno trasmesso simili sensazioni, ma allo stesso tempo, una particolare felicità nel guardare tali opere. Io e questi bambini apparteniamo alla stessa terra, anche io fui uno di loro. Immaginavo una realtà, sognavo una realtà che col tempo mi avrebbe tradito, o meglio ancora, uomini ben identificati avrebbero tradito quella realtà.
I bambini di Ponza nei loro disegni hanno immaginato paesaggi dalle linee armoniche, quasi silenziose. Hanno disegnato case dai colori dell’ arcobaleno con i tetti sotto le stelle. Nel mare hanno disegnato pesci dall’aspetto umano e gli hanno dato un ‘anima. Tanti pesci nuotano sotto colorate vele triangolari. Le verdi e gialle colline stanno a circondare le poche case. Un porto col mare trasparente che protegge piccole barche con vele colorate. La luce del giorno che abbraccia quella della notte. Ogni linea è la curva di una nuvola. I bambini di Ponza hanno sognato spiagge che non hanno. Hanno colorato fondali che non conoscono. Un sole con labbra rosse e occhi allegri sopra un mare capovolto. Gabbiani come Albatros di tempeste che annunciano scenari immaginari. Gabbiani e rondini portatori di sogni. Gli uccelli sopra il cielo di Ponza, hanno gli occhi dei bambini che ci guardano dall’alto. Le case piccole e colorate unite tra di loro a proteggersi dal tempo e dalle paure di una esistenza a venire. L’isola nei sogni dei bambini di Ponza ha la forma di una nuvola. Ha i contorni illuminati dalla luce dei loro occhi. Ha la voce dei loro pensieri sussurrati durante i loro giochi. Le scogliere disegnate con forme cubiste, come schegge di un mondo amato, a cui desiderano dare un nuovo ordine. Spesso in un mare blu picassiano. Gli elementi disegnati al minimo forse denunciano una decadenza del mondo che i loro pensieri a volte impauriti possono intravedere. Non hanno disegnato macchine, gru e grossi camion, non hanno disegnato brutte case e cumuli di rifiuti abbandonati né Santi ingioiellati con sfarzosi cortigiani. Per loro esiste solo la bellezza del puro, e un’isola di sogni e di gioie, dove immaginano di vivere.
I bambini di Ponza mi fanno nascere un’idea, su cui riflettere: e se li mettessimo ad organizzare la processione di San Silverio? E perché no, vista questa realtà, diamogli la gestione e l’organizzazione dell’isola e della precaria vita degli adulti. Ho sentito questo dal mormorio di quei turisti, ospiti sull’isola, che insieme a me guardavano le opere dei bambini. I bambini di Ponza sono tutti dei piccoli grandi sognatori perciò sono artisti, sono pittori e poeti. Un giorno l’isola sarà abitata da loro. Proteggiamoli!

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Non posso che abitare in un’isola

non posso che abitare in un’isola
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Di là dal fiume e tra gli alberi

Di là dal fiume e tra gli alberi: L’isola di Ponza

C’è un’isola, adagiata nelle acque del Tirreno centrale, dal fascino irresistibile. Quando ci arrivi non vorresti più andartene. È Ponza, la maggiore delle isole pontine, protagonista del nuovo appuntamento con la serie in prima visione “Di là dal fiume e tra gli alberi”, stasera alle 22.00 su Rai5.

Pubblicato da Rai5 su Sabato 15 giugno 2019
Puntata numero 17 – L’isola di Ponza

La puntata intera è visibile su Rai Play

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Solo i mediocri hanno una vita. E se hanno inventato le biografie dei poeti, è per supplire alla vita inutile che non hanno avuto.
Emil Cioran

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Moni Ovadia

A Brera

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A Mauro

È morto un’artista. È morto il nostro compagno Mauro.
Gli artisti sono come gli angeli.
Una comunità per vivere felice ha bisogno degli angeli. Oggi senza Mauro siamo più soli ed è meno serena la nostra mente e la nostra coscienza.
È morto un piccolo-grande maestro d’ascia, così il cielo ha deciso. È morto un uomo dal grande cuore e dall’anima candida.
I suoi occhi dal colore turchino del mare ancora ci guardano e chiedono compagnia, sostegno, amicizia. Mauro aveva gli occhi e le mani come lo strumento sacro del grande artista. L’arte marinara gli stava nel sangue. Le sue mani tagliano il legno come lo scultore il duro marmo affinché duri per l’eternità, con la grazia e l’armonia dei costruttori di navi dell’Ulisse omerico o della baleniera di Moby Dik.
Le mani sapienti del piccolo-grande maestro d’ascia attraverso quelle barche ora solcano i mari di quest’isola. Il mare in eterno conserva la memoria di Mauro.
Mauro ha combattuto le grandi tragedie della vita, l’abbandono, la solitudine della mente, la perdita degli affetti e soprattutto quello della sua cara madre. La solitudine si impadronì di lui né fece il suo martire, lo trascinò nel baratro della vita, e come gli artisti visse la sua angoscia di esistere in un mondo che più non gli apparteneva.
Carissimo amico, carissimo Mauro, piccolo-grande maestro d’ascia, vivrà la tua ombra, la tua memoria in mezzo a noi. E i tuoi grandi occhi dal colore del mare antico saranno sempre lo specchio della nostra piccola comunità.
L’uomo è fatto della memoria che porta, della memoria che lascia e tu lasci profondi solchi sulla terra che ti generò e che amasti. Tra queste strade, tra questi vicoli e piazze, spiagge e banchine, rimane la tua voce la tua anima buona del piccolo-grande maestro d’ascia, della vita che vivemmo insieme. Applaudiamo la vita magnifica del compagno Mauro.

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Agorà

Agorà

Agorà 

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Mario Tarchetti

da h24notizie.com

Lo scrittore Antonio De Luca e il pittore Mario Tarchetti

Dagli anni ’60 fino agli anni ’90, l’isola di Ponza fu frequentata e vissuta, con amore e rispetto, da una moltitudine di artisti. Scrittori, uomini di cinema, pittori e qualche bohemien, ne fecero il loro asilo. La Piazza Pisacane e il Corso si presentavano con la raffinatezza di una primitiva eleganza, così erano il porto e le spiagge della Caletta, Sant’Antonio e del Frontone.

L’isola dava l’impressione, con la sua bellezza naturale e perbene, di voler essere non da meno alla raffinata Positano e alla Capri dei viaggiatori degli ultimi secoli.

In Piazza Pisacane si incontrava Elsa Morante, fresca del Premio Strega, con L’isola di Arturo, e Alberto Moravia, Anna Magnani con la famiglia, Federico Fellini, e così tanti altri del mondo della cultura.

La Piazza borbonica, intitolata giustamente al rivoluzionario Carlo Pisacane, non aveva nulla da invidiare a quella di Capri. Tra questi artisti voglio ricordare il pittore Carlo Fontana, la grande scultrice Ursula Querner, che sulla sua casa-laboratorio dello scoglio della Ravia, ci portò tra gli altri, Giacomo Manzù e Oskar Kokoschka, e l’artista Mario Tarchetti che sulla costa di Frontone costruì il suo rifugio bohemien.

Dopo aver vissuto una intensa vita, tra Parigi, New York e Roma, agli inizi degli anni ’60 Mario Tarchetti si ritira a Ponza. Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel 1985 e frequentarlo fino al 1989, anno in cui si ritirò definitivamente a Roma. Ma ho avuto anche la fortuna di abitare per 10 anni nella sua casa- rifugio di Frontone, fino al 2000.

L’approfondimento dell’amicizia con Mario Tarchetti avvenne durante la nascita e la gestione del Winspeare Club, un locale che avevo partorito nelle mie vicissitudini esistenziali tra Milano e Vienna e realizzato alla Banchina del porto come un ritrovo per artisti, uomini e donne sole, viaggiatori e musicisti, insomma gente di ogni altrove, viaggiatori provenienti da ogni fine del mondo.

A Mario piacque subito il restauro del vecchio magazzino borbonico. Mi disse che gli ricordava un locale della villa di Adriano a Tivoli, ma anche un vecchio locale ai quartieri spagnoli di Napoli, che fu sede degli ingegneri e architetti di Napoli nel dopoguerra, dove lui fece la prima esposizione insieme a quei pittori del Gruppo Sud.

Il colore con cui feci dipingere la volta del Winspeare, “per lui era lo specchio degli occhi della fidanzata di Amedeo Modigliani”. Era curioso, voleva sapere da me come fossi riuscito ad arrivare a quella tonalità e con quali prodotti.

L’attenzione all’architettura, ai colori, e alla scenografia del Winspeare, addirittura della porta d’ingresso e delle finestre laterali, ricordavano a Mario il locale di Napoli nel dopoguerra in cui lui e tutto il Gruppo Sud, esponevano. Questo mi ispirò a integrare alle varie offerte esistenziali del Winspeare anche la pittura. Infatti organizzai esposizioni di artisti di strada, surrealisti e impressionisti, concerti jazz e presentazioni di libri.

Con Mario arrivammo ad una amicizia che ci permise addirittura di confidarci amori e segreti. Infatti un giorno, si presentò con una copia della sua sceneggiatura per un film, mai realizzato, scritta a New York. Me la regalò, e ne custodisco la reliquia.

Mario Tarchetti nasce ad Aieta, un paesino calabro a stretto confine con la Campania nel 1910. Dopo le scuole superiori a Cosenza , nel 1927 si trasferisce a Napoli dove studia all’Accademia di Belle Arti. Nel 1929 va a vivere a Roma e inizia a lavorare come disegnatore e pittore, collaborando alla decorazioni della Quadriennale Nazionale d’Arte del 1931. E’ in quella Roma, mi disse una sera al Winspeare, quando gli feci leggere le mie poesie, che incontrava assiduamente al Caffè Greco, Giuseppe Ungaretti e Vincenzo Cardarelli.

archetti amava la poesia e leggendo le mie poesie mi disse che tutto il mio linguaggio e l’azione “rifletteva un acerbo surrealismo”. In alcuni miei versi lui scovava un “primitivismo giacomettiano”.

Parlavamo di Napoli, della sua del dopoguerra, e della mia degli anni ’70, in cui si condivideva interessi culturali comuni. Mi parlava della sua scuola delle Belle Arti vicino al Museo nazionale di Archeologia e mi raccontava delle sue esperienze di studente che si formava in quell’Italia piena di speranze e fervore culturale.

In seguito Mario Tarchetti si trasferì a Parigi e qui frequentò Pablo Picasso e Amedeo Modigliani. I quali influenzarono molto la sua pittura.

Quando Mario mi stringeva la mano immaginavo, attraverso quel contatto, di stringere le mani a quei due geni e per un attimo mi immergevo con l’anima e col corpo in quella Parigi capitale della cultura nel mondo. Era una sensazione che mi metteva molto entusiasmo, e mi dava va la carica per vivere la mia Ponza.

A Parigi Tarchetti fece anche una importantissima esperienza presso la casa di moda Rochas: disegnava per i sarti della casa parigina. In effetti Mario era un esteta e si vedeva in tutto quello che faceva, sempre con grande stile ed eleganza; il suo modo di vestire era sempre impeccabile in ogni occasione e in ogni stagione.

A Ponza in estate vestiva di bianco con un foulard rosso al collo, lasciava una scia di profumo al suo passaggio che uomini e donne seguivano ammirati.

Nel 1935 ritornò a Roma e riprese a frequentare gli ambienti artistici della città. Vinse una borsa di studio che gli permise di iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Durante la seconda guerra mondiale, andò come regista nel 13° Nucleo Cinematografico del Comando Supremo.

Dopo la guerra Mario Tarchetti rimase orfano di tutto e di tutti. Mi disse di essere rimasto assolutamente solo, senza più affetti e protezione. Il suo paese nel 1943 fu completamente distrutto dai bombardamenti alleati. E della sua casa e della famiglia aveva trovato un pugno di cenere e macerie.

Non si diede per vinto e ritornò a vivere a Napoli, dove per sbarcare il lunario si improvvisò sommozzatore al porto. Mario Tarchetti mi raccontava queste intime storie come se le stesse raccontando ad un fratello minore e questo mi commuoveva. Sono stato amico dell’uomo che è passato dai salotti parigini, dai successi in pittura e in amore nel mondo alle umiliazioni del dopoguerra. Ma sempre sapeva raccontarsi con il sorriso e la dignità di un uomo saggio.

A Napoli Mario Tarchetti fa l’insegnante alla scuola inglese e inizia a frequentare quelle persone che nella città partenopea misero i semi per la rinascita sociale e culturale della città.

Nel 1947 fa il suo esordio il Gruppo Sud, un gruppo di pittori napoletani al Circolo Ingegneri e Architetti, che con una mostra di pittura getta le basi di un nuovo corso, una nuova idea di pittura. Non più i vedutisti della scuola di Posillipo, ormai divenuti di maniera. L’importanza del Gruppo Sud di Napoli nella formazione artistica di Mario Tarchetti è palese, ma è anche palese quello che Mario porta in questo ambiente. Tutta la sua esperienza parigina entra a far parte del bagaglio artistico del Gruppo Sud e ne condiziona l’opera. Il gruppo Sud nasce nel 1940 e rappresenta l’Avanguardia della pittura napoletana. Questi erano Renato Barisani, Gennaro Borrelli, Renato De Fusco, Vera De Veroli, Alfredo Florio, Raffaele Lippi, Vincenzo Montefusco, Paolo Ricci, Mario Tarchetti, Guido Tatafiore, Antonio Venditti ed Elio Waschimps. Questo gruppo di pittori erano legati al giornale Sud. Il Sud era una rivista culturale nata grazie a Pasquale Prunas nel 1945. Di questa rivista, facevano parte tra gli altri persone come Anna Maria Ortese, Luigi Compagnone, Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Vasco Pratolini, Domenico Rea, Rocco Scotellaro, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Barendson ed Ennio Mastrostefano. Questi uomini tutti furono colonne portanti di un auspicato risorgimento napoletano del dopo guerra. E inoltre tutti questi hanno contribuito in maniera decisiva e rilevante alla cultura nazionale e non solo. E il pittore, l’uomo Mario Tarchetti fu uno di questi.

Nella pittura di Mario Tarchetti si riscontra l’Espressionismo dell’Ecole de Paris e della Scuola Romana, soprattutto nelle tematiche della descrizione degli ambienti napoletani del dopoguerra. Nei ritratti Mario Tarchetti mostra l’influenza picassiana. Ed è matissiano nei nudi, dove vive tutta l’esperienza parigina.

In questi anni Mario Tarchetti collabora anche con l’amico Corrado Alvaro, come critico d’arte al quotidiano Risorgimento. Nell’estate del 1948 partecipa alla Mostra Contemporanea di Arti Figurative e vince un premio che gli viene consegnato proprio dall’amico Giuseppe Ungaretti.

Allo scioglimento del Gruppo Sud, Napoli gli sta stretta, ritorna a Roma e conosce Roberto Rossellini e Federico Fellini. Con Rossellini collabora come attore e sceneggiatore in Stromboli, terra di Dio. Con Fellini gira 8 ½. I due a Ponza si frequentano durante le riprese di Satyricon dove Tarchetti vive con la sua amante nel rifugio marino di Frontone.

Nel 1970 va a vivere a New York, qualcuno dice per amore. Qui entra nell’editoria della Pochet Books Inc. e scrive sceneggiature. Ed è qui che scopre il suo amore per l’isola di Ponza, “pura, primitiva e selvaggia”, come ebbe a dirmi. A Ponza rimane fino al 1990, come scrive Paolo Guzzanti in una intervista per Repubblica.

Nel 2017 la Galleria d’arte Blu di Prussia in via Filangieri a Napoli ritorna a dedicare un’ampia retrospettiva a quelli del Gruppo Sud e Mario Tarchetti è presente con alcune sue opere provenienti da collezioni private.

Voglio concludere con due ricordi che ho di Mario Tarchetti. Quello di una sera inaspettata al Winspeare, trascorsa insieme al compositore e direttore d’orchestra canadese Howard Shore e alla moglie la scrittrice Elizabeth Cotnoir. I due erano venuti a Ponza per sposarsi ed io ero stato fotografo e testimone. Howard Shore era il musicista di Martin Scorsese e di David Cronenberg, aveva suonato con Thelonius Monk ed era amico di Ornette Coleman, due icone del jazz che io amavo particolarmente. Shore ha vinto tre Oscar per la colonna sonora, tra vari Grammy Awards e Golden Globe. Inoltre ha una Laurea Honoris causa all’università di Toronto, in lettere. Ma la cosa che più ci affascinava a me e Mario fu quando Howard ci raccontò che, essendo amico di John Belushi e Dan Aykroyd, lui stesso diede il nome al film The Blues Brothers. Mario raccontò di alcuni retroscena durante la lavorazione del film di Rossellini, quando scoppiò l’amore tra il regista e Ingrid Bergman.

Nel 2001 finì la ristrutturazione della casa dei miei nonni a Ponza, dove ritornai a vivere, dopo una parentesi a Roma. Una donna che aveva frequentato la casa di Mario Tarchetti in Piazza di Spagna a Roma, mi venne a fare visita e disse. “Ti sei fatto la casa come quella di Mario Tarchetti”. Stessi libri, stessa musica, stessa polvere, stesso caos, poeti dappertutto, panni e fidanzate sparse qua e là sopra pavimenti impolverati di sabbia e consunti di passioni. “Alla fine è quello che volevi”.

Andò proprio così, perché io avevo conosciuto il vero Mario Tarchetti, un uomo che aveva attraversato la vita.

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40 anni fa la prima vendemmia alla Jangada de pedra

Sono passati 40 anni dalla prima vendemmia alla Jangada de pedra al Fieno. L’artista Giuliano Massari ha voluto farmi dono di questa sua creazione. Giuliano vive da moltissimi anni a Ponza. Oltre ad essere un architetto, è uno scrittore, e ha già fatto varie creazioni pittoriche. La sua presenza nell’isola di Ponza è una garanzia culturale per quanti ancora credono che un altro mondo è possibile. Egli è molto impegnato nella salvaguardia del patrimonio storico, ambientale e sociale dell’isola di Ponza.

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