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Ho una sola patria, il Mediterraneo che scrivo.
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Lev Nikolàevič Tolstòj

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Il Fieno, a Ponza, un’isola nell’isola: tra Mito e letteratura

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Cesare Pavese

Nel mondo ci sono luoghi, la cui esistenza ci induce a conservarli nella mente, come parte di noi stessi. Sembra che questi luoghi ci siano sempre appartenuti, li abbiamo sempre pensati e da sempre conosciuti. Goethe nel suo viaggiare, questi luoghi li chiamava i luoghi dell’anima.

Essi entrano nella nostra memoria fino ad appartenerci, si fanno così luoghi metafisici con cui interagiamo e dialoghiamo nel vivere quotidiano. Pensiamo alle Langhe pavesiane o alla Dublino di Joyce, così come alla Praga di Kafka o le isole caraibiche di Derek Walcott: ogni scrittore ha dato alla sua terra la propria anima e dalla terra ha ricevuto il proprio sangue; soprattutto se a questi luoghi la letteratura ha dato delle storie e gli uomini sono diventati i cantori della loro memoria, della loro vita. Uomini e luoghi diventano un tutt’uno.

Sta per nascere così il Mito. Ci sono paesaggi che a gran voce reclamano le loro storie. Questi luoghi ci chiamano e ci aspettano, per ritornare, una volta conosciuti. Con questi luoghi è come se nascesse un amore.

A questi luoghi inconsapevolmente diamo una voce e mettiamo degli occhi, li facciamo muovere con noi e ce li portiamo dentro, come corpi indipendenti, che ci vivono a fianco. Spesso, diventando ombre di noi stessi, pensiamo cos’è Lisbona nella letteratura di Fernando Pessoa. A Lisbona si incontra Pessoa dappertutto. Penso al Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo: Qui bisogna averci fatte le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta allora la conosci senza bisogno di parlarne.

Questi luoghi sembrano perdere la loro materia, diventano luoghi dell’oltre. E per questa loro immaterialità diventano un non-luogo. Entrano in noi come una memoria primitiva, essenziale per vivere, in questi tempi moderni, di angosce e solitudini. E quando abbiamo bisogno di ombre, dove abbiamo lasciato parte di noi stessi, siamo costretti a ritornare. Le ombre ci attendono. Le ombre ci gridano di ritornare, ci richiamano al nostos omerico.

Ancora Pavese: È una terra che attende e non dice parola. Nel mio vagabondare ho incontrato molti di questi luoghi che gridano sempre un ritorno e sempre questi luoghi sono legati alla letteratura. Molti di questi mi sono entrati nell’anima e nella memoria fino a divenire una vera patria. La vera patria è là dove gli uomini mi assomigliano, lessi su un muro nel quartiere Le Panier di Marsiglia.

Tra i tanti che ho conosciuto e vissuto cito Pompei, Lisbona, Sant’Elmo in Buenos Aires, la casa di Tiberio a Capri, Volubilis la città di Annibale e Marco Aurelio in Marocco, la biblioteca di Adriano ad Atene, il porto di Marsiglia o di Istanbul, i quartieri di Napoli, luoghi di silenzio nel deserto marocchino già scelti da Pasolini nel suo Edipo Re, e naturalmente il Fieno. Luogo in cui vissi prima tra le favole e poi nella realtà conquistatrice.

A poche miglia dal promontorio del Circeo sta l’isola di Ponza, ultimi residui affioranti di un antico vulcano risalente a 5 milioni di anni. Il Fieno è a sud dell’isola di Ponza, guarda la Tunisia e l’Algeria, oltre la linea dell’orizzonte marino che lo circonda. Isolato dal resto dell’isola, dal mondo. Nessuno passa di qua se non qualche perduto turista. Difficile raggiungerlo dal mare per le alte scogliere e per le perenni onde di risacca. Sono pochi i giorni dell’anno in cui il mare permette ad una barca di avvicinarsi agli scogli. Anche via terra non è facile arrivarci: viaggiatore dovrai camminare per un’ora, ma non sentirai la fatica tra le tante emozioni che il paesaggio ti darà.

La città di Napoli per Ponza è stata la madre culturale mediterranea, la sua nutrice fino a qualche decennio fa. La Roma borghese e papalina ha sostituito la Napoli capitale mediterranea già ai tempi del fascismo, per volere politico di Mussolini. Ma la storia sempre ritorna alle sue radici, ed è allora che l’uomo esprime il meglio di sé. E qui, a Ponza, esiste un luogo alle spalle del Monte Guardia, una vallata isolata dal paese, che guarda a sud, e davanti solo mare e mare, come un pelagos greco. Ed oltre questo mare c’è l’Africa, la madre di tutte le terre. Il suo nome è Fieno: non sappiamo il perché di questo nome. Possiamo solo immaginare che qui si coltivasse del fieno nei tempi che mai conoscemmo.

Questo luogo, come scrisse Cesare Pavese, l’ho conosciuto attraverso il latte materno. Era la vigna di mia nonna, la quale morì giovane, e in casa sempre si parlava di lei, della sua vigna, del suo amore per questa terra. Mia madre mi portava nelle albe delle estati, quando non si andava per mare, con mio padre per rotte mediterranee. Viaggiatore che passerai per queste isole del Mediterraneo, il Fieno ti invita alla sua scoperta.

Un paesaggio che volge a ovest e a sud-ovest ai piedi del Monte Guardia, un triangolo che degrada terrazzato sul mare. Dal mare è simile a un anfiteatro greco. E al ritorno del tuo cammino mediterraneo, viaggiatore, rimarrà in te un pensiero: è questo forse il luogo non-luogo che cercavo. Coltivato a vigna sin dai tempi conosciuti. Ma è nell’età borbonica che assume l’attuale conformazione morfologica, grazie alla colonizzazione voluta dal Regno di Napoli nel 1700. Il versante viene così terrazzato, con muri a secco di pietre trachitiche del basalto ponzese. Un lavoro durissimo e difficile. I muri a secco sono la cornice di pietra che avvolge tutto il mediterraneo, come un abbraccio che avvolge la gente che abita le sue sponde.

Lungo un fianco di questa scoscesa, nel tufo bianco, vengono scavate grotte adibite a cantine, qualcuna a ricovero per uomini e animali. Ma non sappiamo se alcune di queste grotte, fossero già vissute ai tempi dell’uomo pre-neandertaliano che qui frequentò. In tal senso sono prove i resti di utensili e di lavorazione di ossidiana.

Il Fieno da tre secoli viene coltivato a vigneto. I primi contadini erano emigrati, forzatamente mandati dall’isola di Ischia dal governo borbonico per colonizzare l’isola. Una seconda colonizzazione ha portato invece gente dal napoletano e le limitrofe città costiere. Allora arrivarono genti di mare e artigiani del legno e del ferro che diedero la vera identità alle future generazioni. Questi uomini avrebbero navigato in tutto il Mediterraneo.

La prima colonizzazione da Ischia era costituita perlopiù da persone del malaffare e detenuti per motivi vari, i cosiddetti coatti, che erano però al contempo ottimi artigiani, inconsapevolmente depositari di un’antica cultura mediterranea. Qui generazioni di contadini hanno tramandato un’arcana sapienza, che si riscontra nelle pagine di Esiodo e nel Simposio di Platone. Quella cultura venuta dalla Pithaecusa ellenica, l’attuale Ischia, e portata al Fieno proprio dai suoi abitanti, e perché no, forse proprio dagli stessi ellenici già nel loro primo insediarsi nel bacino tirrenico. Di questo ne parlo ampiamente nel mio libro Vinea Loquens, già terminato, ma di cui sto ideando un’approfondita seconda edizione.

Ischia è stata la prima colonia greca nel Centro dell’Italia. Qui i greci hanno portato le loro vigne, come attesta un vaso di fattura ellenistica al museo di Lacco Ameno, piccolo comune di Ischia. Il poeta Alceo, dalla sua isola di Lesbo, invitava già 2500 anni fa, a piantare la vigna prima di altre piante. La coltivazione della vigna, il fare vino e i rapporti umani, hanno risentito in questi secoli della cultura greca e del suo continuo confronto con le altre culture mediterranee, come quella fenicia, volsca o etrusca. Questo depositarsi di sedimenti culturali ha contribuito a fare di questo Fieno un paesaggio della memoria, della civiltà contadina e marinara, quindi un mito. Quel mito che precede il pensiero, l’idea e la filosofia, che nasce con le prime parole, le prime meraviglie.

E tu viaggiatore, nell’attraversare questi non-luoghi nel silenzio tutto intorno, potrai sentire i versi di Whitman, o di Esiodo. Sarà la poesia che allieterà la memoria dell’anima. Ti sentirai come un argonauta di Giasone o il Perseo o ancora il marinaio omerico. Il tuo camminare, il tuo ascoltare e guardare tutto intorno la natura, il mare, sarà come entrare nel mondo bucolico e georgico del poeta Virgilio. Tutto questo e tanto altro hanno contribuito a fare di questo luogo non-luogo, uno dei tanti Miti mediterranei, dove la memoria conserva il suo passato, il divenire. Il tempo inesprimibile.

Questa cultura è stata tramandata al principio solo attraverso una tradizione orale. Io l’ho ereditata dapprima attraverso favole e racconti, poi attraverso una vita vissuta, finché non ho sentito il dovere di metterla per iscritto. Adesso, questo luogo ha trovato posto in una letteratura mediterranea.

Vinea Loquens racconta l’origine e la storia degli uomini che qui vissero, di cui i media culturali si interessano con servizi televisivi e giornalistici, non solo in Italia. Grazie soprattutto a poeti, scrittori e artisti che da qui son passati.
Lo scrittore Simone Perotti ha ambientato Uomini senza vento. L’architetto Giuliano Massari qui ha avuto per alcuni anni un vigneto e ha poi celebrato questa terra attraverso scritti e pitture. Gianni Silvestri, amico e scenografo, qui veniva ai Simposi primaverili, prima e durante le pause dell’Ultimo Imperatore, pluripremiato film di Bernardo Bertolucci. Qui è venuto a raccontarmi del film il Tè nel deserto, film tratto dal libro di Paul Bowles, sempre con la regia di Bernardo Bertolucci. La regista moldava Ana-Felicia Scutelnicu, Premio Cinema XXI Festival Internazionale del Cinema Roma 2012 con il film PANIHIDA, è venuta a trascorrere un lungo periodo nel rifugio del Fieno, io terminavo di scrivere VINEA LOQUENS, lei la sceneggiatura del film ANISHOARA. ANISHOARA è stato poi presentato con successo a Monaco e subito dopo al Festival Internazionale del Film di San Sebastian, poi girò il mondo nei vari festival. Ha vinto premi ai Film Festival di Vancouver e Cleveland. Insieme abbiamo girato delle riprese su quei giorni. Lei ne ha fatto una storia che ha successivamente presentato alla prima di VINEA LOQUENS tra gli applausi del pubblico e la commozione dei contadini.

Il vino è stato sempre materia di letteratura. Hemingway, Cros, Verlaine, Kerouac, per citarne alcuni degli ultimi secoli. C’è saggezza nel vino, disse lo stesso Hemingway. Così la storia del Fieno assurge a importanza ambientale e materia letteraria, grazie a quegli uomini che per secoli, con fatica sovrumana e passione ancestrale, hanno perpetrato la coltivazione della vigna. E te ne farai vanto viaggiatore nel tuo peregrinare di essere stato, almeno una volta nella tua vita, in questo luogo.

Il Fieno oggi è frequentato, vissuto e descritto da artisti, scrittori e poeti, che ho ospitato nel mio rifugio tra i vecchi vigneti. E questo luogo diventa fonte di ispirazione e riflessione nell’ambito di una cultura Mediterranea. Lo stesso Predrag Matvejevic mi ha scritto: magari avessi conosciuto i tuoi scritti prima della stesura di Breviario Mediterraneo, la mia visione di questo mare, Antonio, tu l’hai arricchita con i tuoi racconti, le tue storie, con le poesie che mi invii.

Viaggiatore, raggiungere il Fieno e scendere lungo i suoi paesaggi letterari, attraversare i vigneti tra i lunghi terrazzamenti, camminare sugli antichi camminamenti in una ricca macchia mediterranea, entrare nelle vecchie cantine, annusare i profumi dell’antico, bere vino e guardare il mare, parlare con gli ultimi contadini, ascoltare il volo del falco pellegrino, tutto questo è un viaggio che farai in un tempo che non conosce né inizio né fine. Un viaggio che attraversa le pagine della letteratura mediterranea, di poeti, pittori e scrittori, geologi e naturalisti, dove la natura, l’uomo, il paesaggio, le opere antropiche, sono il fine di una civiltà sedimentata in oltre 4000 anni di storia.

Il Mediterraneo come un Breviario: così scriveva ancora Predrag Matvejevic, lo storico cantore e poeta di questa cultura. Il Mediterraneo è un teatro, una casa, una piazza, una fonte battesimale per tutte le religioni, un porto, un mercato, un atelier, una biblioteca, un’agorà. Ma ora anche un cimitero. Il peggiore dei cimiteri. Le camere a gas dell’era post-industriale, del capitalismo finanziario mondiale. Un simposio di popoli, ho detto al maestro Predrag in uno dei nostri incontri romani: il suo viso approvava.

Nel silenzio del Fieno sono gli dei dell’Olimpo, oppure i poeti, a prenderti per mano, viaggiatore, e ad accompagnarti con la dovuta accortezza lungo ogni sentiero. Porta con te un libro di poesie, Antonio Machado, Giorgio Seferis, Odisseas Elitis, Friedrich Schiller, Alexander Puskin, o anche Bjorn Larsson con il libro Raccontare il mare. Pablo Neruda qui ti dirà di aver dormito sopra un’isola con la sua donna, l’amore, e, baciandola, di aver sentito sulla bocca il sapore dell’acqua marina, di alghe, di terra. Saranno questi i migliori compagni di viaggio con cui confrontarti e vagabondare nel pensiero.

E tu, uomo moderno, rispetta e ama ogni cosa che qui vedi, ogni cosa che incontri, una pagliuzza, una pietra, gli occhi del contadino, la sua bontà, i suoi racconti. Amerai il pettirosso che ti viene incontro e ti saltella davanti, quasi per suggerirti una strada. Il cane accarezzerai, sarà felice di incontrarti, se abbaia è il suo benvenuto. Così, l’asino che raglia ha sentito la voce dell’uomo e attende l’erba fresca. Ogni tuo pensiero dovrà avere qui un oltre, il viaggio non è cercare nuove terre ma bensì avere nuovi occhi.

Ricordati di Rousseau. In questa terra sentirai la religiosità di David Thoreau. E agirai nella bellezza, dando una realtà al tuo mondo immaginario, a partorire il bello. Il viaggio comincia dal borghetto della Dragonara che si staglia con le sue ultime case davanti alla baia del porto. La strada, tra sterpaglie, sale verso il Monte Guardia, già tra vigneti e macchia mediterranea. Viaggiatore, una segnaletica ti indicherà il sentiero.

A destra guarderai sempre il mare con il porto, le barche e le navi. A sinistra salendo vedrai gli scogli delle Formiche, sole in mezzo al mare. Salendo ancora ti apparirà d’incanto la baia di Chiaia di Luna.
I sentieri sono scolpiti tra ginestre, eriche e leggendari alberi di fichi.

Arrivati sul pianoro della Guardia-Guarini, ad un’altezza di circa 100 metri, attraverserai stretti e antichi sentieri sopra argille spaccate in estate, fangose in inverno. Qui in inverno trovi tutto un fiorire di giunchiglie. Se ti volti indietro, nei giorni di tramontana o di freddo levante invernale, vedrai allora all’orizzonte la sagoma del Vesuvio, dove ancora risiede la Ginestra leopardiana. Poi la Ventotene del confine fascista con i suoi canneti, l’Ischia micenea con i vigneti del Biancolella e del Piedirosso e alla destra la Capri di Tiberio.

Tra i cisti e le eriche incontrerai uccelli migratori, rapaci e tortore. Uccelli stanziali come pettirossi e passeri. Invece in primavera e in autunno scorgerai gli uccelli che dall’Africa vanno nelle terre del nord Europa e viceversa, le allodole, i tordi, merli, e le beccacce. E vedrai sfrecciare in cielo il Falco Pellegrino, che qui risiede da tempo remoto e nidifica. All’imbrunire potrai ascoltare il canto delle berte che ritornano ai nidi tra le rocce del faro della Guardia. Sentirai il vento del volo del Falco in picchiata, così come della tortora o del colombo viaggiatore che ritorna dalle lunghe rotte migratorie.

Nei gelidi giorni d’inverno, non di rado, un poco di neve o del ghiaccio potrai trovare, allora la natura ti apparirà ovattata da un silenzio totale, rotto solo dal rumore dei tuoi passi. La poiana vola radente le eriche, sentirai il battito delle sue ali, prima di involarsi tra le correnti ascensionali della vallata. Il nibbio qui spesso nidifica, si libra nell’aria su di te, seguirà anch’egli i tuoi passi. All’imbrunire, il canto dell’assiolo è la voce dei vespri, al ritorno dei contadini nelle loro case.

La brezza di maestrale in primavera ed estate è compagna fedele. In autunno e in inverno, invece, i venti da sud ti si abbatteranno in faccia, violenti, ti scompiglieranno, ti renderanno spesso difficile il cammino: annunciano l’inizio della discesa verso i vigneti. Davanti, soltanto il mare. Il vento ti scaglierà in faccia la salsedine, che, portata dalle onde, si alzerà dal mare e sbatterà sul tuo corpo. Sentirai il sale sulle tue labbra, sulla faccia.

Improvviso ora apparirà il Fieno, come un grande teatro dell’antica Grecia e il mare sta lì, come il grande palcoscenico della metafora esistenziale dell’uomo. Sarà inesprimibile la tua meraviglia, viaggiatore. La discesa in questo paesaggio naturalistico diventerà per te letteratura. E rimanderà ogni tuo pensiero a poeti, scrittori mediterranei e non solo.

Sui sentieri lastricati dagli antichi massi di trachite, levigati dal tempo, sta il tuo cammino. I piedi poseranno sopra secolari massi che il cammino dell’uomo ha consumato. Viaggiatore non frenare i tuoi pensieri che scorrono senza sosta ora nella tua memoria. Tra i grossi massi di lava, risalenti a circa un milione di anni, e la ricca macchia mediterranea di lentischi, euforbie, mirti e ginestre, troverai i terrazzamenti che raccolgono e conservano le secolari vigne. Qui viaggiatore apri la tua anima e volgi lo sguardo ai grandi della letteratura: pensa alla fatica di chi questo luogo l’ha curato e vissuto per un bicchiere di vino. Il vino che sfama le famiglie uscite dal dopoguerra, quando non si era costretti a emigrare.

Dall’alto dei terrazzamenti, davanti alla curva-mare, ignota linea sull’orizzonte, noterai la curva del globo terrestre. Allora Eugenio Montale ti racconterà di fichi d’India e ginestre, della scontrosità della terra, del peregrinare dell’uomo nell’universo. Vedrai davanti a te il sud: gloria del disteso mezzogiorno. Giù alla valle sentirai ora son io l’agave che s’abbarbica al crepaccio dello scoglio. Sentirai l’immobilità come il tormento del poeta. Qui il tramonto è lo stesso della sua amata Liguria.

La Ponza montaliana rimanda, soprattutto qui al Fieno, al Monterosso ligure del poeta, tra bisce e scaglie di mare. Vedrai tra le vigne l’upupa saltellare, il nunzio primaverile ti ricorderà il tempo montaliano, il tempo che si arresta. E’ nel primo pomeriggio che si manifesta tutta la poetica di Eugenio Montale: le brezze, l’attonito silenzio rotto dal vociferare della fatica nelle vigne e sul mare. E poi, tra gli scogli il murmure marino dove non è difficile incontrare gli ossi di seppia, avanzi di gabbiani o levigati tronchi, come sculture incastrate dalla mano violenta del mare.

Ignota al pensiero umano la provenienza di ogni cosa che il mare naufraga tra le scogliere, così come è ignoto il fato al nostro andare. Viaggiatore fermarti dovrai, per ascoltare il silenzio tra gli scontrosi massi della scogliera. Solo il silenzio esiste, suggerisce José Saramago. Leggerai tra gli scogli il pensiero di Borges, Pessoa, Rilke. Nella piena luce del giorno anche i suoni splendono ti ricorderà Fernando Pessoa da Lisbona.

Sentirai lo stridio dei gabbiani di Vincenzo Cardarelli, l’onda di risacca, l’inebriante profumo di alghe marine durante la bassa marea. E Coleridge, la lieve brezza di mare sul mare silente. All’orizzonte ti potrà apparire la barca di un solitario pescatore o una nave per rotte mediterranee che non conosci, ma che puoi solo immaginare. La discesa continuerà tra l’odoroso mirto a destra e i ciclopici massi grigi scuri di basalto, testimoni delle viscere della terra. Sentirai ancora la loro energia eruttiva. La potenza ora sarà nel tuo pensiero che arde. Allora su una piccola pietra leggerai i versi di Ungaretti e sarai preso da un’intensa visione ancestrale. Ricorderai la sua voce nel raccontare la stirpe divina di Ulisse, gli amori, le burrasche, i naufragi.

Il verso Omerico farà di te l’argonauta di una nave chiamata te stesso. Ritornerai fanciullo, quando sui banchi grigi e neri, studiavi I Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli. Ascolterai allora l’allodola e l’usignolo, il raglio dell’asino, la voce lontana dell’umano. Saranno le tue emozioni, pennellate impressioniste sulla tela della tua anima. Sarai tu, nella discesa verso la vigna, viaggiatore, il poeta solitario del Pascoli. A metà discesa, prima di arrivare alle prime cantine, intravedrai il blu mare, a strapiombo tra lecci ed euforbie.

Nei fondali si vedranno i banchi di posidonia e gli scogli affiorare in un verde smeraldo. Sono i colori di Paul Gauguin, di Matisse, di Renoir, delle marine di Pablo Picasso. La brezza ti verrà addosso e ti invaderà col profumo del lentisco, del mirto, e della nepetella che cresce selvatica ai lati del sentiero. Ecco allora apparire il Salvatore Quasimodo che non ti aspetti. Colui che ha tradotto nella tua lingua Omero e Saffo. Viaggiatore, sentirai ora la sua terra, la calura sicula tra le cicale e il fico d’india. Vedrai chino il contadino nella vigna, come a ritornare alla terra, trafitto da un raggio di sole. Incontrerai un secolare leccio, la cui fronda copre il cielo, è rifugio d’uccelli notturni, nell’ora più alta risuona d’un batter d’ali veloce.

Pensa alla terra su cui cammini: essa è ora l’isola quasimodiana. Allora ti apparirà l’isola tua interiore, la felicità perduta dell’infanzia, la bellezza. Rievocherai il tempo passato, la lontananza: è questa la condizione del perenne vagabondare. E cercherai nella natura la salvezza dalle tue inquietudini, come i romantici del secolo scorso, Novalis, Chateaubriand. Questo mistero che sentirai tutto intorno, viaggiatore, sarà fonte per te di eccitazione e tumultuoso godimento. Continuerai a camminare sui grossi blocchi delle mulattiere e, guardando il mare all’orizzonte, ricorderai Ugo Foscolo. A Zacinto, le sacre rive del mare. Potrai vedere e sentire la potenza espressiva e religiosa del poeta.

E poi su questo pelagos omerico che vedi e senti, viaggiatore, abbi la consolatrice illusione che Ulisse di qui sia passato, ché nel suo travagliato vagabondare, qui ebbe momenti di serenità. L’ultimo contadino, se lo incontrerai, ti offrirà del vino: bevilo con il dovuto godimento. Per gli uomini del Fieno l’ospitalità è sacra, come fu per i Feaci col divino Nessuno. Non c’è anche in te quell’Ulisse che ti fa navigare per il mare della tua esistenza? E’ qui che il Foscolo ti darà la forza spirituale per il cammino. L’illusione e il sogno si libereranno davanti alla bellezza di questo luogo, per celebrare la tua Zacinto.

Così viaggiatore sarai arrivato alla prima cantina, fermati qui e guardati tutto intorno. Alle pareti di tufo leggerai la poesia dedicata all’ultimo tra i contadini del Fieno. I contadini degli anni del dopoguerra, quelli che di questa terra hanno fatto un Mito. Qui Luigi Mazzella, vignaiolo, ha trascorso ottant’anni della sua vita. Da questa loggia sul Mediterraneo ha guardato il mondo con gli occhi del bambino cresciuto tra le rive mediterranee; ha riso e sofferto le gioie e i dolori dell’agra esistenza contadina. Una targa ricorda la sua presenza.

Viaggiatore, riprendi il cammino, ora davanti a te due sentieri: continuerai la tua discesa o volgerai verso sinistra. Qui incontrerai il leccio secolare e la casa-grotta di Giustino Mazzella, l’uomo che parlava alla vigna e ai pettirossi. Alla fine della sua vita banchettava con i pettirossi e urlava la gioia dell’alba agli amici contadini. Quell’alba dell’apparire del sole, del dio-sole, da cui ogni vita e forma avviene, così come cantò il poeta Lucrezio nel De Rerum Natura.

Continuando la discesa sul sentiero di ponente, che guarda la baia di Capo Bianco e l’isoletta di Palmarola, viaggiatore, incontrerai le cantine nel tufo bianco che si susseguono fino al mare. In primavera sentirai il profumo delle fresie tra i muri a secco, fresie che sono lì da tempi immemorabili. In inverno saranno i violenti venti da mezzogiorno a riempire la faccia di sale e la bocca di vento. Viaggiatore non temere il tempo avverso.

Il profumo del mosto, che nelle cantine per tutto l’autunno persiste, sarà per te fonte di immaginifici pensieri. Forse un dio ti ha concesso questa benevolenza, come diceva Virgilio. A metà vallata troverai le altre cantine e allora anche il sign. Liberato Mazzella, ormai ottantenne, uno degli ultimi contadini. Se lo incontrerai ti potrà illustrare dall’alto i vigneti, ti offrirà il suo vino e ti racconterà di quei contadini del Fieno che non ci sono più. Dal suo belvedere vedrai ancora resistere i secolari pampini della Biancolella abbarbicati ai legnami che li sorreggono. Queste vigne sono state portate da Ischia nel Settecento, quindi coltivate e riprodotte nei secoli, al punto da diventare protagoniste assolute del paesaggio.

Ad agosto vedrai il colore oro degli acini al sole di Mezzogiorno. All’alba l’odore delle foglie della vigna, del fico e dagli orti il pomodoro. Fu l’albero del fico a salvare Ulisse da Scilla e Cariddi. E’ il fico che risveglia l’intelligenza, come racconta Platone. O quid solutis est beatius curis, cum mens onus reponit ac peregrino labore fessi venimus larem ad nostrum desideratoque aqcuiescemus lecto… cosa c’è di più bello che dopo le fatiche ritornare al proprio desiderato giaciglio e stendersi sul proprio letto: così cantò Orazio Flacco, il poeta latino.

Sotto gli antichi lecci e pinastri della macchia mediterranea dalle alte e fresche fronde potrai riposarti e godere della serenità che l’anima e il corpo ti chiedono. Nel mistico silenzio, sentirai il fruscio di qualche merlo e le argentee foglie delle fronde muoversi alla brezza di primavera. Ascolterai il tuo battere del cuore e il tuo respiro. Il dolce apparire, tra le morte foglie, la lucertola e il fringuello. Sosta, viaggiatore, sotto queste fronde, come i contadini e i poeti sostavano all’ombra della quiete tra i sacri ulivi nell’antica Grecia o nella Roma augustea e adrianea.

Nell’ora della controra ascolterai l’usignolo e il pettirosso che danno il tempo al tuo cammino. Il mistero che avvolge i tuoi passi, la direzione del tuo andare inconsapevole. Se incontrerai qualcuno alla Jangada de Pedra, La zattera di pietra, il mio rifugio-marino che volge a libeccio e guarda il Faro della Guardia, con l’orizzonte marino rivolto verso la Tunisia e l’Algeria, vagli incontro. Sarai il benvenuto tra i vigneti del rosso Utopia, di Musa il bianco e di Bohème, il rosè, che inonda di salino il tuo palato, il tuo corpo. Il rifugio la Jangada de Pedra lo costruii negli anni universitari. E subito divenne qualcosa che mai finirà di essere terminato. E’ come una nave, sempre in movimento. Coinvolsi un ristretto gruppo di amici con i quali fondammo una specie di Comune, tra anarchia ed Epicuro. Fu costruito con materiali di risulta sopra una vecchia garitta dell’epoca fascista tra i vecchi vigneti semiabbandonati.

Il nome portoghese è da un libro di José Saramago, l’equivalente italiano è la zattera di pietra. Questi vini non sono in vendita: sarai fortunato a bere un bicchiere se convinci il poeta o il vignaiolo Enzo Raso, presentandoti come artista o vagabondo. Allora sarai ospite desiderato, in un mondo di magie, misteri e racconti. Potrai bere e sederti a tavola con loro, raccontando la tua storia.

Al Fieno ora potrai comprare solo il vino delle Antiche Cantine Migliaccio. Emanuele Vittorio e Luciana Sabino producono il Biancolella: la loro avventura in queste difficili terre ha sinora portato il vino del Fieno dai paesi scandinavi fino all’America e al Canada. Viaggiatore riprenderai il cammino e arriverai alla casa-grotta di colui che parlava alla vigna e dava da mangiare ai pettirossi. Giustino Mazzella amava la terra che arava a mano e la vigna, a lui sacra. Come un capo indiano che protegge il suo popolo fino alla morte, così Giustino ha protetto e curato la sua terra, la sua amata vigna, fino agli ultimi giorni. La proteggeva dalla modernità imperante e volgare, dalla violenza dei venti e dallo scorrere inesorabile del tempo. Aveva un diario, segreto, ereditato dal padre, dove ogni anno annotava i giorni della vendemmia, il tempo e le quantità. Giustino è stato un cacciatore, finchè è arrivato a ripugnare anche il solo rumore dello sparo di un fucile; allora tutti i giorni, alla stessa ora, gli uccelli animavano il cortile fuori la cantina, dove Giustino portava loro molliche di pane e semi vari. E’ stato, io credo, il vignaiolo più vicino agli dei: inconsapevole, la sua religiosità era di puro e alto paganesimo. Il suo vino dolce arrivava dall’antica Grecia: dal colore dell’ambra il bianco, dal colore della pece il rosso.

Giustino da vero simposiarca, durante le merende del giorno dava il tempo e la parola. Le merende erano riti. Alle 9.30 i contadini si chiamavano e si ritrovavano in una delle cantine, dove si mangiava ciò che le mogli avevano preparato la sera precedente. Una volta sulla tavola i cibi si dividevano. Ma spesso si cucinava anche, poiché tutti erano bravi a preparare le antiche ricette. Nella cantina sopra il mare, rivolta verso Chiaia di Luna, Giustino Mazzella pigiava l’uva, conservava il vino nelle antiche botti e accoglieva gli amici contadini che al Fieno condividevano la vita tutta.

Anche Silverio Mazzella è stato uomo di grande sapienza contadina. Altruista e magnanimo, aveva una grande preparazione storica pur non avendo terminato le scuole. Era un comunista vero; aveva fatto la guerra, durante la quale era stato prigioniero in Jugoslavia. Raccontava di essersi salvato nascondendosi tra i cadaveri ammassati. Durante la stagione estiva, quando il lavoro lo permetteva, alcuni di loro andavano a pescare, poi tutti insieme si preparavano pranzi ricchi di cibo e di vino. Al fresco della sua cantina o fuori alla loggia sempre luccicante di calce bianca hanno vissuto in allegria Silverio Coppa, Adalgiso Coppa, Ninotto Mazzella, Gioì Albano, Ciccillo D’Arco, Biagio Coppa, Luigi Mazzella e l’allora me giovanissimo, studente liceale al Collegio Barnabita di Napoli.

Pasquale Mazzella è stato personaggio straordinario: grande lavoratore, dalla stazza di uomo vichingo e dalla forza straripante, produceva un grande vino bianco ambrato. Un contadino è uomo esemplare, di grande virtù.

Anche Aldo Michelotti da Trento, uno dei pochi superstiti al disastro di Marcinelle, è venuto al Fieno per coltivare la vigna del suocero Angelo Migliaccio. Aldo, persona buona e di grande compagnia si integrò al Fieno. Divenne uno di noi.

In quegli anni, in quei Simposi, questi ultimi contadini del Fieno mi trasmettevano l’eredità della loro sapienza contadina, la passione per una natura ancora selvaggia, il loro amore per la vigna. Questi uomini sono stati, inconsapevolmente, gli ultimi testimoni di quella cultura contadina arcaica già descritta da Esiodo, Platone, Virgilio. Ricordati di Aristofane, viaggiatore, quando ti racconta che devi bagnare la mente di vino per dire qualcosa di intelligente, o di Ovidio, che col vino prepara i cuori all’amore.

Al Fieno sempre qualcuno ti offrirà del vino. Camminando viaggiatore raggiungerai tra i nascosti sentieri della macchia mediterranea la Punta Fieno. Qui nelle stagioni invernali i venti soffiano forti da Mezzogiorno e da Ponente, perciò la vegetazione cresce bassa e rada. Potrai allora assistere alle forti onde che rompono sulle scogliere oppure osservare la calma quiete primaverile ed estiva della risacca. Tra gli scogli e le alghe noterai il proliferare di granchi e patelle o qualche lumaca marina arrampicarsi all’ombra della marea. La scogliera grigia di trachite basaltica ti ricorderà Pablo Neruda, i suoi scogli del Cile, la casa del poeta. Gli scogli che porterà con sé nel suo esilio, nel suo continuo peregrinare.

Non di rado nella primavera, tra questi scogli nerudiani potrai vedere qualche seppia, murena o polpo alla ricerca di cibo. Oppure camminando tra i terrazzi, viaggiatore, vedrai arrivare le quaglie dall’Africa durante le stagioni di passo. Se sei fortunato nella baia di Chiaia di Luna potrai assistere al saltare di delfini, alla ricerca di totani e calamari.

Nel febbraio del 2008 una coppia di balene ha sostato a lungo tra la punta Fieno e il faro della Guardia. Saltavano. Giunte forse anch’esse per ammirare tanta bellezza e godere di questo silenzio.

Viaggiatore, finalmente ti volterai indietro: ti trovi al centro di un palcoscenico, sei a Punta Fieno. Ogni cosa ti circonda come gli spalti di un teatro greco e tu sei l’attore unico della tua vita mediterranea. Qui nel Mito del Mare Nostrum, qui dove son passati neandertaliani, fenici, greci, romani, pirati e imperatori, cortigiani ed esuli, uomini di ogni religione e di ogni arte ed infine l’uomo della modernità, il più pericoloso, che tutto può distruggere.

Ma tu, viaggiatore, sii sentinella e custode di tanta memoria, di tanta bellezza, ovunque tu sia nel mondo.

Riprendi ora con la dovuta lentezza il tuo Nostos.Siediti su queste pietre, che il vento e il mare nel tempo hanno modellato, e ascolta ogni cosa, abdica a te stesso. E’ in te la barca per tornare a casa. Sei tu qui il poeta, l’uomo fatto di parole, ora di essenze e di passato, l’uomo a cui la storia ha concesso di godere di tanta bellezza e mistero.

E nell’ora dei vespri, mentre ritornerai su per la salita che ti riporta in paese, sentirai la campana della chiesa con la rossa cupola borbonica, simile al Pantheon adrianeo. E’questa viaggiatore, la tua Ora di Barga, il suon dell’ora, il ritorno al cantuccio nella tua anima dopo tanto vissuto, la voce che persuade. Ritornerai alla tua dimora con le voci pascoliane. E’ l’imbrunire: la via lattea s’esala nel cielo, per la tremola serenità.

Ora non dimenticherai più il tuo inatteso viaggio in questo non-luogo. Portalo con te come il più bello dei segreti da custodire. Condividilo con quelli che sono come te, viaggiatore, con gli uomini che di queste rive mediterranee hanno fatto la loro vera patria. La vera patria esiste là dove vivono uomini che si assomigliano.

Una patria è una terra di valori umani e di culture condivise, di sentimenti e di emozioni, di lavoro, di gioie e dolori, di amori e passioni. Questa patria ha una sola madre: la madre mediterranea. Queste braccia fatte di terra e di mare, di dei e di uomini, di desideri essenziali, di donne e bambini, da Genova ad Odessa, da Marsiglia a Istanbul, sono l’abbraccio di un solo popolo, di un solo identico essere umano: e quello sei tu viaggiatore.

Fai vanto di conoscere il significato ultimo delle cose, il senso e la bellezza dell’esistenza. Hai camminato in un non-luogo, hai conosciuto i suoi misteri e l’incanto, hai immaginato ogni oltre, ora hai aperto ogni campo del possibile. Il Fieno, questa terra, ti ha fatto conoscere un’utopia. Ti ha tolto la maschera della civiltà per farti riscoprire più libero.

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La vigna di Odisseo

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L’isola ha un nuovo eroe, chiesta una medaglia per Cristo

Ponza ha un nuovo eroe: Giuseppe Cristo.

Come si nota dalle immagini riprese da una delle telecamere di sorveglianza del pontile “Ponza Mare”, mercoledì scorso dopo l’esplosione e l’incendio che in porto ha avvolto un motoscafo, è stato il 41enne ad evitare il peggio.

Cristo, impegnato in “Ponza Mare”, sposato e padre di tre figlie, musicista e impegnato nel sociale, ha saputo subito lucidamente cosa fare, allontanando dal motoscafo la pompa della benzina.

L’isola ha un nuovo eroe, chiesta una medaglia per Cristo

“Non vogliamo immaginare cosa sarebbe successo se le fiamme avessero dato fuoco alla pompa a meno di un metro da essa – ha affermato Antonio De Luca, della stessa Ponza Mare – e quindi ai serbatoi della benzina ubicati sotto al manto stradale sotto le case del porto. Giuseppe col suo solo coraggio è riuscito ad evitare una catastrofe inimmaginabile. Beirut insegna. Inoltre il nostro eroe incita le persone ancora sulla barca in fiamme, prese dal panico, a gettarsi in mare e quindi a salvarsi. Per questi motivi si chiede alle autorità del Comune di Ponza e della Regione Lazio di insignire Giuseppe Cristo di un’onorificenza con medaglia d’oro al valore civile. Ponza, e non solo, gli deve essere grata. Noi che lo frequentiamo siamo orgogliosi di lavorare con lui e soprattutto di averlo come amico”.

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Dice Tiresia

Tiresia
Chi sei tu? Da quale terra generato…
Da dove arrivi, dimmi il tuo nome 1

Poeta
dove la legge solo
è la notte e il giorno

è la tempesta e il sole
è le stagioni e la passione

dove la legge
è il limite e il possibile
e nessun dio è punitore

la selvaggia bellezza
il vivere la magnificenza
dove l’amore si fa arte

una musa nascosta
mi ha fatto eremita

tra l’arcano oscillare
dei fili d’erba
e il bianco dell’onda

sopra
una terra sorgiva

tra gli scogli
pietre del verbo
dal diritto divino

il mio nome è ancora Nessuno

Tiresia
Che fai lì? È il volere di un Dio? Cosa hai potuto fare?
Quale Ade hai visitato?

Poeta:
È la terra
che muta la sorte

l’imprevisto e l’inaspettato
la rivolta e l’assurdo

l’essenziale della vita
l’Irraggiungibile

il coraggio e la sconfitta
la speranza
e la disperazione

qui parlo
solo con le brave persone
i sogni e le illusioni
il destino qualsiasi
mi è amico
ai morti ho scritto versi
e dedicato gli alti pensieri
coi morti parlo
i vivi sono loro i realmente morti
che nulla più hanno da dire

al dolore della mancanza
ho avuto lacrime
a purificare il viso e gli occhi
e sempre ho accolto lo straniero
la casa ho aperto alle Muse
e la porta non ha chiavi

Tiresia
è quella la terra al confine dell’isola di Circe
maga che trattiene il forestiero,
assetata d’amore
e che tutto dagli uomini vuole
per la sua eterna solitudine

Poeta
gli dei
sono andati via
il mito mi racconta
il loro esilio

ho nostalgia di loro
cosa sarebbero loro
senza di noi mortali
e noi di loro

nella bassa marea
delle sacre scogliere
sono impegnato
a nascere e sparire
e ancora a nascere
e amare e a sperare

quando un poeta si innamora
è il Dio che ama
ma è anche un Dio fallibile

il Mito che svela
l’istante
è eternità

la solitudine di Circe
è la solitudine degli uomini
l’uomo è nato solo
e tale rimane lungo la vita
nella sua miseria
sicché conviene
stare tra le braccia di una donna amata
dopo il tanto vagare
qui dove il silenzio domina
è l’unica salvezza

Tiresia
Qui passò Ulisse disperso da Troia
per volere degli Dei
ed edificò un cenotafio
forse tu conosci il suo rifugio la sua storia
conosci i suoi dei?

Poeta
ho costruito
una casa simile
a quella del padre Laerte
povera e in disparte
lontana dagli uomini
ho gli ulivi e la vigna
passano le rondini
e cantano le cicale la notte
i passeri
fanno i nidi
davanti casa
e i gechi vivono tra le stanze
le voci che parlano nella casa
sono le voci della casa

Qui
tutto ha la lentezza
del tempo primitivo
della meraviglia
del luogo estremo
ascolto le voci della terra
degli uomini saggi
e la virtù non mi abbandona
ho piantato le rose per una Musa

una biblioteca
come un paradiso deve essere
ci ho messo il dubbio
così all’intelligenza ho dato un nome 2

Tiresia
Cosa ti trattiene a stare lì,
non dirmi che ti fermerai in quella terra stregata?

Poeta
Qui ho una via d’uscita
dal tempo

dalla condizione umana
ho la visione del mondo
che vuole essere realtà
qui vive Utopia
tra le maghe la più bella
la strega ultima

qui vive nostalgia
nostalgia è rivolta

Tiresia
Cosa pretendi di vedere da questa poca terra?

Poeta
un veggente, mi ha detto che dal mio villaggio posso vedere quanta terra si vede dall’universo, per questo il mio villaggio è grande come qualsiasi altra terra, perché io sono della dimensione di quello che vedo e non della dimensione di quello che sono, è dentro di noi che un paesaggio ha il paesaggio 3
.
Tiresia
Non hai nostalgia del tuo navigare
del tuo vedere, il mare e le rotte e le isole,
le paure e le gioie della conoscenza, delle scoperte

Poeta
Penso ai miei viaggi
li vivo fortemente
spesso
come se stessi
ancora in quei luoghi

questo rifugio
è la mia biblioteca
i libri profumati
gli arnesi del pensiero

qui ho stipato lo stupirsi
la soddisfazione della fatica
il cambiamento del tempo
il timore degli accadimenti
l’entusiasmo dell’attesa l’incontro ogni volta
con la mia musa
la meraviglia dell’etica e della scelta
la nostalgia
già è oggi

ogni luogo abbandonato
resta in attesa
di qualcosa
ed io sono qualcosa
il Nessuno che porta il tempo

Questo
è il non-luogo
che mi porto dal mare
dai naufragi
dai confini della terra
dai confini del pensiero
una chiglia della nave
le mani callose sugli scalmi
a sudare sui remi
a tendere e rattoppare vele
dove i mari si mischiano
e l’uomo nulla può

ripartirò quando una voce
dell’oltre mi chiamerà
dal silenzio delle origini
dalle profondità dell’Io
a camminare ancora
per altre terre
con una Musa
una speranza al mio fianco
tra nomadi gentiluomini
del mediterraneo
di questa vita mortale
Tiresia tu già sai tutto di me
ed io nulla agli Dei devo
e agli uomini diedi dolore
nella passata gioventù
ma da loro ebbi il perdono
per questo non dirmi profezie
che la vita non mi dia
la serena virtù
nel tempo immutabile
io non ho più vendette da consumare
né perdoni da distribuire
la dimenticanza e la lontananza
sono l’unica vendetta
e l’unico perdono 4

Tiresia
Vuoi essere l’uomo della fuga, della sconfitta, non è da te?

Poeta
Ci sono sconfitte
che hanno la dignità
più alta delle vittorie
qual è il limite
tra sconfitta e vittoria?
La fuga è per salvarmi dalla tirannia

lasciami al Fato
e tutti insieme godiamo
i doni di Dioniso e di Afrodite le gioie

Tiresia
chi è quel demone che al tuo pensiero
infonde parole
di virtù

Poeta
La saggezza sta nel Mito

Tiresia
Se il tuo nome è Nessuno, Itaca ancora ti attende….

Poeta
un veggente mi disse:
forestiero sarà lungo il viaggio per Itaca,
augurati più lungo possibile
e mai scompaia dal tuo pensiero il nome,
non affrettare il viaggio.
Forestiero è Itaca la strada che devi percorrere,
il tempo non ti compete.
Itaca è il viaggio. 5

1 da Omero
2 da Luis Borges
3 da Fernando Pessoa
4 da Giorgio Gaber
5 da Costantino Kavafis

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Leucotea ritorna a Ponza Un’altra vita è possibile

Con i “Dialoghi con Leucò” Cesare Pavese indaga e riafferma l’irrinunciabile appartenenza dell’uomo al mito: un mito che ci appartiene e ci eternizza. Pavese -come, tra gli altri, Borges e Camus- attraverso il mito, analizza le angosce e le esperienze dell’uomo moderno. Non può esistere l’uomo senza la costante ombra del mito. Uomo e mito camminano insieme. Il mito è l’origine della vita: al primo vagito dell’uomo, il verso è già mito. Il mito dissolve e trascende lo spazio e il tempo, intreccia le sorti della vita e ne fa il destino dell’uomo.
Così Pavese traspone nella modernità e nell’attualità della vita contemporanea la mitologia greca. Egli aggiorna e rivitalizza il mito, dando parola ad eroi, streghe e dee.
Anche Pier Paolo Pasolini -con opere quali ad esempio l’Edipo Re- utilizza il mito per spiegare la realtà e denunciarne le storture, i limiti. Gli stessi Pasolini e Pavese si fanno mito.
Eppure Il mito non mi affascina e coinvolge solo dal punto di vista poetico e letterario, ma anche filosoficamente dal punto di vista esistenziale, come presenza continua nella vita reale. La vita è mito, il mito è la vita. Il mito ed io abbiamo la stessa casa. Mi appartiene anche attraverso l’esistenzialismo di Albert Camus ed Ernesto Sabato.
Alcuni anni fa trovandomi nei pressi di Corinto ho visto un vaso in ceramica che riportava l’immagine di un Ulisse salvato dalla dea Ino, come raccontato da Omero nell’Odissea. La dea che salva Ulisse e lo fa sbarcare sull’isola dei Feaci, da cui poi raggiungerà Itaca. Col tempo il nome della dea Ino diviene Leucotea. Leucotea è una divinità marina greca, letteralmente “Dea bianca”, colei che viaggia tra la spuma bianca delle onde. Leucotea è la protettrice dei naviganti e di tutti coloro che attraversano i mari e raggiungono i porti. In ambito romano questa divinità viene poi associata alla Mater Matuta, la madre di ogni cosa, l’aurora, la luce, colei che protegge. Spesso la dea viene rappresentata con un bambino in braccio, dea genitrice che protegge l’essere umano. Molte erano le donne che pregavano la Mater Matuta per avere figli o maritarsi.
Ho iniziato a ricordare la figura di Leucotea con attenzione quando ne ho rivisto una raffigurazione al museo etrusco di Villa Giulia e mi sono immerso in una straniante dimensione. Mi è accaduto quello che avevo già sentito -per dirla alla Dumas- la prima volta al Museo archeologico di Napoli: quello che fino a qualche minuto prima era solo arte, forme pure e primitive, erano diventate realtà viva, quotidiana e totalizzante.
L’archeologia moderna e le ricerche degli ultimi decenni hanno rinvenuto lungo tutto il Mediterraneo e anche lungo il litorale laziale vari templi con statue ed altari dedicati alla protettrice dei naviganti, appunto la Ino-Leucotea omerica. Greci, fenici, romani e non solo, pregano e innalzano templi lungo le rive mediterranee alla dea Leucotea.


Sappiamo, grazie ai più recenti studi, che l’isola di Ponza in epoca greca e soprattutto romana, non ha avuto soltanto un’importanza strategica in quanto snodo commerciale e militare, ma anche in quanto meta prediletta di imperatori e aristocratici dediti all’otium.
Purtroppo successivamente Ponza è stata depredata di tutte le antiche ricchezze per opera di pirati, invasori e monaci -insofferenti nei confronti di quanto non apparteneva all’elitaria verità monoteista-, per poi essere abbandonata all’incuria dell’attuale classe dirigente. Nonostante sia giusto constatare che qualcosa di importante in tal senso era stato intrapreso dalla giunta del precedente sindaco Piero Vigorelli, nel tentativo di conservare quanto rimane di un importante patrimonio identitario e renderlo fruibile alla collettività. Di 800 anni di storia prima di Cristo e dei 500 successivi anni niente rimane, se non minimi resti, soprattutto nell’apparato delle cisterne che rifornivano acqua alle flotte romane e nelle vasche di allevamento dei pesci. Ma il mare ha conservato abbastanza bene alcune navi romane, greche e fenicie e delle loro mercanzie utili per capire l’importanza dell’isola di Ponza nei traffici mediterranei.


A Ponza negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, molti di noi ragazzi passavamo gran parte del tempo per strada o per mare. Scorrazzando e giocando per le strade del paese, capitava di imbatterci in grotte ed edifici abbandonati, semiaperti, luoghi dal sapore quasi mitico, in quanto luoghi di incerta identità per i bambini di quelle generazioni. Così, spesso ci avventuravamo in grotte ignote e buie, spazi dominati da insolite forme architettoniche e dal silenzio, come fossero abitati da creature immaginarie. Questi luoghi misteriosi -tra cui le famose grotte di Pilato, antiche peschiere di età augustea- diventavano luoghi di esplorazione e di sogno. Avevamo solo il bisogno ancestrale di scoprire e conoscere l’appartenenza all’ignoto, alla meraviglia, al regno dell’indicibile, in un territorio che ci apparteneva. Era un inconscio apprendimento del mistero e della bellezza.

Una di queste spelonche abbandonate si trova ancora oggi, anche se chiusa, a pochi passi dalla spiaggia di Sant’Antonio, a poche decine di metri dal tunnel. Questa grotta ha una e struttura architettonica per cui si può ipotizzare fosse un antico tempio, anche se ormai del tutto spogliato: un tempio a pochi passi dal mare. Parlando con il Dott. Vincenzo Bonifacio -autore dell’importante libro “Pontio, l’isola di Pilato. Dal mito alla realtà” (Ed. Vianello)-, e con l’architetto Giuliano Massaro, anche lui autore di autorevoli libri sulla storia di Ponza, abbiamo convenuto sull’ipotesi della grotta-tempio, dedicata per la sua prossimità al mare a una divinità marina, con molta probabilità alla dea Leucotea. Situata a pochi metri dal mare in uno dei porti più centrali del Mediterraneo occidentale, era vitale per il popolo la presenza di una divinità che assicurasse coraggio e destino felice ai marinai e viaggiatori etruschi, fenici, greci e romani, considerando anche che ne esisteva un altro nella non lontana Cerveteri. Inoltre la presenza di importanti ville nella strada sovrastante la grotta e la presenza della grande villa di Augusto a punta Madonna, con annesse peschiere per l’allevamento del pesce, supporterebbero tale ipotesi.
Alcuni anni fa ho fatto costruire, al mio ritorno dalla città di Volubilis -città fondata da Annibale e poi rifugio di Marco Aurelio- un piccolo altare tra i vigneti del Fieno, con pezzi di ruderi di età romana, abbandonati nelle varie discariche dell’isola, e vi ho posto l’immagine della dea Leucotea nuda, così come l’avevo vista sul vaso di Corinto. Svestita perché le sue vesti erano diventate le vele della zattera di Ulisse durante un naufragio.
Inoltre sul tetto di casa ho scritto in greco omerico “Ino Poiemata” -il fato ha voluto perpendicolare e a pochi metri dal presunto tempio-, a ricordare quanti scampano alla furia del mare. Il destino ha voluto anche che a pochi metri dalla mia abitazione e della grotta-tempio vi abitò durante il confino fascista il socialista Sandro Pertini, successivamente Presidente della Repubblica.
Mare di ieri e di oggi, mare di sempre. Mare metafora della vita. Leucotea è ancora qui. Un altra vita è possibile per tutti. Il Mito resiste. Col mito percepiamo la realtà tramite il sogno e il sogno serve per una vita migliore, per perpetuare la nostra presenza. E spesso la storia può tornare indietro, come ebbe a dire il prof. Luciano Canfora. Il mito muove la storia, rende visibile l’invisibile. E nell’anima può accadere di tutto.

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Opera sulla strada del Fieno, su resti del naufragio della Lusitana.

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A volte ritornano

Sopra una stretta
striscia di terra
alta

dal mare
a sud e a ovest
la protegge una scogliera

a nord una collina
da dove arriva
la tagliente pietra
di lava
servita a costruire
gli spessi muri

davanti solo il mare
e l’Africa
il Maghreb
a 500 miglia

la terra vulcanica
è di buona qualità
per la vigna
il fico e il gelso

tra gli scogli
abbondano
legni di straquo
serviti a fare il tetto
e a reggere la vigna

l’acqua arriva dal cielo
e sul tetto cadendo
riempie il pozzo

intorno ai margini
a sud della casa
ci sta il cimitero dei cani

due altari
adornano il giardino
a Venere e Leucotea
in travertino e marmo rosa

ai lati due cipressi
a guardiani

gli ulivi
ai lati dei muri
proteggono la casa
dal cocente sole estivo
e dalle forti burrasche
d’inverno da libeccio

le colonne sul mare
portano le erme
di Omero e Atena

intorno
resti di naufragi
e mercanzie di viaggi

ogni ferro
qui è arrugginito

il sale lo raccolgo
tra le pozze
degli scogli
dove l’onda arriva

nelle stagioni
ogni giorno
tutto è abitudinarietà

il raglio degli asini
il canto dei galli
il lavoro
di qualche uomo nelle vigne

100 mila anni fa
il mare non c’era
e l’ uomo
ci veniva camminando

ci portava l’ossidiana
l’opera primitiva
la meraviglia
il viaggio e la fatica

dormiva
in spelonche di tufo

le terre e i mari
e nessuno
aveva un nome

solo il primitivo pensiero
e le gesta
dominavano
sulla terra irreale

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Da La Stampa

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Addio a Pietro Patalano, muore giovane chi è caro agli dei

Socrate parlando della virtù si riferiva al sommo bene.

Vivendo su un’isola, talvolta, colui che è disposto alla virtù ne acquisisce in una dimensione che supera la logica, attraverso la prossimità della natura, delle sue manifestazioni, anche le più primitive.

Così eleva la propria coscienza e la propria dimensione etica.

Penso a quei filosofi, poeti, politici illuminati, che tra le isole dell’Egeo e della Magna Grecia svilupparono le fondamenta del pensiero, lasciandolo in eredità per i posteri.

Ci sono uomini di grande virtù che ho incontrato nel mio vagabondare per il Mediterraneo.

L’isola di Ponza in questo Tirreno moderno non fa eccezione.

L’isola ha avuto ed ha ancora uomini e donne di grande virtù.

Queste persone, uomini di terra e di mare, assolvono ad un ruolo di cui spesso non hanno consapevolezza: contribuiscono a costruire e tramandare l’identità del Mediterraneo.

Tra queste persone ricordo Pietro Patalano, prematuramente scomparso in questi giorni.

Muore giovane chi è caro agli dei: così il greco Menandro scriveva attorno al 350 a.C. per tentare di dare senso a un dolore troppo grande.

Un dolore che la ragione non può comprendere e accettare.

Così, anche Giacomo Leopardi affrontò con sublimi versi il dramma di una scomparsa prematura: Muor giovane colui ch’al cielo è caro.

Pietro Patalano è partito per l’ultimo viaggio.

La sua guerra è finita. In guerra come nella vita non si perde né si vince.

La vita è un miracolo e tutto sta intorno a questo miracolo.

Persona perbene, di grande statura morale con una etica appartenente alla vecchia sapienza contadina.

Figlio e nipote degli ultimi grandi pescatori di antiche tradizioni, scelse di vivere tra i campi coltivati e i vigneti.

Una terra da zappare, seminare e curare, per avere un rapporto con la vita, con la natura sempre più vicino all’essenza di un primitivismo ancestrale.

Pietro aveva mani sapienti, mani di colui che coltiva la terra, ara i solchi e sgozza, come un sacerdote antico che immola l’agnello all’altare degli dei.

Non ha conosciuto il poeta Virgilio, glielo raccontavo io.

Gli dissi che viveva come un poeta arcaico, nei suoi campi coltivati, tra i suoi animali, con le caprette che custodiva, allevava con entusiasmo e amore.

La vita di Pietro è vissuta nella pace del silenzio della poesia greca e poi romana, in quel ridente villaggio di Santa Maria.

L’avrebbe conosciuto il divo poeta latino Orazio starebbe nei suoi versi.

Pietro amava la vita campestre, quella della pace e dei pensieri profondi, del parlare sottovoce col sorriso che illumina e dà gioia di vivere, serenità nel gesto quotidiano del vivere con la sua famiglia, con gli amici, a cui dava un valore non facilmente riscontrabile in questo mondo di oggi.

Per lui l’amico era sacro come per i Feaci fu l’ospite Ulisse.

Una persona di grande cultura che aveva acquisito da autodidatta.

Non conosceva la filosofia della scuola, ma conosceva il pensiero marxista.

Aveva sposato con l’entusiasmo giovanile la cultura socialista e della classe operaia.

Era un comunista convinto, non aveva interessi personali, ma condivideva il pensiero e la visione di un mondo diverso per un’umanità più giusta e la pace tra gli uomini.

Al figlio regalai le poesie di Ernesto Che Guevara.

Pietro Patalano era tifoso milanista, il Milan era per lui una ragione in più.

Conosceva il calcio, che praticava da ragazzo, tra gli sterrati campi della sua contrada. Amava il calcio nella sua massima estetica del bel gioco e dell’eleganza.

Pietro, appena superati i cinquant’anni se ne va dalla sua famiglia, dagli amici, dal suo mondo virgiliano fatto di silenzio, umanità, gioia campestre.

Ci lascia da poeta inconsapevole. Ci lascia la sua grande dignità, la semplicità della saggezza di chi ha da dire qualcosa. E quando muore un poeta o un uomo di virtù siamo tutti più poveri, tutti più soli.

In un’isola sono pochi gli uomini di saggezza.

Gli amici piangono la scomparsa del giovane Pietro.

Ora più che mai la comunità isolana, quella dei grandi principi e dell’etica che serve, sarà sempre più povera nella sua identità, che lentamente si sgretola. Inesorabilmente al Fato.

da h24notizie.com

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