Le mie pubblicazioni

Ho una sola patria, il Mediterraneo che scrivo.
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Giornale di bordo, il sogno e i nuovi versi del ponzese De Luca

Sono tanti gli spunti per un poeta e i sogni sono tra questi.

E’ stato così che Antonio De Luca, di Ponza, sognando l’Antigone di Sofocle ha trovato l’ispirazione per i suoi ultimi versi.

Il poeta è tornato ai giorni trascorsi a Buenos Aires e alla rilettura di quell’opera all’interno della nota libreria Ateneo.

Da lì, al risveglio, quella voglia irrefrenabile di prendere carta e penna, facendo prendere forma a “Giornale di bordo”.

Fuggitivi e invisibili
chiamati a dire
della perfezione divina
e la miseria umana

a raccontare di Antigone e Medea
di Odisseo e Itaca

il diritto naturale
il diritto indiscutibile

stiamo per isole
o isolate strade di città
ben nascosti
raccolti in silenzio

pietre ammassate dal tempo
ai margini degli abissi

dove la vita
ci appare

erranti
di esistenze inquiete
scriviamo
la parola e il verso
parole di preghiera e amicizia
di solitudine e amore
la rabbia e l’insurrezione
la vita umana

resistere resistere
liberi e lontani

imploriamo il Fato
la cultura antica
il tempo e l’abbandono
la dimenticanza
le cose e la bellezza
il Mito

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De Luca e le riflessioni a Ponza sulla nuova tirannia descritta da Onfray

Riflessione sul libro “Teoria della dittatura” del filosofo francese Michel Onfray, appartenente alla corrente dell’edonismo e del post-anarchismo.

Nel libro Teoria della dittatura, Ponte alle Grazie editore, il filosofo francese Michel Onfray, che da sempre seguo, nell’analizzare le due opere di George Orwell, 1984 e La fattoria degli animali, ipotizza uno scenario dell’oggi, con una razionalità e lucidità analitica disarmante.

Mi viene da pensare come mai non l’avevo tenuta precedentemente in considerazione, questa analisi di Onfray, avendo già letto la maggior parte dei suoi libri.

Forse mi era sfuggito George Orwell, letto già da molto tempo.

Ma i filosofi arrivano dove una semplice mente umana non può vedere, o arriva leggermente più tardi.

E questo nonostante abbia continuato a interessarmi con cura e approfondimento di filosofia dal tempo del liceo. Quindi da 50 anni.

Certamente conoscendo Onfray e condividendo molto del suo pensiero, la sua analisi la tenevo nello stomaco o vagava nella mente come un nomade nel deserto.

Ma ci voleva questo suo ultimo libro a farla uscire alla luce del sole, in modo così libero e sconquassante. Illuminante. Entusiasmante e chiarificatrice sulla nostra condizione di individui di questa attuale società.

Diciamo che ho preso coscienza in modo filosofico di ciò che Onfray negli ultimi tempi scrive.

Il pensiero si è interiorizzato per dirla alla Ivan Illich, altro mio filosofo di vecchio riferimento. Quindi si è fatto esistenza.

Per prendere coscienza di un pensiero, bisogna che questi dentro di noi si faccia esistenza, diventi materia di vita.

Alcuni anni fa il Corriere della sera, diretto da Paolo Mieli, pubblicò un libricino sul filosofo francese, che ben presentava la sua idea del mondo e del pensiero corrente.

Rimasi sorpreso da questa iniziativa del Corriere.

In estate incontrai Mieli, con Gianluigi Nuzzi, nel mio rifugio di Ponza davanti ad un bicchiere di vino Utopia e un accurato piatto di spaghetti con calamaretti.

Mi fu naturale chiedere a Mieli il perché di quella iniziativa del Corriere, considerando le posizioni politiche del filosofo.

Iniziammo così a disquisire sulla filosofia di Onfray con il giusto entusiasmo.

Ci dava una mano il rosso di Utopia. Socrate prima delle lezioni era solito bere vino.

Michel Onfray attualmente nei suoi ultimi libri si definisce un anarchico-socialista.

Dopo essere stato il filosofo dell’ateismo filosofico e lo è ancora, un anarchico individualista e cultore dell’edonismo, del piacere. Proprio della tradizione filosofica greca epicureista, con una fortissima visione libertaria e anticapitalista, supportata da un individualismo esistenziale.

Di Onfray ho condiviso la rivolta dionisiaca e l’esistenzialismo ateo della Scuola di Francoforte.

E tutto ciò traspare ampiamente a tratti nel mio essere poeta, come scrivono i miei critici.

Paolo Mieli con immediatezza disse, oggi Michel Onfray è uno dei più grandi filosofi viventi.

Sicuramente ne abbiamo bisogno per sorvegliare la nostra libertà di pensiero e del suo sviluppo in questi tempi moderni dell’oggi, aggiunsi.

Il pranzo tra di noi avvenne in una conviviale disquisizione sul filosofo. E Mieli si mostrò un bel professore, preparato e illuminista.

Insomma non il Mieli opinionista che appare in televisione, ma il grande uomo di cultura che stimo e ammiro.

In quelle due ore posso dire che facemmo filosofia.

Perché per fare filosofia bisogna essere minimo in due, noi eravamo addirittura in tre.

Come dicevo all’inizio, in Teoria della Dittatura, Onfray rilegge con accurata analisi i testi di Orwell e ne deduce con ragione un accostamento ai tempi che viviamo.

Con anticipo si stanno avverando le previsioni di Orwell.

Dove il mondo sta andando, anzi dove precipita? E cosa sarà di quest’uomo cosiddetto civilizzato? Si chiede il filosofo di Caen.

Onfray il filosofo denuncia, anzi io lo sento gridare: in Orwell troviamo innestato un particolare discorso filosofico che ci porta a riflettere su quanto la nostra epoca sia un’epoca anch’essa di dittatura intesa nel senso di tirannia di minoranza.

Orwell ci parla del potere, del totalitarismo, della natura umana, ma anche e soprattutto della nostra modernità: dell’ipocrisia del linguaggio, della polizia del pensiero, del ricorso al politicamente corretto, della costruzione dell’opinione pubblica attraverso i media di massa, del controllo della vita attraverso la televisione, della distruzione del linguaggio, della riscrittura della Storia, della fabbricazione dei nemici mediatici, della diffusione delle notizie false, del governo delle élite, dell’estromissione del popolo dai centri di potere, dell’invisibilità del vero governo, dell’impoverimento linguistico, dell’abolizione della verità, della eliminazione della solitudine, dell’esultanza da dimostrare in occasione di feste obbligate, della riassegnazione di edifici ecclesiastici, della distruzione dei libri, della relegazione dei poveri ai margini delle città, dell’industrializzazione della produzione artistica, dell’organizzazione delle frustrazioni sessuali, della gestione dell’opposizione, dello sfruttamento del progresso a scopo di dominazione, delle mire imperialistiche, dell’insegnamento di una lingua unica, dell’abbassamento del livello d’istruzione generale, della riduzione di ogni pensiero critico a pensiero psichiatrico, dell’indottrinamento dei bambini, della negazione delle leggi della natura, della creazione di una realtà fittizia, della soppressione della bellezza, dell’invisibilità del potere, dell’eliminazione dell’ultimo uomo.

Mi sembra che tutto ciò si stia avverando e in parte si sia avverato.

Già si vive in questa organizzazione della società.

Quando tempo all’uomo rimane? La nostra non è più una società libera.

L’Europa è ora l’impero orwelliano.

L’impero di Maastricht come scrive Onfray. A mio avviso con grandi ragioni.

Un nuovo tipo di totalitarismo si sostituisce ai vecchi totalitarismi. Dittature che forse non si sono mai estinte.

Come si sta attuando questo nuovo totalitarismo? Con la distruzione delle libertà personali, l’impoverimento della lingua e della cultura, con l’abolizione dei classici, l’emarginazione della filosofia e della poesia, cancellando le parole e il passato, diffondendo notizie non veritiere, strumentalizzando la stampa, creando realtà fittizie, l’abolizione di ogni verità, la soppressione della storia, cancellando il passato e inventando la memoria, la negazione della natura, l’indottrinamento diffuso, l’uniformare il pensiero, la riduzione in schiavitù attraverso il progresso e la manipolazione di ogni forma di informazione.

Basti pensare che in Italia si va a votare secondo la Costituzione e dopo qualche mese il Presidente della Repubblica nomina un capo di governo non eletto dal popolo né presente in Parlamento.

E tutti i partiti e gli schieramenti politici si piegano e asservano al nuovo padrone.

Finiscono le idee, i distinguo, e le diversità.

Si abolisce ogni opposizione, ogni pensiero critico.

La stampa fa da segreteria al potere.

I sindacati si nascondono.

Ogni forma di controllo della democrazia si affievolisce e si piega al Comandante migliore di turno dell’Impero nascente.

O forse questo Impero è già nato e non ce ne siamo accorti del tutto, e ne siamo poco consapevoli.

Ci siamo arrivati a questa tirannia, denuncia il filosofo Michel Onfray. Non è il solo a prendere coscienza di ciò, e non deve essere il solo. Non può essere il solo.

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Non è questo il mio nome, i nuovi versi del ponzese De Luca

Riceviamo e con piacere pubblichiamo i nuovi versi scritti dal poeta ponzese Antonio De Luca, che ancora una volta esprime il disagio dell’uomo di cultura davanti alla deriva della società odierna e l’unica consolazione data dalla letteratura.

Nell’ultima poesia di De Luca traspare inoltre, come sempre, il forte attaccamento alla terra e alla sua isola, Ponza, alla casa isolana da sempre suo rifugio e a quel Mediterraneo che la circonda.

Non è questo il mio nome

che ci faccio qui
ad essere sorvegliato
in questo mondo conosciuto
in questa ragion d’essere

chi mi chiama

non è questo il mio nome

non sono io
io divenni un altro
e un altro ancora

A questi giorni
ho ridato gli Dei

a questo spazio reale
i tanti di me

mi prendo
il tempo e la materia
l’idea è la vita stessa

la casa dell’infanzia
mai la lasciai

sto su questa terra
a ipotizzare
con chi e per chi
se poi tutto svanisce
e Nulla è

la mia attività unica
è sognare
sperare e illudermi

un’isola come ossessione

tra Demoni e Amore
scrivere poesie

quanto basta per vivere
nella solitudine

il volontario esilio

tra città letterarie
a testimoniare di esistere

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De Luca e la storia del Winspeare Monk Jazz Club

Dopo duecentocinquanta anni l’ingegnere Antonio Winspeare ritorna a Ponza.

L’aveva lasciata alla fine del 1700.

Aveva progettato e fatto costruire il porto, la chiesa, la passeggiata, le opere pubbliche.

Il suo porto, un esempio urbanistico di razionalità e bellezza creativa.

Tutto del Winspeare è ispirato all’arte classica romana.

Ispirato alla Pompei che veniva fuori dalle ceneri del Vesuvio. All’Atene di Adriano.
Ma cosa trova adesso Antonio Winspeare, cosa è rimasto della sua ragione, del suo pensiero, delle sue opere. Trova, dopo appena due secoli. uno scempio totale. Cenere.

Completamente distrutto negli anni il suo vecchio progetto. Ne rimane la forma esedra del porto. La magia di un Mediterraneo. Il pensiero winsperiano nelle strutture portanti del centro storico.

Il convegno sulla figura dell’ingegnere Antonio Winspeare e la sua importanza storica è giustamente organizzato dalle varie associazioni culturali e politiche presenti nell’isola. Un atto dovuto alla cultura mediterranea del Mezzogiorno, alla sua storia. Un sentito grazie all’organizzazione e ai professori presenti. E soprattutto agli eredi Francesco ed Eduardo.

Tutti nella sua chiesa, a parlare di Lui e della sua ragione urbanistica con studiosi e storici.
Una chiesa che pensò a forma di un piccolo pantheon. E che l’uomo barbaro e brutale del primo novecento, ha rovinato con varie aggiunte, fuori da ogni logica e sentimento religioso. Oggi una cosa simile sarebbe improponibile.

Purtroppo la chiesa oggi è in uno stato di assoluto degrado che mette a repentaglio la sua stessa struttura. La chiesa del Winspeare è decisamente in pericolo.
Urge l’intervento dello Stato. Ed anche per questi motivi l’evento di questi giorni acquista a mio parere una grande importanza culturale.

Fa sempre bene all’uomo parlare e riflettere sulla storia. Denunciare le assenze delle virtù e della giustizia. Osannare la gloria. Soprattutto quando ci sono le persone giuste a dettare conoscenze e pensieri. Studio e meraviglia.

Da quando venni a conoscenza dell’Urbanistica di Antonio Winspeare, e del suo pensiero, negli anni 70, me ne innamorai. Fui conquistato dalle sue ragioni. Dalle forme di quella urbanistica destinata all’uomo.

Non azzardo a dire che Winspeare e Le Corbusier hanno una qualche comune radice. Antonio Winspeare fu anche un traduttore di Anacreonte, e scrisse un libro sulla eruzione del Vesuvio del 1794. E questo mi affascinava.

Purtroppo ho notato che durante l’evento nella chiesa da lui progettata, molte persone dormivano e molte stavano a chattare o a guardare il vuoto in attesa di chissà cosa. Forse a far passare il tempo. Anche l’acustica aveva difficoltà a raggiungere tutto il pubblico. Ma ogni discorso sull’ingegnere scorreva bene a illustrare la sua arte, il pensiero, la sua storia.

Illuminante l’intervento di Edoardo Winspeare. Questa la dice lunga sul pubblico presente in certe manifestazioni culturali. Non sempre il pubblico rappresenta l’importanza dell’evento a cui assiste.

La manifestazione mi ha dato modo di incontrare gli eredi dell’ ingegnere Antonio Winspeare. Sono stato felice ed entusiasta di trascorrere con loro le poche ore.
Ci siamo ripromessi di incontrarci presto. Considerando i molti interessi che ci accomunano, e l’amore per la nostra terra.

Nel 1985 a Ponza fondai il Winspeare Monk Jazz Club. Un locale alle banchine winsperiane facente parte dell’urbanistica del porto. Eredità della famiglia materna.

Innamorato dell’architettura di Antonio Winspeare, e soprattutto di quel piccolo pantheon, che era la chiesa circolare con la cupola a scaglie di argilla rosse. Decisi così di intitolare all’ingegnere il locale ad archi concentrici che avevo restaurato. Rispettando le linee guide del suo pensiero. Per me quella chiesa che apre il camminamento sul porto, rimaneva e rimane un pantheon.

Gli archi sulla passeggiata del porto, ora scomparsi, portavano il pensiero alla urbanistica di Pompei ed Ercolano, all’architettura della villa di Adriano a Tivoli, alla biblioteca di Adriano ad Atene. Tutti argomenti che mi appartengono.

Poi Monk Thelonious rimane il mio musicista jazz geniale. E non potevo non dare il suo nome ad un locale che del Jazz avrebbe fatto il marchio distintivo. L’opera prima.

Nel locale avevo fatto fatto restaurare persino una nicchia dai colori pompeiani, sempre di età borbonica. Dentro ci misi cinque lettere in ottone. MOZART era scritto. E sempre una rosa rossa era lì a ricordare il più grande della musica.

Il Winspeare Monk Jazz Club fu un locale che accoglieva viaggiatori, artisti, musicisti e vagabondi da ogni parte del mondo. Si poteva incontrare gente di ogni razza. L’avventura ci abitava.

Velisti che passavano dal loro giro intorno al mondo. Si fermavano a raccontare le loro storie. Artisti potevano esporre le loro opere. Poeti declamare le loro poesie. Si presentavano libri. Libri di poesie erano a disposizione di chi era interessato.

Un pianoforte fuori orario aspettava qualcuno che lo facesse suonare tra il rumore delle onde del mare. Come ebbe a dire il critico musicale Ira Gitler sul New York Times. Il Winspeare Monk Jazz Club accolse grandi musicisti provenienti da esperienze nazionali e internazionali.

Dopo Umbria Jazz molti venivano a suonare al Winspeare Monk Jazz Club. Si accontentavano di piccoli budget.

Il quotidiano Repubblica seguiva il cartellone con recensioni quotidiane. Ares Tavolazzi contrabbassista, fondatore degli Area insieme a Demetrio Stratos, e musicista di Paolo Conte, di Vinicio Capossela, Mina, Francesco Guccini, fu una assidua presenza.

Fabrizio Sferra fu batterista in Italia di Chet Baker. Collabora con Enrico Pieranunzi, Maurizio Giammarco, Lee Konitz. Toots Thielemans, Paul Bley. Fabrizio ha suonato in festival jazz di tutto il mondo, nel 2001 con Danilo Rea e Pietropaoli bassista rappresenta il jazz italiano nella storica Town Hall di New York.

Fabio Zeppetella chitarrista e fondatore degli Area 2. Ha collaborato e collabora con Alfonso Gatto, Lee Konitz, Steve Grossman, Enrico Rava. Un maestro della chitarra. Vanta festival Jazz in tutto il mondo da Osaka ad Abu Dhabi. Con Zeppetella e Sferra ci siamo frequentati anche dopo. Negli anni che vissi a Roma.

Dario Deidda è uno dei più grandi bassisti del mondo. Con lui ebbi un rapporto speciale. Taciturno ma simpatico e di grande spessore. Un intellettuale. Venne a Ponza dopo aver suonato con Michel Petrucciani. Vantava un alto curriculum. Suonava con Marcus Miller, Pino Daniele, Ivano Fossati, Tom Harrell, Vinnie Colaiuta. Ricordo che al mare si nascondeva tra gli scogli. Il sole forte gli dava fastidio. Dario aveva un carattere allegro. Metteva buon umore. Piacque subito ad Ira Gitler.

Ramberto Ciammarughi suonava il piano. Un nobile, grande classe. Grande eleganza. Ciammarughi si interessa anche di musica contemporanea.

Ha girato il mondo collaborando con musicisti e cantanti del calibro di Dee Dee Bridgewater, Steve Grossman. John Clark e altri in festival jazz ovunque. A Monaco fece un concerto da solo. Ciammarughi suona in tutto il mondo, dal Giappone al Sud America. È compositore e arrangiatore.

Con questi la notte ci fermavano a chiacchierare a raccontarci storie. Io cucinavo e insieme facevamo l’alba. Bevevamo il mio vino. Loro avevano tanto da raccontare.

Ares Tavolazzi ci raccontò i suoi anni per le strade a New Orleans. Il primo concerto con Paolo Conte. Mi regalò cassette inedite di registrazioni degli Area dove la voce di Demetrio Stratos mi faceva venire i brividi.

Fabrizio Sferra raccontava i giorni vissuti con Chet Baker nel suo ultimo concerto. Tanti altri passarono per il Winspeare Monk Jazz Club. Gli anni son passati e molto ho dimenticato.

In quelle estati degli anni 80, alla solita ora arrivava Lucio Dalla e si fermava fino a tarda sera. Spesso notavo che scriveva qualcosa su pezzi di carta. A volte scambiava frasi con i musicisti e si soffermava a parlare. Qualcuno lo riconosceva e chiedeva un applauso per il maestro. Lucio si alzava e con un accenno di garbato inchino ringraziava.

A notte fonda arrivarono Raul Gardini e la moglie. Stavano ad aspettare l’alba con il sottofondo degli striduli di Miles Davis, la voce di Billie Holiday e Sarah Vaughan.

Gigi Proietti spesso si esibì in Jam session con I suoi amici musicisti.

Il musicista e compositore canadese Howard Jones, Oscar per vari film, collaboratore di Martin Scorsese, venne a sposarsi qui. Io gli feci da testimone tra le note di Ornette Coleman. Venne a trovarmi qualche anno dopo.

Nel mio rifugio a Punta Fieno Howard mi raccontava di Ornette Coleman e Thelonious Monk che aveva conosciuto a New York.

Ira Gitler nelle sere al Winspeare mi parlava di Miles Davis, Chet Baker e Charlie Parker che aveva conosciuto personalmente.

Ira Gitler è uno dei più grandi critici musicali. Le sue recensioni erano dietro i dischi a 33 giri di Miles Davis. Venne a Ponza, gli avevano parlato a Siena Jazz di questo piccolo locale sul porto dove si ascoltava un ottimo jazz. Facemmo grandi e lunghe disquisizioni sul bebop. Il bebop era la musica di Kerouac e della beat generation. Di Jackson Pollock. Dei sognatori americani di allora. Anche il mio. Che scrivevo versi per le strade del Mediterraneo.

Il pittore Mario Tarchetti, uno dei fondatori a Napoli del Gruppo Sud, era un frequentatore del Winspeare Monk Jazz Club. Diceva a tutti che le linee urbanistiche del Winspeare, gli ricordavano il luogo dove si ritrovavano a Napoli quegli intellettuali e artisti che tanto diedero alla cultura italiana. Basta ricordare Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Titina De Filippo, e pittori come Renato de Fusco, Guido Tatafiore, Federico Starnone, Renato Barisani e tanti altri che rivoluzionarono la pittura napoletana. Pietro Tarchetti fu uno di questi.

Lo scenografo ponzese di Bernardo Bertolucci, di Giuseppe Patroni Griffi, di Costa Gavras, Gianni Silvestri ci portava a vedere i bozzetti per l’Ultimo imperatore. Ci raccontava le imprese per girare Il the nel deserto. Una sera ci presentò Debra Winger. Ci raccontarono della scena finale nel deserto marocchino della morte di John Malkovich e dell’entusiasmo di Bertolucci.

Molti pittori di strada provenienti dal sud America e dall’Asia feci esporre tra le pareti winsperiane. Molti giornalisti e scrittori frequentavano il Winspeare Monk Jazz Club. Politici del socialismo napoletano e non solo frequentavano il Winspeare.

Era evidente la mia cultura socialista. Attraeva politici e critici. Il locale nel tempo si fece fucina di un nuovo pensiero politico e culturale ponzese. Naufragò il tutto con il colpo di Stato della Magistratura. La cosiddetta mani pulite. La fine dei partiti e delle idee.
Ma soprattutto il mio bisogno di allontanarmi dall’isola che sempre più mi era stretta. E poi l’isola aveva iniziato a precipitare in un nuovo turismo che non prometteva niente di buono.

La mia partenza per i porti del Mediterraneo fu inevitabile. Lisbona, Marsiglia. Istanbul, Beirut, Tangeri, Barcellona, Buenos Aires mi accolsero. Mi invitarono a vivere ogni oltre. Un cosmopolitismo innato. Queste città mi diedero conoscenza, poesia, amore e cultura.

Il critico e scrittore Vieri Razzini trascorse le sere al Winspeare Monk Jazz Club. Poi mi mandò qualche anno dopo a Lisbona. Wim Wenders girava Lisbon Story. L’aveva intervistato qualche giorno prima per Rai3. Con lui trascorrevo le notti a parlare di cinema.
Di Vender, Fassbinder, Herzog. Del cinema francese. François Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer.

Per circa cinque anni questo locale, che portava il nome di un allora semisconosciuto ingegnere inglese, chiamato alla corte del Re illuminato nella Napoli del 1700. E vissuto alla scuole del Vanvitelli e del Carpi. Portò aspetti di vita di artisti e musicisti dal Mediterraneo di Ponza nel mondo.

Il Winspeare Monk Jazz Club ha fatto incontrare gente da tutti i continenti.

Per l’evento dei 250 anni di Antonio Winspeare ho rincontrato con molta felicità gli eredi Francesco ed Edoardo, a cui sono legato da sincera stima. Nel loro Salento dove hanno scelto di vivere, moltissimo fanno per la cultura.

Presto insieme proporremo nel Salento ellenistico la mia poesia mediterranea e quel Jazz che ci accompagna nei difficili sentieri dell’anima. E che ci dà la tristezza e l’orgoglio di vivere. Serve anche quel nobile sentimento di tristezza per conoscere la gioia.

A Ponza, in Italia e nel mondo, Antonio Winspeare ingegnere alla corte del Regno delle due Sicilie continua a vivere e far sentire la sua voce. Oggi ne abbiamo bisogno più che mai.
Ogni bruttezza ci sta uccidendo. La bellezza può salvarci.

Oggi il Winspeare Monk Club Jazz continua a fare la sua arte in un mondo che cambia.
E non sempre è un mondo migliore in un’isola migliore.

Ma abbiamo sempre bisogno della bellezza dell’arte, della musica e dei luoghi sani. Dove il pensiero ha la possibilità di confrontarsi e crescere in libertà e giustizia.

Quel locale di origine borbonica, nato dalla ragione dell’ ingegnere illuminato, esiste ancora.
E per sempre sarà un’Agorà in mezzo alle onde, tra barche e salsedine, ad accogliere artisti e pensatori. Con musica, whisky torbati, rhum e pesce crudo.

Il Winspeare Monk Jazz Club esiste nel Mediterraneo che l’ha partorito. Esiste tra le onde, in cui le note di Ornette Coleman lo esaltano tutt’ora alla gloria del jazz e della poesia.

Oggi ci sono le nuove generazioni, Simone Cristicchi, Federico Zampaglione, Niccolò Fabi, Pier Cortese, Alessandro D’Orazio, Antonello Aprea. Vauro ci trascorre le sere. Questi bravi artisti sono il nuovo respiro del Winspeare Monk Jazz Club.

Il Winspeare ora artisticamente non mi appartiene più. Lo vivo di ricordi, di quegli anni. Mi appartengono indelebili. Me li conservo addosso.

Al Winspeare Monk Jazz Club Utopia è ancora una speranza. La mia fede anarchica per un uomo migliore è ancora lì. È viva e si fa sentire.

La tromba di Miles Davis e il sax di Charlie Parker, la musica di Joe Zawinul, il Take Five di Paul Desmond e Dave Brubeck, le mani ancestrali al piano di Thelonious Monk, la voce di Nina Simone continueranno a vivere all’aria salmastra del porto di Antonio Winspeare. Solo per l’arte. Solo per l’uomo. Il suo cuore la sua anima.

L’amore per la vita. Il suo esistere.

Il jazz appartiene alla letteratura.

È primordiale. Come la poesia.

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Stirpe Mediterranea, l’essenza di Ponza nei versi di De Luca

L’isola, il mare, la salsedine, la terra dura e bruciata dal sole, come la gente che popola gli arcipelaghi disseminati come perle lungo il Mediterraneo.

Antonio De Luca, poeta ponzese, riesce quasi a far sentire sulla pelle l’aria e la magia di Ponza.

Fa respirare a pieni polmoni quella cultura così affascinante che permea le isole e le coste del mare nostrum.

Millenni di storia condensati in pochi versi, appena scritti, quelli che riceviamo e con piacere pubblichiamo:

Stirpe Mediterranea

sono Isole native di Dei

dove il sole è cocente
e gli alberi
danno resina selvatica

la vite
corre lungo il mare
sopra una rupe
di terra pietrosa

la casa delle stagioni

con giardini di fico
ulivi e il forte gelso

il legno della prua
di Leucotea
che taglia le onde

martoriato di amore
sta il figlio
del vecchio Laerte

l’abbraccio salmastro
il tempo che resta
la felicità sola
l’insubordinazione

la strada la strada
verso la casa del padre

mentre le Muse cantano a turno con splendida voce1

Da Omero, Odissea

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Vendemmia 2021

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“IL FIENO, UNA STORIA SEGRETA DI PONZA” IL LIBRO DI GIULIANO MASSARI E ANTONIO DE LUCA

UNA STORIA SEGRETA DI PONZA: IL FIENO

Il Fieno: una storia segreta di Ponza” è il libro di Giuliano Massari e Antonio De Luca che verrà pubblicato con cadenza giornaliera su Mam-e.it

GIULIANO MASSARI, ANTONIO DE LUCA E IL LIBRO: “IL FIENO, UNA STORIA DI PONZA”

Giuliano Massari, noto architetto romano, e Antonio De Luca, poeta e scrittore sono la memoria di una vita ponzese che non tornerà. Le storie dei contadini, della coltivazione dell’uva, della vita dura dei campi dell’isola di Ponza: ne “Il Fieno: una storia segreta di Ponza” troviamo tutta l’epopea della cultura ponzese. Gli autori si mescolano alle storiche famiglie ponzesi contadine e ne condividono le esperienze raccontandole con una penna ironica e appassionata alle vicende. C’è rispetto nella narrazione e la descrizione di uno spaccato di vita che col passare del tempo è andato perso. Le avventure, la vita agra e piena di sacrifici ma anche divertente ed ironica di cui parla il libro riguarda una Ponza diversa da quella che possiamo visitare oggi. Ciò fa del libro di Massari e De Luca un unicum di storia, racconto e umorismo che si dipana con un file rouge fatto di svariati bicchieri di vino bianco e rosso che Giuliano e i suoi amici ponzesi hanno bevuto per anni e anni.

da Mam-e.it

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Il grande teatro del mare nostrum: il viaggio mediterraneo di De Luca/8

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio

2 I quaderni di Mogador

Dimmi qual è il tuo compito Poeta? Io lo celebro.

Parlare con gli altri di me. Pensai a Pessoa.

Stamattina mi sono svegliato presto. Con questa frase di Rainer Maria Rilke nel cervello. Alla prima luce dell’alba. Dalla finestra vedo una fila di palme nella piazza. Fiancheggiano le mura della Medina di Essaouira. Sento le tortore e i gabbiani. Gli ultimi silenzi di una città che si sveglia. Con il passare delle ore vedo vecchi che si dirigono al porto. Mentre Rilke è ancora qui nella memoria a chiedermi cosa devo fare, cosa dico, a cosa serve scrivere poesie. Potrebbe essere che il mio solo compito sia Vivere.

Da qui il porto dista a piedi 5 minuti.

Iniziano a passare i bambini che vanno a scuola. Molti in gruppetti. Qualcuno da solo. Altri accompagnati dalle mamme. Sono tutti sorridenti. Alcune ragazze portano chador colorati. Da lontano sento una musica venire. È la radio dell’albergo. Vengo sempre in questo vecchio albergo gloria del passato.

Un poeta non può cercare altro. L’edificio bianco e maestoso ha una decadenza voluta. Tutto evoca un passato importante. Si chiama Desdemona. In questa casa ci venne Orson Welles e Rita Hayworth. Chissà se non proprio in una delle stanze dove ho dormito in questi anni. Orson Welles ci abitò a lungo. Stava spesso ad Essaouira. Ci girò il suo Otello. Qui trovò rifugio. A Hollywood tirava brutta aria per i filocomunisti. Per quelli non allineati alla cultura americana.

Otello dopo molte traversie. In America gli bloccarono i finanziamenti. Fu finanziato da Marocco, Francia e Italia. Il film vinse la Palma d’oro al festival di Cannes.

Sono circa le otto, ho aperto la finestra. Da ovest entra un’aria salina, si sente l’odore del mare. Ci sarà la bassa marea. Se è così andranno a prendere i ricci.

Ed io potrò andare tra gli scogli a scovare un po’ di vita di scogliera atlantica.

Ieri sera ho conosciuto una coppia di Lambesc un paesino della Provenza a nord di Marsiglia in viaggio di nozze. Lei conosceva già Essaouira ed è voluta tornarci. Sono simpatici e istruiti. Di mestiere fanno gli skipper per rotte oceaniche. Abbiamo parlato molto. Le affinità tra gli uomini permettono di aprirsi e raccontarsi le storie. Le affinità uniscono le persone. Danno forza ed entusiasmo alla convivenza, ai sentimenti. Ai legami forti.

Mi sono ricordato che fui sposato anche io qualche anno fa. Parlo di trenta anni fa. Lei era una brava donna. Perbene e con una certa eleganza. Un passato con molti drammi. Si portava indelebili cicatrici. Io venivo da una vita irrequieta e disordinata. Il matrimonio lo accettai con convinzione. Ma sempre mi sono sentito un po’ come Puškin. Il grande russo. Anche io come gli esiliati russi a Capri al tempo dei Romanov. All’alba del mio matrimonio nell’isola di Tiberio pensai: ormai è deciso il mio destino, forse un po’ troppo mi affrettai. Come nelle ultime strofe dell’Evgenij Onegin. L’opera di Aleksandr Sergeevič Puškin.

Abitavamo a Roma. Ma io non ero troppo contento di vivere a Roma. Vivere a Roma mi intristiva. La città non parlava il mio stesso linguaggio. La sua storia per me era orrore. A Roma la chiesa cattolica dominava ovunque. E poi sentivo la mancanza del mare. Dopo qualche anno tutto mi era insopportabile. Lentamente stavo entrando in una depressione. Perdevo ogni entusiasmo. Roma mi deprime ancora oggi. Nonostante ogni sforzo non riuscii ad avere con la città un buon rapporto. Fuggivo sempre verso le città di mare.

Erano troppe le diversità tra me e quella donna. Cercavo e desideravo altro. Uno stile di vita consono al mio essere. Mi consumavo lentamente. Tra i mille dubbi pensavo che forse non l’avevo mai amata. O l’avevo amata e non ero cosciente. L’amore pretendeva ben altro da me. Ma le avevo voluto bene. Questo si. L’avevo protetta sempre. E curata. Mi stavo consumando. Il dio amore, mi conduceva ad altro. A Napoli nella vecchia via Toledo una sera di primavera incontrai il mio vecchio professore di Latino e Italiano del Liceo. Forse era un messaggero del dio sapiente Apollo. Ebbi grande commozione. Lui mi accarezzò il viso. Dopo molti anni incontrare una persona tanto importante per me fu un miracolo. Nella città che mi partorì e mi diede la conoscenza capii che dovevo andare oltre. Quel professore Padre Barnabita mi mandò un suo ultimo messaggio. Napoli ancora una volta mi spingeva a riprendere il mare. Comunque con mia moglie fu una bella e degna storia. Su di lei decisi di sospendere per sempre ogni giudizio. E di ricordare solo quel poco di vita vissuta.

In quegli anni di convivenza a Roma tra me e la letteratura ci fu un silenzio che mi pesava. Qualcuno diceva che ero spento e depresso. La famiglia di mia moglie apparteneva ad una ricca borghesia di provincia. Col tempo influì negativamente su di me, anche se con me erano sempre gentili e buoni. Il problema ero io. Lentamente mi allontanai da quel mondo definitivamente.

La poesia mi aveva lasciato solo. La filosofia mi metteva inerme in un angolo. Come un pugile che sta perdendo la sua più importante partita.

Quel mondo borghese, da “gruppo di famiglia in un interno”, film di Luchino Visconti, non era fatto per me. Quella borghesia fatta di apparenze mi stava uccidendo. La fuga era l’unica salvezza. Nulla ormai mi legava a lei e nulla aveva più importanza nel trascorrere dei giorni. Se non la voglia e il bisogno di tornare a vivere. A innamorarsi. Fuggire verso la libertà. Non sapranno mai, queste bellezze da vignetta, questi prodotti avariati nati da un secolo cialtrone, soddisfare un cuore come il mio, scriveva Charles Baudelaire a Parigi. Dall’incontro di quella sera a via Toledo, questi versi mi stavano nella mente come una persecuzione. Un mantra, una legge divina. Un coro greco che ripeteva questi versi all’infinito sempre più ad alta voce fino ad assordarmi.

La fine di una storia comunque lascia ferite e dolori. Ma per me fu soprattutto una liberazione. Così quell’inverno ritornai a Lisbona. Pensando ad Albert Camus. In quell’inverno portoghese scoprii che in me viveva un’invincibile estate.

Mi fidanzai con una vecchia compagna della scuola media. Con lei finalmente potevo parlare di Catullo e dedicarle poesie d’amore. Le leggevo Saffo e Neruda. Dormivamo sotto le stelle. Davanti al faro, dove le berte nidificano. La sera facevamo i bagni nel mare dal colore della notte. Misi la donna finalmente al centro del mondo. L’amore è un Dio. Andammo a vivere un’estate al Rifugio sulla scogliera. Sopra un’isola. Lontano, dove regnava ogni pace. Un ritrovo spirituale, senza confini. Dove vive il pensiero primitivo. E la parola ha ancora un significato. Lei vestiva sempre di bianco. Voleva darmi un figlio. Ma da un anno non poteva più. Questo suo desiderio già mi riempiva. Mi sentivo padre di un figlio desiderato e condiviso, con una donna che parlava d’amore. Sarà la donna della mia vita? pensavo entusiasta. Un amore visionario che mi conduceva nell’oltre. Purtroppo lei è morta un anno dopo. Vissi giorni di grande dolore e smarrimento.

Passò un anno circa. E in un giorno d’estate arrivò lei. L’amore. Allora conobbi il Paradiso e poi l’Inferno. E ancora una volta la resurrezione. Quella vera.

Stamane a Essaouira sono molto felice. Ieri ho notato nuove gallerie d’arte e scoperto nuove strade, nuovi mercati e nuove vite. Sono molto entusiasta. Ci sono cose che mi piacciono, sicuramente sculture in ferro e quadri. Un ebanista costruisce modellini di barche con prezzi accessibili. Se una cosa mi piace la prendo. Decido dopo cosa farne. Un oggetto d’arte è come una storia d’amore.

Riprendo Steinbeck ed esco per la città. Vado ai bastioni a vedere il mare e a trovare l’amico tuareg che si è inventato un negozio di merci berbere. Anche usate. Gioielli e manufatti dai villaggi berberi. Mi offre il tè. Tra il francese e un discreto italiano ci capiamo. Mi fermo nella Medina seduto al sole in uno slargo. C’è una bella aria in questo caffè all’aperto. Tra palme e mura diroccate. Ed anche bella gente. Molti hanno un libro e stanno in silenzio. Non sento rumori, se non i pochi passi della gente e il battito dei becchi delle cicogne. A Essaouira come a Marrakech ci sono cicogne sui tetti ovunque.

Stare qui, ritornare in questi luoghi. Sul porto tra le barche, tra le persone, le case e le piazze è raccontare. Sono spazi per scrivere. Scrivere è ricordare, è sentire. Questi diari sono nati grazie a Mogador, alla sua gente. Alle visioni che propone. Come avviene nelle città in cui mi fermo e ritorno. Io e questi luoghi diventiamo la stessa materia. Questi luoghi escludono ogni velocità. Questi luoghi pretendono una lentezza. Danno esistenza.

Ecco che vidi passare la coppia di Marsiglia. Mi videro e mi vennero incontro. Decidemmo di pranzare insieme: pesce al porto. Proprio come nelle nostre città Marsiglia e Napoli. Entrambi innamorati di queste due città. Letizia mi chiese perché scrivessi poesie. Mi ricordai di Lawrence Ferlinghetti. L’editore e poeta di San Francisco di origini italiane. Scrivo poesie perché sono in contrasto con questa realtà. Ho bisogno di parole che contano. Mi sento primitivo. Ho bisogno di vivere altro in un altrove. Sono io stesso un altrove. Scrivo poesie e piccole storie risposi. Come Raymond Carver disse il marito Pascal. Si, risposi. Mi piace moltissimo Carver. Le sue poesie mi stanno dentro. Carver scrive piccole storie. Mi piace la sua scrittura. Il suo andare. Anche io, come Carver non amo i grandi romanzi. Le piccole storie siamo noi. Noi siamo fatti di tante piccole storie. Io non sono un divoratore di libri. Chi legge molto non ha capito a cosa serve il pensiero. Non conosce il tempo che diviene. La realtà del tempo. Il sapere molte cose non insegna a pensare: dice Eraclito. Io leggo poco e lentamente. Una pagina posso leggerla varie volte, e pensarla per settimane. Devo interiorizzare. Io i libri li leggo come se dovessi tradurre un testo dal greco o dal latino. Alle parole spesso associo il vocabolo o il pensiero greco. Sono distaccato dalle mode culturali. Dalle mode letterarie di questa massa militante di scrittori che non dicono nulla a lettori famelici del vietato pensare. Ai lettori del niente. Se io fossi Dio sarei molto violento con loro, per dirla alla Giorgio Gaber. Io vivo e penso per conto mio. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto, dice Fernando Pessoa.

In sostanza questa fu la mia risposta a Letizia e Pascal. Con loro mi salutai. Rimasi da solo. Continuai a scrivere.

Le vetrine di Marsiglia mi ispirano e fanno pensare. Così le vetrine di Marrakech. Ma tutte le belle vetrine mi piacciono. Mi danno una carica estetica. D’altronde anche Calvino al mattino si faceva il suo giro per le strade di Parigi, a guardare le vetrine. A Milano mi piace molto la vetrina della Libreria del mare. In questa vetrina ho scoperto la storia di Tom Neale. Quest’uomo è vissuto solo. Per 10 anni sopra un atollo. Il libro l’ho letto due volte nella stessa settimana. Così è successo anche per La vera storia della baleniera Essex, scritta da Owen Shese. Anche questa trovata in quella vetrina. Shese era il primo ufficiale che si salvò dall’incontro della baleniera con il capodoglio albino. Dalle sue storie Melville scrisse una delle più grandi pagine della letteratura mondiale.

A Marsiglia mi piacciono anche i caffè e le pasticcerie. Sono molto belle e accoglienti. Mi fermo, a lungo a leggere e pensare. Mi piace guardare le donne nei loro vestiti e nei loro atteggiamenti quotidiani. Le smorfie, la civetteria, le voci, gli sguardi. Come Guido Gozzano amo le donne quando prendono cappuccini e mangiano brioche. Sulle loro labbra impastate di crema o cioccolato ci metto le rive del mare. Dove bisogna naufragare per vivere. A Marsiglia sono tornato varie volte. Jean Claude Izzo mi piace molto. Prendo casa sulla Canebière. A Noale. Il mediterraneo mercato di Izzo. E frequento i suoi ambienti. Marsiglia ha un’anima dove arrivano tutti i porti di mare. Così da farne un luogo unico.

Sono stato ad Ait ben Haddou nelle montagne dell’Atlante marocchino. Qualche giorno fa. Qui Pasolini ci girò Edipo Re. Avevo 15 anni quando lo vidi la prima volta. Rimasi stupefatto. Un opera d’arte altissima, anche se di difficile interpretazione. Grandissima fu Silvana Mangano nella parte di Giocasta. L’ho sempre apprezzata. Un mito di bellezza e di bravura. Eleganza sublime. Estetica greca. Una donna di grande intelligenza e fascino. Una Musa per molti registi. Sembra una donna scolpita da Fidia. Ho un suo ritratto a casa. È deificata nell’atto di ricevere un bacio da Edipo. Lei non sa che è suo figlio.

Ad Atene, l’amico Pietro vide un’erma in terracotta della Dea Igea. Era abbandonata in una cassa. Aspettava qualche straniero che la liberasse dall’oblio. Fuori ad un antiquario. La presi. La portammo con noi in giro per Atene tutto il giorno. Come se fosse stata una persona. Il volto della Dea con i capelli rappresi alla greca. Con l’eleganza antica di un mondo in cui ancora vivo. La Grecia ovunque vado, me la porto dentro. Un baule pieno di gente con cui è bene ed è bello vivere. Al mio rifugio, la dea ha un altare sul mare.

Agli amici marsigliesi oggi proporrò di mangiare sarde arrosto al porto. In ogni porto voglio mangiare sarde arrosto con cipolle fresche e bere vino rosso. A Valparaiso, a Marsiglia, Istanbul, Essaouira, Tangeri, Beirut, Lisbona, Barcellona, Porto, mangio sarde arrosto. Il profumo che emanano sul fuoco lo sento da lontano. È un richiamo ancestrale forse. Consiglio agli ospiti di mangiare solo con le mani. E poi leccarsi le dita. Tutto con le mani. Mangiare sarde arrosto. È un atto propiziatorio a una funzione divina per gli dei del mare. Mangiare con le mani è un atto di subordinazione.

La vita quotidiana nel Mediterraneo è un grande teatro. Non posso fare a meno di vivere su questo palcoscenico. A volte mi assento. È il silenzio che mi pretende.

Marsiglia è bella e me la porto dietro da bambino. Bevo tanto Pastis. Quando bevo Pastis devo ascoltare jazz. Vado al Panier. L’antico quartiere di immigrati sopra il vecchio porto. A Marsiglia venivano i miei nonni con i bastimenti e poi mio padre in nave. Mia madre ci visse da bambina. Ci salutammo con i marsigliesi. Loro sarebbero partiti il giorno dopo. Mi invitarono a Capodanno da loro in Provenza dove hanno una casetta. Io ricambiai la loro gentilezza invitandoli a Ponza.

Intanto sono tornato al Desdemona e ho ripreso a scrivere. Oggi scrivo tutto il giorno. Altre volte per niente.

Ho pensato che sarebbe bello mettere il lettino dove è morto mio nonno. Nella vecchia casa sopra la baia del porto di Ponza. Lo accompagnavo tutte le sere dopo cena a dormire. Una volta sono caduto nel braciere. Lui si è alzato morente per salvarmi. Sarebbe morto il giorno dopo dicono. Quel letto, nell’angolo di una semivuota essenziale stanza con tetto a volta. Come una basilica romana. È diventato il mio primo letto. Mio padre mi leggeva il libro Cuore. Ed io piangevo. La gola mi bruciava. Quelle storie divennero insopportabili. Allora me ne andai per conto mio.

Su quel letto. Nella bianca soffusa luce dei pomeriggi d’inverno. Lessi i miei primi libri. Robinson Crusoe, Il duello di Cechov, L’uomo e il mare di Hemingway e iniziai a leggere Moby Dick di Melville. Poi iniziai a sfogliare carte nautiche e album geografici. Guardavo sempre terre circondate dal mare. Le immaginavo tristi e abbandonate. Scoprii che si chiamano isole. Da allora non sono più sceso dalla barca di Hemingway. Da quelle isole. Da quel primo letto tutto mio. Su quel letto con due materassi di lana ci nascosi il mondo. Mi abbandonai all’immaginazione, al sogno. Divenne l’isola del tesoro. E Moby Dick la balena che ogni giorno mi salva. E mi spinge a riva. Ma a volte mi spinge da qualche altra parte dalla mia volontà. Melville è il vento, il mare.

Come Omero, come Borges. Vede oltre. La letteratura fa respirare. Dice il poeta francese Roland Barthes.

Di quella stanza col misero lettino oggi ne ho fatto un tempio. Dove ognuno si sceglie il suo Dio, il mito che gli appartiene. L’ho riempita di statue di marmo bianco e vecchi gioielli berberi. Anche tanti profumi. I libri sono dappertutto. A volte sembrano onde di burrasche venute ad annegarmi. Ho rimesso il letto del nonno. E sono tornato nei pomeriggi d’inverno. I vecchi mobili e i giocattoli che mi costruirono. La luce è sempre la stessa. Pessoa è sul comodino. Così i libri di poesie che ho scritto tra i porti del Mediterraneo. O forse è meglio dire tra i bassifondi dei giorni. Le poesie stanno in ordine sparso sul comò con le foto di chi mi partorì e mi insegnò a remare. La mia famiglia di naviganti mi ha fatto straniero ovunque. Sono orgogliosamente straniero. Senza alternative. Un vagabondo. Un bohémien dicono. Amo essere solo o con poche persone. La solitudine non è essere soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi. Così parlò José Saramago. Amo essere nei posti dimenticati della terra. Solo. Devo portare chi amo e mi ama. E condividere l’ignoto. Le profondità della lontananza.

Posso dire di essere cresciuto anche nel museo archeologico di Napoli e nei siti di Pompei ed Ercolano, e soprattutto tra i resti di Pausylipon. A Posillipo, la collina che domina il golfo di Napoli vissi 5 anni. Sono gli amori segreti che condividiamo con certi luoghi della terra.

Sulla strada per Ait Ben – Haddou ho incontrato una ragazza in un villaggio di poche case. Alta, magra, seducente, armoniosa. Terribilmente sensuale e bella. Camminava scalza tra la sabbia dove il deserto inizia. Al confine con l’Algeria. Andai a casa sua a comprare il pane. Così piena di bellezza. Aveva la grazia di una ballerina russa. Lo sguardo dell’ignoto che abbraccia. Scuro e profondo quanto tutta la terra. Mi sarei inginocchiato a quella donna chiedendogli amore eterno. Il pane che mi diede da quelle affusolate scure e lunghe mani era benedetto pensai. Non la dimenticherò. Una Venere. Le volevo dire i versi di Omar Khayyam: Una brocca di vino un poco di pane e tu accanto a me che canti nel deserto. Fuggiamo da questo mondo, mentre l’umanità si autodistrugge sotto l’ira degli Dei.

Spesso mi innamoro dell’impossibile. E so che deve essere così. Il mondo di oggi mi appare povero di umanità.

Pavese, in Lavorare stanca, scrive che siamo fatti per girovagare. Non voglio lasciare tracce di questi passaggi ma solo ombre. Il fondale da dove sto chiamando è senza indicazione di luogo. Le isole rendono stranieri.

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Marocco, tra profumi di arance e rose: il viaggio mediterraneo di De Luca/7

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio

4 Il giornale di Mogador

Il fine della vita rimane la felicità. Penso ad Aristotele. E il linguaggio non è sufficiente ad esprimere quello che si prova nella vita. Ogni forma di linguaggio è un tentativo. Che serve. Ogni tentativo non preclude un altro. Senza fine. Un pensiero mai concluso. Scrivo d’istinto e se mi vengono dei dubbi mi perdo. Allora interviene la poesia. Perché è bene perdersi. Anche questo fa vivere.

Sulle lunghe spiagge a sud delle mura. Dopo il piazzale Orson Welles. Essaouira è tutta una lunga distesa di sabbia. Lunga vari chilometri e larga oltre un centinaio di metri. In alcuni punti molto di più. Molte persone ogni giorno vedo passeggiare lungo la riva. Soprattutto la domenica. Qualcuno sul cammello o anche a cavallo.

Di fronte alla spiaggia ci sta una piccola isola, l’ile di Mogador. Così una parte della spiaggia è riparata dal moto ondoso violento dell’oceano. E qualche vela di passaggio dà ancora.

Il fondale è basso per molti metri a largo. Una bambina invogliata dalla mamma ha il coraggio di tuffarsi e fare felici corse sulla battigia tra i piccoli cavalloni. Poi corre verso il largo nell’acqua bassa. Torna quando la madre la chiama. L’acqua è fredda ma la bambina non lo sente. I bambini li vedo anche tra gli scogli della bassa marea a scovare vite misteriose di granchi e paguri. Due donne si avventurano in windsurf.

Io indosso dei pantaloni corti. Ma per me l’acqua è gelida. Anche se resisto, e il corpo si abitua. La domenica mattina questa spiaggia diventa tutta un campo di calcio. Tanti campi di calcio. Con le misure che variano in base all’età dei calciatori. La gente si ferma lungo il muro che divide la spiaggia dai camminamenti. Assisto a vere partite di calcio. I grandi occupano la parte superiore della spiaggia. I grandi sono tutti rigorosamente vestiti con accurate divise. Ci sta la terna arbitrale. L’entrata in campo. Gli allenatori sulle debite panchine. E soprattutto gli applausi dei presenti. Manca l’erba ma la sabbia compressa, permette comunque una buona gestione della palla. Niente di innaturale insomma.

Anche a Ponza giocavo sulla spiaggia. Tutto l’anno. Il mondo fu la spiaggia. Tra le barche abbandonate e lasciate a morire. La spiaggia con qualsiasi tempo. La spiaggia che cambiava dimensione in base alle stagioni. La rena addosso ogni giorno per tutti i giorni dell’anno. L’universo della meraviglia. Ogni giorno la spiaggia aveva un aspetto diverso. Un teatro che cambiava palco. Atti di disordine che partorì l’essere poeta. Il demone. Penso a Quasimodo.

Su questa lunga spiaggia, dopo le mura di Essaouira, le misure dei campi per i grandi rispecchiano quasi le misure standard per un campo di calcio. Ai bambini di varie età spetta la parte bassa della spiaggia verso la battigia. E anche le dimensioni del campo sono ridotte. Ma nulla, in tutto questo è dovuto al caso. Tutto mi sembra ben organizzato. Tutta la gioventù di Essaouira, e non solo, è qui su queste lunghe spiagge.

Ormai dal primo giorno che li vidi giocare questi ragazzi, è piacevole assistere a qualche partita. Seduto sul muretto come i tanti, sto tra turisti competenti e gente del luogo. A tifare e godere spesso di un bel gioco. Molti ragazzi hanno un bel palleggio e una certa eleganza nel portare palla a testa alta. Una fisicità armoniosa e spesso un ottimo dribbling. Ma soprattutto non ho mai assistito a brutti falli o cattiverie, e violenza di alcun genere.

Trascorro così sotto al sole dell’Atlantico un’ora della domenica mattina. Qualche bancarella vende ceci lessi. E spremute d’arancia. Sono solito prendere un piattino di questi legumi. Giusto per omaggiare l’ambiente. Poi mi addentro nella Medina. Sedere ad un caffè, e nel brusio di qualche passante, sfogliare una lettura. In questi giorni leggo Steinbeck, In viaggio con Charley. Così mi addentro con Steinbeck in un’America diversa. E poi mi piace come scrive Steinbeck. Appunto inoltre qualche idea sui tanti diari che mi porto dietro, in attesa che il demone esca e suggerisca qualche verso.

Ieri sera sono stato dal barbiere. Mi piacciono gli ambienti delle barberie. I loro riti, ripetuti con estrema lentezza e precisione. Come se si stesse ad un sacrificio per qualche divinità. Da Lisbona a Tangeri, da Istanbul a Marsiglia, da Buenos Aires a Valparaíso ho le mie barberie a cui sono devoto. Mi piace stare in questi piccoli teatri dove si recita spontaneamente spettacoli di gente qualunque. Il chiacchiericcio, il silenzio e i discorsi appena accennati ci fanno capire un mondo. Ci deve essere il panno caldo sul viso, la crema che apre i pori, il massaggio leggero con estrema delicatezza. Profumi, creme, saponi, pennelli e lame. Tutti questi oggetti tenuti con cura e maneggiati con sapienza e arte. La lama del barbiere non va a caso. Ma segue la direzione dei peli. La lama è accompagnata dalle dita del barbiere. In ogni angolo del viso il barbiere esegue i suoi rituali. Sicurezza e delicata movenza della mano. Esco dal barbiere e mi sento un altro. Pronto ho il viso a ricevere la brezza salata che arriva dall’oceano. E la luce brillante del caldo sole di questi paralleli. All’uscita della barberia ci salutiamo come se ci conoscessimo da sempre. Il barbiere di Essaouira mi chiede se ho bisogno d’altro. È pronto ad offrirmi la sua disponibilità a risolvere ogni perplessità.

Il pranzo è al porto dopo aver girato tra barche, uomini, banchine e ogni tipo di pesce ovunque. Un inferno. Il porto quando arrivano i pescherecci e le barche col pescato diventa un inferno. Si riempie di gente, camion, carretti di ogni misura. Pozzanghere e residui del pescato ovunque. Tutti vendono. Tutto il mare si trova. La catena alimentare marina è completa. E la vista è bellissima. Anche se i mestieri e le pozzanghere al sole spesso emanano odori puzzolenti. Ci sono gatti dappertutto. Ogni cosa accade come in un documentario. Una recita a soggetto. Ogni pescatore espone in un angolo del porto il suo bottino. Centinaia di pescatori indaffarati in un porto stracolmo di barche di ogni misura. E gente dappertutto. Mentre migliaia di gabbiani volano a bassa quota ovunque a sfiorarti. Le voci, le grida delle persone diventano un coro di una commedia giornaliera. Un coro che recita versi di una esistenza di fatica e avventura. I poveri si avvicinano ai pescherecci per avere il loro cibo quotidiano. Sono quasi sempre grosse sarde.

Il mio pranzo avviene come al solito in uno dei posti sul porto debitamente organizzati e controllati dalle autorità. Questi ristoranti-baracche in legno sono tutti rigorosamente in fila e uguali. Sono ben decorati e puliti. La gendarmeria l’ho vista passare a controllare. Il vino è rigorosamente vietato. Qualche francese ha una bottiglia di vino nascosta sotto il tavolo. A suo rischio. I banchi del pesce si contraddistinguono da un numero. E soprattutto dalla simpatia e onestà nel proporre e cucinare dei gestori. Tutti ti chiamano e insistono affinché scegli loro. Anche questo è un teatro. Il primo giorno è simpatico poi mi infastidisce alquanto. Ma ormai mi conoscono ed è difficile che mi faccio fregare. Non insistono più di tanto. Qualcuno è un farabutto e neanche lo guardo. Quelli del posto numero uno sono delle merde. Una volta mi cambiarono il pesce che avevo scelto. Dopo un primo passaggio tra i banchi. Di solito scelgo chi ha una bella granseola vispa e irrequieta, e qualche rossa triglia, con ancora squame lucenti di mare. Il pesce me lo scelgo e me lo pesano. A volte mangio solo sarde. Quando le vedo grosse e sode.

Il profumo della sarde arrosto, è un odore che mi accompagna lungo il Mediterraneo e non solo. Ovunque ci sta il mare ho trovato le sarde. Tra le strade delle città sul mare, ai bordi dei porti, dal nord della Spagna fino alla Mauritania. Nella stagione propizia le sarde profumano sui carboni ardenti. Un profumo che inonda come un fiume in piena, i vicoli dei porti. E i margini delle città a mare. Arriva dai mercati, dalle trattorie all’aperto, ma anche delle case.

La città di Lisbona, nel quartiere dell’Alfama, nei giorni di metà giugno. Si offrono sarde arrosto a tutti i passanti. La cottura avviene in speciali e occasionali contenitori di ferro appositamente costruiti per questi eventi. E lasciati fuori casa, nelle logge, tutto l’anno. Alla Alfama di Lisbona diventano parte del paesaggio urbanistico. Devo dire che nella città di Matosinhos, a nord di Porto, ho mangiato le più buone sarde. Poi una insalata mista e obbligatoriamente senza vino. Il vino lo bevo la sera da Taros. Un locale di francesi con terrazze sul porto. Taros è il vento che spira dall’oceano. A volte inquieta. Soprattutto se arriva nel primo pomeriggio.

Su queste coste atlantiche i pescatori devono essere soprattutto dei bravi navigatori con l’avventura nel sangue. Le barche d’ogni dimensioni hanno un elevato pescaggio e una prua alta. Pescare in questo mare per noi mediterranei può sembrare ogni volta una vera un’avventura. Ci sono paesi lungo la costa ai margini delle spiagge che non hanno un porto. Ed ogni volta le barche vengono tirate a secco sulle spiagge. Spesso vedo barche squarciate in modo irreparabile. Le reti, tra i mestieri di mare sono le più utilizzate. Tutti partecipano a portare in secco le barche. Per i bambini è sempre una festa l’arrivo di una barca. Che deve attendere l’onda giusta per avvicinarsi alla battigia. In pochi istanti la barca è a secco.

I pomodori nella insalata, da queste parti sono callosi e dolci. Sono sempre profumati. Ma soprattutto mi piace il loro vero sapore di pomodori. Il sapore del pomodoro che si mangiava da piccoli.

I gabbiani qui fanno da scenografia e colonna sonora. Spesso possono arrivare molto vicino al tavolo mentre si mangia all’aperto. Sarà il sole d’Africa. Qui i gabbiani sono dappertutto. Sarà anche per la grande quantità di pesce che trovano ovunque. Sono aggressivi e decisi. Anche di notte li sento.

Anche di gatti ce ne sono molti ovunque. Soprattutto al porto e nei vicoli e piazze adiacenti. Se ne stanno al sole tutti i giorni. Si spostano in gruppo. Molti sono malati. Non hanno padroni né chi se ne prende cura. Ma hanno sempre da mangiare. Il porto è un grande magazzino di cibo per tutti.

Con la bassa marea già al mattino presto. Vedo uomini con mezzi molto approssimativi che si dirigono al mare. Hanno grosse camere d’aria di ruote come salvagente. Questi sono anche utilizzati come recipienti. Con una rete centrale legata che accoglie il pescato.

Direzione scogli. Vanno a raccogliere i ricci. Sono di solito persone umili, e di una età avanzata. Povera gente che per vivere affrontano ambienti difficili con temperature del mare molto basse. Indossano delle tute rozze e consunte.

Domani un venditore di coperte di lana di cammello mi ha dato appuntamento. Dice che mi porterà una bella coperta. Così come mi piaceva dalla foto. Queste coperte sono leggere e morbide. E danno calore. Qui si utilizza molto la lana di cammello, soprattutto per la djellaba. La tunica col cappuccio. Il vestito africano. Anche io ne ho uno. Lo indosso nel deserto. Da ragazzo mio padre me li portava dalla Algeria e dalla Libia.

Durante il giorno, a parte il vento, non fa freddo. Ma durante la notte la temperatura può scendere di qualche grado.

Durante il giorno bevo spesso spremute d’arance. Ovunque si possono trovare. Ci sono carretti che le fanno sul momento. Posso decidere la quantità e la grandezza del bicchiere. Sono zuccherose e fresche. Di solito ho il mio carretto di fiducia. È all’entrata del porto. Mi conosce e si ricorda di me, anche a distanza di tempo. Qui la gente è così. Si ricorda di chi esprime gentilezza e gratitudine. Chi ha qualcosa da dire. Chi dice una storia.

Non do mai l’impressione di essere un turista. Ma un viaggiatore che si ferma. Divento uno di loro. Il Marocco è un grande produttore di arance. E ovunque ci sta profumo di arance, oltre a quello delle rose.

La settimana prossima farò un viaggio tra i monti dell’ Atlante. Direzione il deserto al confine con l’Algeria.

A Mogador non ci stanno rumori come a Marrakech. Le strade sono larghe. La città fu fondata dai Portoghesi, e disegnata dai francesi. Quindi rispetta un’architettura diversa. Le strade sono larghe e fiancheggiate quasi sempre da portici. Le case sono di stile europeo. Ma non manca la casa araba. Ho abitato in sontuosi Riad.

Da Mogador partivano gli schiavi verso le Americhe. Il tempo risuona ancora di quei canti e silenzi. Jimi Hendrix volle passare di qua a conoscere quelle note. Da allora qui vengono musicisti da tutto il mondo. E Jimi Hendrix ha lasciato il suo mito. Ci sono gallerie d’arte dove Hendrix è protagonista.

Qui ci sono molte gallerie d’arte. La presenza di artisti è forte. Pittori, incisori, scultori. Artigiani locali e non. Molti sarti. A Essaouira ogni anno si fa un festival di musica africana. La musica Gauna. Quella degli schiavi. Per questo Hendrix venne qui alla ricerca delle voci di quella gente. Anche per questo qui vengono artisti e avventurieri, bohemien e hippie da ogni parte. Mi hanno detto anche molti anarchici. Oltre ai Rolling Stones, Bob Dylan, Leonard Cohen, Lou Reed e altri.

A Essaouira nella parte nuova della città ci sono molti alberghi e case turistiche con banche e servizi. In estate la città ormai è un luogo molto frequentato, non solo da marocchini ma da gente da tutto il mondo. Qui a Essaouira sto facendo un tentativo di vita. Una via di fuga. Permanente. Che mi faccia vivere nell’altra parte di me. Quella non visibile. Lo spazio del tempo. La via pagana. La porta verso un mondo di dei e di miti. Oggi sono qua perché domani sarò ad altrove. Alla fine della strada solo l’amore. Amore è poesia ogni giorno: lessi a Tangeri su un libro del poeta Ramon Jimenez. L’amore e la poesia sono due miracoli. Senza di essi la vita è impossibile. E poi bisogna essere degni. Fieri di essere sognatori. Anche questo succede a Mogador.

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Lisbona e la rinascita: il viaggio mediterraneo di De Luca/6

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio

7 I quaderni di Mogador

Taros è il nome di un vento. Che qui a Essaouira tira forte dall’oceano. Non ti avvisa. Può arrivare in qualsiasi ora del giorno. A Essaouira questo vento decide. I gabbiani si sentono in qualsiasi ora del giorno. Anche durante la notte. Stasera Taros tira forte.

Dopo cena ho fatto quattro passi al porto. Solo gatti e qualche pescatore, turisti qualcuno. Nel cielo limpido della notte lo spettacolo degli astri. E il rumore del mare sugli scogli entrava fin dentro le mura della città. Il vento e il mare li sentivo dalla camera. Per qualche istante ho lasciato la finestra aperta. Il vento portava un’aria di salsedine.

L’odore mi portava dietro negli anni. Nei luoghi del Mediterraneo.

Essaouira fu disegnata da un architetto francese. Il suo nome vuol dire la ben disegnata. Fu fondata dai portoghesi col nome di Mogador.

Nel ritornare a casa ho fatto la solita sosta alle terrazze di Taros. Un bellissimo locale su terrazze dove si ascolta bella musica. Dal Jazz agli chansonnier francesi e non solo. Il locale prende il nome appunto dal vento.

Ieri un francese con capelli alla George Moustaki canta Vieni via con me di Paolo Conte. Qui posso bere vino rosso. Quanto ne voglio e buono. Lo fanno nel nord Africa. Regione del Marocco mediterraneo.

Mentre stavo per qualche ora da Taros. Tra i gabbiani e i pochi avventori. Con le stelle luminose sopra la penombra degli uomini. Il suono delle onde entrava dentro di me forte. Come un racconto antichissimo. Mistico e misterioso. E poi logico. Primigenio. Così pensavo.
E prendo allora a scrivere sopra dei fogli che mi faccio dare dalla signora del bar. Una francese che si è trasferita a Essaouira da molti anni.

Questa solitudine che vado a cercare è una virtù. Un esercizio alla libertà. Serve al pensiero e alla vita in genere. Fa fare pulizia. E serve. Allontanarsi dal mondo. Prendere le distanze da esso. Ed in particolare da una certa vita, fa bene.

Questo mi successe quando andai a vivere a Lisbona nel 1999. La mia rivolta. Ogni tanto bisogna fare pulizia. Rendere alla vita la dimensione che gli spetta. Ripensare il mondo da un altro mondo. Bisogna allontanarsi e mettersi in viaggio. Perdersi per ritrovarsi.

Perdersi a Lisbona come oggi a Essaouira, e ovunque vado. Mi piace mi esalta. Mi eccita. Mi fa stare bene. Non voglio la coscienza della presenza. Vago senza meta. Senza sapere neanche cosa fare e dove andare. Vagare e basta. Un flâneur direbbe Charles Baudelaire. Un uomo che cammina tenendo una gallina al guinzaglio per sponde al mare.

Il viaggio è metafora omerica. Lisbona la mia amata Lisbona. Gli inverni con lei. Come due amanti che si giurano fedeltà e amore eterno. Fuori da ogni logica, solo per il senso della vita. Per vivere. Senza una ragione. Mi son sempre chiesto cosa potrà capire la ragione di me.

La vita a Lisbona fu un presagio da Delfi. Un oracolo mi accarezzò il viso. Capii che dovevo partire. Lisbona oh Lisbona. Finalmente mi apparve la città dall’alto. Mentre l’aereo scendeva dall’oceano sulla città. Era il primo inverno a Lisbona. Il cuore mi batteva. Ritornavo a Lisboa. La città mi accoglieva nella sua luce bianca. Come braccia di donna che ama.

In quei mesi la sera nel tornare in albergo ero solito passare per Rua do Alecrim. La strada che in salita dal porto va su in città. Al Chiado. Vivevo da solo. Con solo letteratura e poesia. Lo desideravo da tempo.

Attuare questa nuova vita, fu una liberazione. Come Ricardo Reis, nel libro L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago. Un libro su Fernando Pessoa. Mi immedesimai in Ricardo Reis. Uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. Così tanto che in alcuni momenti del giorno pensavo e vivevo come lui.

Un esperimento che avevo organizzato già da tempo in Italia. Andare da solo a Lisbona e cercare di vivere come Ricardo Reis. Come in un film, ero sceneggiatore regista e attore. Io Ricardo e Lisbona. Arrivato nella bella piazza Luis de Camoes mi fermavo qualche istante. Mi voltavo intorno più volte. A godere del buio dei palazzi dei passanti delle luci della città.

Avevo conosciuto una ragazza di Capo Verde. Una studentessa. Ci incontravamo al chiosco della piazza.

La gente nei tram che tornava a casa. Mi dava calore. Mi sentivo uno di loro. Godevo di una città che con i suoi scrittori non si ferma mai. Non smette mai di pensare, di camminare, di vivere. Perché Lisbona pensa. Pensa sempre. E questi pensieri li senti e li vivi. Lisbona ti fa pensare, è primordiale. Apollinea.

Lisbona parla come l’oracolo di Delfi. Dice e non dice. Ammicca. Lascia il dubbio. Il Dio conosce l’avvenire ma non vuole manifestare. Così è Lisbona. Poi sapiente. Manifesta l’ignoto e precisa l’incertezza il dubbio.

Proseguivo per Rua Garret il ritorno in albergo. Qualche volta cenavo al Ristorante Benard. Soprattutto se faceva molto freddo e l’inverno si sentiva. Mi sedevo vicino ad una stufa. Solito tavolo solita stufa. Il cameriere mi conosceva. Già sapeva quello che avrei mangiato. Un bacalhau à braz. Uno dei miei piatti portoghesi preferiti. Baccalà sminuzzato con patate anch’esse sminuzzate. E uova fritte e anch’esse tagliate sottili. Il tutto con prezzemolo. Il vino era il bianco dell’Algarve. La regione a sud del Portogallo. E infine l’immancabile Arroze dulce. Un riso con crema di latte per dessert.

Qui ero solito leggere mentre cenavo. Ripetevo i pensieri di Pessoa nel Libro dell’inquietudine. Non si smette mai di pensare a quei pensieri. Lisbona è Pessoa. Pessoa è Lisbona.

Come dicevo l’Algarve è la regione a sud del Portogallo. Guarda l’Africa e l’Andalusia. Qui il mare cambia. Entra nel Mediterraneo. Amo l’Algarve mi piace molto. Ancora ci ritorno.

All’isola di Armona e sulle sue spiagge ci passo qualche giorno. L’isola di Armona ha una storia particolare. Affascina gli uomini liberi da tutto il mondo. Dall’Australia all’America latina. I suoi primi abitanti erano poveri che non avevano una identità. Si costruirono baracche di fortuna. E si inventarono pescatori. In seguito fu dato a loro un’identità da Salazar. Il dittatore fascista. Dopo le proteste degli stati d’Europa e dei portoghesi. Qualcuno andò in carcere. Oggi l’isola è un parco naturalistico. È particolarmente frequentata da hippies e viaggiatori liberi. Avventurieri. C’è un ostello per l’accoglienza e un paio di ristoranti. È un’isola sulla sabbia. Le case basse sono poche e tenute bene. Ed è severamente vietato ogni intervento urbanistico. Una volta morto il proprietario se non ha eredi, la casa viene abbattuta.

Ad Armona le case non si vendono. L’isola è raggiungibile con una motobarca dalla città di Olhao. Ci vogliono 20 minuti. Praticamente ad Armona si vive sulla sabbia. Si esce di casa e dopo la porta ci sta la sabbia. La sabbia è il luogo dove i bambini vivono e giocano. La sabbia sta dappertutto. Armona vive del suo essere selvaggia. Così come è nata. Qualche relitto di barca è tenuto come un monumento. La vegetazione è bassa. Solo arbusti. E qualche tamerice o pianta grassa tra le case. La gente ha piccole imbarcazioni di vetroresina. Leggere. Spesso li tengono fuori casa. Al riparo dai marosi dove l’isola guarda la terraferma, ci sono una decina di barche ormeggiate alla boa. Sono dei pescatori. Davanti alla spiaggia, dove dei bambini non fanno altro che tuffarsi. Un uomo si immerge, torna con dei frutti di mare e li propone nel suo ristorante ad una coppia di americani della California.

Dopo aver attraversato il Portogallo da Lisbona a Cabo Sao Vicente. Io e Rui, il mio amico di Porto, viaggiammo per la regione del Parco natural de sudovest alentejano e Costa vicentina. La prima sosta fu Faro. Qui troviamo da dormire in uno ostello. La città durante la bassa marea all’alba profuma di alghe. I marciapiedi in mosaico bianco e nero, come quelli di Lisbona, bagnati di umidità marina, sembravano di raso setoso. Davano l’impressione che mi avvolgeranno i piedi.

Per arrivare in albergo a Lisbona faccio Rua Garret e poi giro a sinistra. Attraverso il Rossio, Praça dos Restauradores e prendo Avenida da Liberdade. Questo è un tragitto che faccio da qualche mese. A volte cammino per Rua Augusta. La via che dal Tago entra, sotto un arco trionfale, nella città bassa. La baixa. L’albergo Suico Atlantico è in Calcada da Gloria. Una traversa in Avenida da Libertade.

Al mattino da lì prendo una funicolare e salgo al Bairro Alto. Al Miradouro de San Pedro de Alcantara. Qui mi siedo e leggo qualcosa sulla solita panchina. Mentre la città e il fiume vivono sotto di me.

Il Suico Atlantico fu la mia casa in quell’esilio-asilo degli inverni a Lisbona. Per tre inverni abitai li. Qui mi inventai una nuova vita. Essere solo e tagliare ogni comunicazione con la vita precedente. Telefonavo solo a mio padre e una zia a Ponza per rassicurare che ero vivo.

Mia sorella col marito mi vennero a trovare. Desideravo una diversa umanità. Una vita diversa da quella che avevo vissuto a Roma dal 1990 al 1999. Una vita estranea alla mia condizione di uomo libero. Ma soprattutto di poeta. Ma anche filosofo. Come pensa che io sia l’amico giornalista e scrittore Gian Luigi Nuzzi.

A Lisbona conducevo una vita anonima tra persone anonime. Volevo essere fuori da quella società borghese presa solo dall’utilità e dal guadagno. La società economica. Aliena da ogni forma poetica. Non ero adatto a l’ideologia borghese e massificante della città di Roma ancora papalina e ministeriale. La Roma che purtroppo vivevo. Desideravo altro.

Mi ero allineato al peggiore provincialismo. Purtroppo non sempre dipendeva da me. Volevo ritornare a una vita di poesia. E di mare. Per la mia estetica. Per l’essenza di cui sono fatto. Via, via dalla bruttezza di quel mondo. Devoto solo alla bellezza. Agli Dei dell’Olimpo. Al De rerum natura di Lucrezio. Dovevo pur salvarmi.

Lisbona era fuori dalle regole sociali borghesi. Mi lanciava un salvagente. Qui vivevo il mio essere poeta. Vagabondo, in difesa. Contro l’assorbimento sociale da parte di un mondo invadente e insignificante.

In quegli anni anche Ponza e Napoli iniziavano a diventare insopportabili. Il personale dell’albergo era gentile e ben disposto. Proprio come qui ad Essaouira. Non vivevo volgarità e provincialismo. Arroganza e bruttezza. La vita a Lisbona si svolgeva in un garbato silenzio e rispetto. Niente era solo di facciata. Lisbona era ed è il mondo. Dopo Lisbona solo l’infinito.

Spesso qualcuno mi veniva a trovare dall’Italia e da Parigi. Gli avventori dell’albergo di solito erano qualche turista francese o spagnolo, squadre di calcio e gente qualunque di passaggio. Lisbona non era in Europa. Non era rotta turistica. A Lisbona bisognava arrivarci. La città pretendeva un percorso una strada. Bisognava aver camminato per arrivare a Lisbona.

A Lisbona non si va. Si arriva. Scelte precise di chi deve scoprire. Io ero l’unico cliente fisso in albergo. Avevo fatto un contratto. Ero diventato un inquilino dell’albergo-casa. E questo solo mi interessava. L’avevo deciso già in Italia questo sperimentale stato di dimora.

Gli anni di Roma mi stavano facendo perdere ogni interesse. La virtù e la meraviglia facevano fatica a resistere in me. Dovevo ritornare ad amare e vivere. Con illusioni e senza illusioni. Una visione del mondo. Una visione non di rinuncia. La certezza di aver obbedito solo a me stesso. E voler bastare a me stesso. Vivere secondo la mia natura. Il mio sentire la vita. Il gusto della meraviglia. Avevo la necessità di fare un’altra vita. Una vita semplice. Vivere una vita d’arte e letteratura. Vivere nascosto dalla folla, dalle piazze, dalla gente. Inoltre maturava il tentativo di fuggire da una nazione Italia che non condivido. Una disobbedienza alla David Thoreau.

Lisbona era per me la via del Rifugio di Gozzaniana memoria. Una fuga totale. Di un Essere platonico. Bisognava riprendere il supremo soggetto dell’amore e della bellezza. Insomma un vivere per vivere. Tra l’avere e l’essere sceglievo ancora una volta l’essere.

I portieri di turno dell’albergo, la signora che mi preparava il letto, le ragazze della colazione. Divennero una famiglia. Una buona famiglia. Ed era ciò che avevo bisogno in quel momento. Una calda famiglia-non famiglia su cui poter contare nella quotidianità dei rapporti. Con la sincerità e l’affetto. Senza legami. L’andai a cercare proprio in quella città.

Lisbona la città del visionario Fernando Pessoa. Era lui che da tempo mi chiamava per trascorrere un poco della vita tra la sua gente. Tra le sue strade. Nelle sue visioni. Calpestate dal suo inesauribile pensare. Riprendere la mia vita immaginaria. Tutto quello che non mi sarei mai aspettato. A Lisbona sembrava che ogni cosa aspettasse il mio ritorno. Ogni inverno tutto mi accoglieva. Questa città. Uno spazio infinito sugli oceani. Fuori da ogni tempo, da ogni moda. Si era nutrita di tante culture. Volli ritornare con forza e convinzione volutamente. E con inimmaginabile entusiasmo divenni uno straniero a Lisbona. Un desiderio che mi portavo addosso da tempo. Essere uno straniero.

Ci fu una Pizia a dirmi di partire. Parlava a nome di Apollo. Il Dio sapiente. In questo luogo-non luogo, che il tempo sembrava aver dimenticato, incontravo lo straniero che era in me. La vita mi piaceva. E ritornò slancio, poesia, passione e genio.

Come qui in Marocco. La vita tra Tangeri, Marrakech, Essaouira e i villaggi berberi dei monti dell’Atlante. Luoghi come muse ispiratrice. Ma ogni luogo dove sono passato e ritornato è musa ispiratrice.

Tangeri la città franca. Rifugio di artisti di ogni genere in questi due ultimi secoli. Così come Marrakech. Ed Essaouira città dal fascino ineguagliabile. Porto d’arrivo di innamorati della vita, dell’arte, della libertà.

Il tempo non conosce Lisbona. E la città non conosce il tempo. Come il tempo non conosce me. La città non dimostrava di avere confini e quindi misure. Un anarchico ci sta bene.

In questo Essaouira le assomiglia. Sono zattere di pietra. Come definisce José Saramago il Portogallo. Zattere che viaggiano all’infinito. Così sentivo Lisbona. Una terra che galleggia sul mare metafora del destino. La città mi navigava e nello stesso tempo ero suo naufrago. Mi sentivo mare zattera e naufrago allo stesso tempo.

Camminavo giorno e notte tardi per Lisbona senza sosta. Con qualsiasi tempo. Quando pioveva avevo un grosso ombrello. Preferivo camminare lungo il fiume, e sentire l’eco dei passi con la pioggia sull’acqua del fiume. Le grandi navi che attraccavano alle banchine. E immaginare le loro destinazioni. I gabbiani e i rumori del porto. Camminavo in direzione oceano. Oltre il fiume c’era il mondo. Non mi stancavo mai di andargli incontro. E quando mi stancavo era perché realmente ero stremato dal cammino. Allora prendevo un taxi per tornare in albergo.

Con me quell’anno portai a Lisbona vari libri. Tra questi L’anno della morte di Ricardo Reis, il Livro do Desassossego di Fernando Pessoa, regalatomi dall’attrice tedesca, Nicolette Liebscher a Vienna, nel 1988. Qui scoprii Fernando Pessoa. E non l’avrei più lasciato. Avevo anche Friedrich Holderlin, Bruce Chatwin e Jack Kerouac. Ma anche Omero e il De rerum natura di Lucrezio.

Spesso mi leggevo i primi versi dell’inno a Venere appena sveglio. Prima di uscire. Come fosse stata una preghiera. Una pagina di Kerouac la leggevo spesso durante un solo giorno. Con Chatwin, Sepulveda, Coloane ed Eduardo Galeano mi entusiasmai. Galeano un intellettuale sottile. Rivoluzionario. Un anarchico. Una guida morale e spirituale. Ernesto Sabato l’esistenzialista argentino divenne il maestro. Fui come rapito da questi uomini.

Iniziai così a interessarmi al sudamerica. Qualche anno dopo ci andai. Buenos Aires mi accolse. Mi innamorai di Daniela.

A Lisbona comprai una piccola cinepresa. Durante il giorno, registravo tutto. La notte in albergo le rivedevo. Facevo dei montaggi alla buona. Filmavo immagini nascoste di vita quotidiana. I suoni della città. La voce della gente. Vecchi e bambini. Mestieri antichi che andavano scomparendo. Uscivo al mattino presto. Solite strade. Solite facce. Soliti odori. Solite ombre lasciate il giorno prima. La luce della città. Il vento dall’oceano.

A volte attraversavo il parco dei giardini da Estrela. Amavo sentire il canto delle tortore. Tutto sentivo addosso. La mia vita totale. In armonia col passato e il presente e il futuro. Entusiasta delle giornate. Degli accadimenti inaspettati. La meraviglia di vivere.

A volte facevo una seconda colazione a Rua Augusta alla Pastelaria Fabrica da nata. Qui incontravo un vecchio non vedente che suonava l’organetto. L’appuntamento era intorno alle 10. Chiedere l’elemosina è un atto di grande dignità e coraggio pensavo. Chiedere aiuto per vivere fa parte dell’esistenza dell’uomo. Chiedere aiuto è un atto di verità. Tutti in un certo modo chiediamo aiuto per vivere. Tutti siamo elemosinati. Dobbiamo aiutarci a stare meglio.

La vita prevede l’elemosina. È diritto dell’uomo vivere con dignità. Mangiare bere vestirsi sognare creare pensare dire. Ma pensavo che l’elemosina non dovrebbe esistere. Il vecchio lo salutavo e gli portavo la colazione. Spesso c’era chi mi anticipava.

Lui ormai conosceva la mia ombra e la voce. Gli parlavo nel mio portoghese disarticolato. Mi augurava sempre una buona giornata. Col garbo e l’umanità che può avere chi non vede. Un giorno scomparve. Seppi che era morto. Ho la nostalgia di quella storia. Chi non vede vede oltre. Chi non vede vede dove non vede chi vede.

Poi riprendevo a camminare e pensare, fermarmi, fotografare, appuntare. Era la mia unica preoccupazione. Come i filosofi ad Atene. Pensavano camminando. A Lisbona pensavo molto e scrivevo su tutto. Ma molto di quei diari e fogli smarrii. La città è un libro.

Quando avevo voglia di scrivere mi fermavo sulle banchine del fiume Tago o alle taverne dell’Alfama. Ho sempre amato le piccolissime trattorie a conduzione familiare. Ovunque mi trovo frequento questi piccoli ambienti che fanno da mangiare. Mi sembra di stare in una casa. La vita si svolgeva naturalmente. Tutto accadeva e succedeva davanti a tutti. Tutti eravamo complici per qualche ora di una storia. La vita appartiene a tutti. Si parlava tra di noi e ci si raccontava.

Mi ricordavo di quei posti al porto di Napoli. Ci andavo la sera a cena con mio padre. Vivevo con piacere quella parte della vita vissuta a Ponza e Napoli o sulle navi quando navigavo con mio padre. Vivevo la vita dell’adolescenza e poi della prima gioventù.

Ad una certa ora all’Alfama ritornavano i bambini dalla scuola. L’Alfama è la vecchia Lisbona. La prima Lisbona. E le stradine e le taverne si riempivano di nuova vita. Sentivo il profumo del cucinato. Le strilla di gioia dei bambini che giocavano rincorrendosi. I vecchi andavano all’uscita delle scuole a prendere i più piccoli. Era bello vedere i vecchi e i bambini mano nella mano. Molti bambini erano figli dei proprietari delle taverne. Quindi vivevo il loro ritorno da scuola. E mangiavano seduti vicino a me. Queste taverne erano piccole, massimo contavo sei tavolini. Anche questo era un mio ritorno all’essere stato un bambino fortunato in quell’isola mediterranea. Una stanza essenziale dove tutto avveniva. Ero cresciuto molti anni con i nonni.

Filmavo queste immagini. Mi riempivo di voglia di essere presente. Le stradine dell’Alfama non erano allora frequentate dai turisti. Bisognava essere altri e cercare altro per arrivare qui. Bisognava avere altra esistenza per venire in questo quartiere. L’Alfama era un paese in una città. Manteneva la sua vita, il suo essere mondo a parte. Fuori dalla logica della metropoli. Alfama era una identità. Mi piaceva molto, riuscivo a comunicare con tutti. La sarta, il ciabattino, il panettiere, gli osti e le mogli che cucinavano.

A pranzo spesso mi sedevo con i vecchi delle trattorie. Questi con i bambini mi offrivano sorrisi e parole. Un vocabolario di sguardi, di occhi e parole ormai estinti. Questi vecchi ancora ricordavano un mondo che stava per finire. I vecchi di Lisbona. Come i vecchi di Mogador. Come i vecchi della mia infanzia a Ponza. Come i vecchi ai margini dei porti mediterranei.

Al Miradouro de Santa Lucia spesso, sopra l’Alfama mi fermavo al mattino presto. Era un posto per poter scrivere. Uno sguardo sul fiume e la città. Prendevo un caffè americano che facevo durare ore.

Poi passai al Pernod. Molti Pernod. Aprivo lo zaino, e col piccolo binocolo Nikon vedevo le grandi navi alla fonda sul Tago. Pensavo che anche mio padre aveva trascorso giorni sul fiume con la sua nave in attesa di andare al molo. Guardavo il fiume scrivevo con entusiasmo. Sembrava che la vita intorno mi abbracciasse, come anche qui a Mogador. Ascoltavo i suoni e i profumi che venivano dalle case. Ero a casa mia.

Le case dell’Alfama sono arroccate in strette viuzze, e dai balconi si sentiva l’ odore del bucato a mano. A volte qualche ragazza intonava un Fado mentre stendeva bianche lenzuola. Era quasi sempre la voce di Amalia Rodriguez che usciva dalle case e riempiva l’aria e il tempo. Nelle giornate di sole tutti erano affacciati al balcone e alle finestre. Molti sui gradini delle viuzze a chiacchierare coi vicini. O seduti alle poche panchine ai margini delle stradine o delle scalinate. L’Alfama è un labirinto di saliscendi dove nessuno si perde e i bambini giocano per strada. Ogni giorno incontravo i soliti vecchi. Ci salutavano ormai come se ci conoscessimo da sempre. Le loro voci erano ampliate dal vuoto e dal silenzio dei vicoli. Come sopra un palcoscenico.

La sera andavo spesso al Bairro Alto. Alla solita trattoria con quattro piccoli tavoli. Il nome non me lo ricordo. L’anno scorso vidi che non c’era più. Il cameriere parlava italiano e così potevo intrattenermi a parlare del Milan e del Benfica e del nuovo Portogallo del socialista Mario Soares. Mangiavo lenticchie con gamberi. E sarde arrosto con contorno di pomodori e cipolla cruda. Il vino rigorosamente rosso era dell’Alentejo. La regione a sud del fiume Tago. Un vino che sentivo come il vino rosso del Vesuvio.

Le spiagge di Cabo de Roca, a nord di Lisbona erano avvolte da un grande silenzio. Solo le onde che entrano sulla sabbia si sentivano. Cavalloni pazzi sopra una irreale realtà. Le spiagge erano ideali per stare al sole e alla brezza dell’oceano. I ragazzi venivano da ogni parte del mondo per fare windsurf. Io sdraiato sulla sabbia scrivevo versi e pensieri anarchici. Affittavo una moto a Cascais e viaggiavo ai bordi dell’oceano. A volte arrivavo fino a Obidos da un amica dove mi fermavo la notte. Lei abitava in un piccolo castello. Al mattino l’aiutavo nell’orto. Camminavamo col suo cane Nasrin tra le spiagge di Obidos e le scogliere. Fino a che non incontravamo gli scogli e poter rubare al mare qualche patella.

Qualche anno dopo anche il mio cane si sarebbe chiamato Nasrin. Alle spalle delle spiagge ci stavano quasi sempre dei canneti a proteggere orti di fortuna, ma ben tenuti. Il vento sbatteva le canne e un suono mediterraneo ci entrava nell’anima.

Capo de Roca è l’estrema punta dell’Europa sull’oceano Atlantico. Uno sperone di roccia che può inquietare ma anche liberare.

AQUI ONDE A TERRA SE ACABA E O MAR COMEÇA. In italiano Qui dove la terra finisce e il mare comincia. È scritto grande sopra un obelisco di pietra. La frase appartiene al romanziere portoghese Luis de-Camoes. Autore del romanzo storico I lusiadi.

Sulle spiagge il vento di brezza arrivava nel tardi pomeriggio. Mi adagiavo sulla calda sabbia. E affondavo le mani e i piedi. Spesso mi addormentavo. Era l’ora che il sole alto illuminava di luce calda. La sabbia nei calzini me la portavo fino a sera. Così mi capita oggi a Mogador. Lungo il Mediterraneo la sabbia la portiamo con noi nelle scarpe e nelle tasche fin da bambini.

Sulle rive del Tago ci passavo di solito al mattino. Qui al sole e alla bianca luce dell’Atlantico preferivo leggere Saramago. Con me ci stava sempre qualche passero a mangiare sul tavolo all’aperto.

Ora a casa possiedo tutto quello che di Pessoa è stato tradotto in italiano. Naturalmente oltre alla critica letteraria di Antonio Tabucchi e Maria de Lancaster.

A volte andavo nella libreria Bertrand in Rua Garrett. Una vecchia libreria dove si sente ancora l’odore della carta e del legno scuro degli scaffali. E si sta in silenzio. Qui vado a consultare vecchi libri di fotografie di Lisbona e cerco di imparare un minimo di portoghese con dei corsi veloci. Da Bertrand ci è passata tutta la letteratura portoghese ed europea. Qui ho scoperto il poeta e narratore portoghese Mario de Sà-Carneiro, morto in esilio volontario a Parigi. Fu amico di Pessoa e anche lui collaborò alla rivista dell’avanguardia portoghese Orpheu. Sà-Carneiro mi ha affascinato subito. Mi ha rapito la sua vita e la sua poesia. Mi feci arrivare da Napoli l’edizione italiana.

Al mercato dell’usato della Feira da Ladra al Campo de Santa Clara ci andavo la domenica mattina. Ci trovavo le facce di gente che arrivava da ogni parte del mondo. Soprattutto dall’Africa occidentale. Alla Feira da Ladra si può trovare di tutto. Ci compravo pentole e piatti per la casa-rifugio di Ponza. Porcellane e vecchie mattonelle. Tutto rigorosamente vecchio.

Mi comprai una vecchia valigia rossa e un orologio da tasca funzionante. Mi ricordava quello di mio nonno. Ogni cosa deve avere una storia pensavo. Ed io voglio continuare a dare la vita alle cose. I segni del tempo devono essere visibili. La decadenza deve manifestarsi per emozionare e dare vita. Deve raccontare la vita vissuta.

Abitare la decadenza è abitare un pezzo di storia in cui l’anima vive felice. L’anima si allieta nella pochezza delle cose e nelle sue essenze. Questo vuol dire conservare gli attimi del passato. E la memoria porta quel sentimento di gratitudine che solo il poco può lasciare. La decadenza è la casa della poesia. Ogni oggetto deve raccontare la sua storia. Il passato è la strada.

Mi piacciono i bambini che le mamme d’Africa qui portano in dei sacchi di cotone coloratissimi. Stanno avvolti al loro petto o alle spalle. A volte si intravedono due piccoli occhi profondi che iniziano a guardare il mondo.

Il libro di Sa-Carneiro fu spiazzante. Lo reputo un miracolo. Il libro non mi lascia più. Mi coinvolse totalmente, che ripetevo in portoghese alcuni versi mentre camminavo. Fece parte del mio corpo, dell’anima, della mente. Della mia estetica di oggi. A Lisbona nacque l’idea che avrei scritto versi di Sa-Carneiro sulle pareti della casa-rifugio a Ponza. Quei versi erano diventati la carne del mio corpo. Così nacque l’idea di una casa libro. Un po’ sulle orme di Bruce Chatwin in Patagonia. Una casa che sarebbe vissuta di memoria. Bassa fatta di legno al riparo di tutte le tempeste. Dove ci avrei portato il mondo e la donna che amo.

In albergo a Lisbona scrissi un verso di Sa-Carneiro sullo specchio del bagno con del rossetto da labbra. Lo chiesi gentilmente alla signora dell’albergo che prepara la camera. La signora Teresa era molto gentile. Mi sentivo quasi adottato. Si prese cura di me. Pensava che io fossi un vedovo. Mi fece capire come dispiaciuta di quel mio stare da solo. Le raccontai che questo era un tempo che volevo essere da solo e vivere una nuova dimensione. Che ero venuto a Lisbona per vivere un’esperienza portoghese letteraria. Volevo essere un uomo di Fernando Pessoa. Non so quanto Teresa abbia capito con il mio portoghese. So che ero trattato come un figlio.

A Lisbona mi sentivo un poeta vagabondo, in cerca di una perduta libertà. E anche una perduta patria e stato di diritto dopo che nel 1992, una classe politica incapace e corrotta aveva venduto l’Italia e gli italiani agli interessi dei poteri liberisti atlantisti. Ma io non ci stavo a questo colpo di Stato silenzioso in punta di piedi. Niente mi apparteneva più. A niente appartenevo. Se non a un sentimento di anarchia. Chiedevo asilo al Portogallo. Al mondo.

Ma la vita a Lisbona era anche per riprendere la capacità di saper stare da solo. Chi sa stare da solo può stare con qualcuno. E di mettere l’amore al centro della vita. Ero venuto a vivere un periodo che non sapevo quanto sarebbe durato. Libero per le strade del Portogallo. Amavo oziare in questo clima pieno di incanto. In questa terra mite me ne stavo a contemplare la vita lungo i viali e nelle piazze.

La sera quando il mondo si chiudevo dentro se stesso, e il pensiero non era turbato dalle vicissitudini, cenavo in una trattoria della città pombalina dove si riunivano i vecchi che vivevano da soli. Si mangiava con molto poco. Cenavo da solo con chi cenava da solo. Dopo qualche sera. Quando entravo qualcuno mi chiamava il poeta della libertà. Quei vecchi raccontavano tanta nostalgia. Quanta storia avevano da dire. La maggior parte erano vecchi marinai che vivevano di una pensione sociale. La politica del socialista Mario Soares li blindava. Poi lentamente tornavo a casa. Dopo aver lasciato questi vecchi a guardare la televisione.

Al ritorno in albergo spesso ero preso da un senso di drammatica solitudine. Ci sono molte solitudini pensavo. Ma alla fine stanno tutte abbracciate. Lisbona è una città di poeti. I poeti sono solitari. Quando Lisbona si addormentava mi sentivo solo. Ma resistevo, dovevo resistere. Finché non iniziai a conoscere qualcuno. Allora la sera ero spesso a cena da Rui. Qualche volta rimanevo a dormire. Oggi non vado più in albergo, sono ospite fisso a casa sua e di Filipa. O affitto una casa.

A Lisbona avevo la sensazione di essere in un luogo fuori dal dispotismo del denaro e dalla barbaria di questo sistema. Qualcuno qui si accontentava della vita. Io mi accontento della mia vita. E senza dover dar conto alle perdute menti del perbenismo. Una vita agra.

Mi piaceva vivere a Lisbona. Sentivo Lisbona, la città come la vita stessa. La sua luce, il silenzio e quella malinconia creatrice che emana. Questa città profuma di cucinato e di carretti di fiori e di caldarroste. Ovunque si sentiva una melodia, e l’odore del sale dall’oceano. In portoghese la maresia.

Il Fado arrivava dalle finestre della città. La musica che canta il destino. Un canto vergine e primitivo che viene dalle profonde oscurità dell’anima.

Amo Lisbona come si può amare una donna per tutta la vita. Mi ripetevo. Lisbona mi appariva come una resurrezione. Stavo nella vita.

Anche a Essaouira cammino con qualunque tempo. Per me il tempo non è il clima. Un particolare clima può essere accolto con piacere perché si conosce quello contrario. E così viceversa. Il clima ci piace perché conosciamo tutti i clima. Questo lo lessi da Raymond Carver. Carver mi fece capire perché un clima mi piace. Perché mi da compagnia, avventura, fuoco, freddo. Mi fa stare nella vita. Come le braccia di una donna. A cui devo raccontare.

La fede è solo nell’amore, nella bellezza . L’amore è l’unico miracolo. È poesia. Iniziazione primitiva. Rinascita. Una poesia è sempre incompiuta.

Oggi Essaouira così mi tiene. Simile a Lisbona. Una continua resurrezione. La città lascia sognare. Io e lei innamorati perennemente dell’amore.

Non voglio partire. Devo trattenermi ancora a Mogador. Mogador fa di me ciò che il Fato ha predetto. Fa male questo tempo a venire. Cammino con la bellezza e sarò felice. Cantavano i Navajo, prima che li sterminavano.

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