Le mie pubblicazioni

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Mito

Mito

in principio fu il verso
la voce era il verso

poi venne il pensiero
il pensiero fu raccoglitore

Il pensiero si fece mito

il mito che tutto precede
ogni verità

inizio e fine
terra e cielo

l’essere e il suo divenire
mito che tutto crea

che figura il bello
la vita ulteriore

Mito corteggiatore di morte
fonte di ogni rinascita

l’attesa e la nostalgia
perché tutto deve ritornare

è il ritorno che dà l’eternità.

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Utopia necessaria

di Stefano Cangemi

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Agorà

Regia e musica di Mariano Picicco voce di Gino Usai testo Antonio De Luca

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Perché

Perché

oggi son tornato
all’isola dove vissi
ho voluto essere povero

son tornato in silenzio
alla solitudine
al suo significato finale
all’invisibile

son venuto a rimescolare
le zolle con le zolle
il profumo della terra

la memoria con la memoria
a seminare
a pensare diversamente

fuori non ci sta che l’inferno 1

vivo questo luogo
di silenzio
sacro ed arcaico

qualche stanza
un fuoco

fotografie sbiadite sui muri
i gechi immobili sull’arido intonaco

l’essenza ancestrale
la necessità dell’Utopia

la conobbi
come un’iniziazione
Da bambino
volevo essere invisibile

scavavo nella terra
a nascondere i segreti
nel posto più sicuro del mondo

ora
la sera aspetto ancora
gli uccelli di passo

il susseguirsi delle stagioni

il loro ritorno

di qui passò la nave Argo
Giasone Medea e gli altri

io non c’ero ma li sento

leggo i greci
con le cicale
e il vento
che muove le foglie del fico

fa volare il falco

di notte
qualcuno mi veglia

è il vastissimo silenzio
dove la memoria risiede

allora scrivo versi
pensieri a me stesso
siamo soli io e le parole

qui non ci sono uomini
non ci sono case
non c’è un paese

ma solo distanze
e rotte da capire

di ogni luogo
e ogni era
ne ho fatto un porto

una previsione
il fato

qui il tempo
sta alla fine del mondo

e ogni cosa resta un miracolo

l’inverno
mare e poi mare
vento e solo vento

le burrasche da sud
mischiano onde e cielo

il mondo vuole finire
la terra precipita

e sento battere le campane

dalle scogliere tutto il giorno
una foschia salina
si poggia su ogni cosa
e ci rende salati

il sale conserva le cose

è salata l’aria che respiro

i panni si asciugano
come bandiere al vento
a volte il vento fa miracoli

come quello che riportò
Ulisse a Itaca

io non ho bandiere
non ho messo confini
non ho vangeli né salmi
e dal tempio
ho cacciato i mercanti

ho il vento in faccia
la vita è primitiva
la parola è primitiva

insubordinata
per resistere

è importante resistere
perché fuori è un inferno

intorno casa
è un cimitero di cani
li chiamo anche dopo la morte

la vita di tutti i giorni
qui sta nelle azioni
di chi scrive versi

nella fatica
nella cura della terra
nella cura di una barca
di un naufragio mai finito

la vita l’ho scavata nella pietra
libero
tra isole e città di mare

gli altri di me
li porto addosso
a vivere di me stesso

a confonderci

a volte impreco malamente
qualche dio

sulle assenze
e le promesse sospese

lavoro con le mani
che la terra consuma

e mi consuma Eros
mi consuma il tempo indefinito
mi consuma il vuoto

mi consumano le illusioni

qui non rimane che amare

conta l’amore che hai dato 2

poi tornano le tenebre
ogni giorno

mentre fuori
resta tutto un inferno

1 da Italo Calvino
2 da Alfred de Vigny

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Lettera alla madre

Metto la pece
al fasciame

procuro buoni remi
e una robusta vela

e quando posso
mi trascino
a forti bracciate

seguo le stelle
con lo sguardo primitivo
a incontrare
ogni impossibile

le sacre stelle
della volta celeste

così
ritrovo la nostra isola

resti colati a picco
negli abissi del mare
di un antico vulcano
che ancora ribolle
sopra il fuoco della terra

una mezzaluna di lava
fragile a frantumarsi

una terra primigenia
dove per sempre
mi portasti nel grembo

e poi per spiagge
a scavare pozzi d’acqua
e raccogliere conchiglie rosse

una terra
dove venni a nascondere
l’amore

su una terra dove
sono nati gl Dei
non si affretta il piacere

e intorno tutto sul mare
è un ribollio di luce
e barche sparse
intente alla pesca

questo mare
dove si estendono le lontananze

la vita invisibile
che fa vivere
fa partire e ritornare

la casa fu
tagliata
di pietra vulcanica

ed è oltre ogni agire
oltre la soglia del pensiero

oltre il silenzio
che dirupa
nella disperazione
dell’impotenza umana

della mancanza inesorabile

sulle carte nautiche
trovai solo
la presenza
del tempo

unica rotta fu
la memoria

le voci che mancano
e il vuoto
che riempiono
i miei naufragi

per scrivere versi
all’altrove

per amare sempre di più

Tra linee d’ombre
di rocce primigenie

illusioni
che nascosi

sono ritornato

per essere abbracciato
con tutte le forze
da chi

da qualcuno che mi attende
nella ormai casa vuota
di larghe stanze sulla spiaggia

dove la luce domina
e il vento che entra dagli Infissi
ora solo le riempie

non è la morte che separa
Madre cosa non ho dimenticato

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Quello che mi è concesso

da Marsiglia a Lisbona
verso Buenos Aires
poi Napoli e Tangeri
Algeri e Beirut
e Atene e ancora Istanbul
e la città di Argo

tra rivelazioni insperate
attese e smarrimenti
cadute e passioni

sta il mio viaggiare infinito
segreto di un mare complice
lungo le sponde scoperte

che la ragione rapisce
e il cuore prende
la follia

sui moli umidi della sera
tra le cime dei navigli
sotto i vulcani in fuoco

il presagio della lontananza
e del distacco
a un altrove ignoto

resistere col silenzio
da lontano nascosto
appartato tra l’ozio e un vino

in tasca porto Keats
e la storia di Nessuno
un taccuino e un orologio
ho solchi di utopie e visioni
di semina e raccolti

e tutto quanto resta
di versi asciugati
dal sudore antico salino

misteri, non tutto
mi è concesso
scrivere e capire

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Fernando Coloane Marques de Sá-Carneiro

Dal tetto del suo rifugio
dove stanno ancora gli Dei
e le illusioni immortali
e dove l’ordine è rotto

i suoi pensieri stanno
severi e inquieti

una casa isolata
sopra una scogliera
con i cani d’inverno
guarda sul mare
i leviatani passare

e le nuvole nere di tuoni
che si contendono il cielo
sopra di lui

non gli sono indifferenti
gli uccelli di passo
la luna intravista
le voci degli imprevisti
la luce del faro
fin dove trascina gli umani

scruta le stelle
e le lontananze
i lampi e la pioggia
il mare che si alza
in frangenti
e cambia le cose
ovunque si abbatte

è un uomo libero
non compete
crede nel sudore della terra

scrive versi sui muri
scrive come vive
beve l’indomabile vino
e uccide per vivere

nulla sta alla ragione
nel desiderio di tempesta
il suo voler essere niente

esiste solo l’origine
il viaggio
il rimescolamento del Caos
e dove Eros dà il principio

E quando vorrai
perché ti senti persa
hai camminato tanto
lui sta li

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Algeri

mi nascondo
tra polverosi antiquari
e vecchie botteghe
di una vita alla rinfusa

non sono mai stato bravo
a stare a lungo
in un posto

strade e spiagge
gole e sentieri
della dimenticanza

tra divinità
per i vicoli a calce
del Mediterraneo

segni del passato
nel silenzio delle case
delle pietre

trascinatrici ed essenziali
crudeli e necessarie

dai sottocoperta
dei bastimenti
salgo sul ponte
a cartografare abissi
ad avvistare isole e porti

mi nascondo
tra le onde del mare
nel lavoro della terra

santuari di riti
per fuggiaschi
rivoluzionari permanenti

attracchi di fortuna
dove l’amore
è ancora un Dio

vivo nella solitudine
dei luoghi di chi
sempre parte
e sta nell’attesa
del ritorno di qualcuno

vivo
nei racconti di avventure
nella gloria del Mito
tra le pietre di altri tempi
per incrociare
le lontananze della memoria

sto come chi mi ascolta
tra un milione di anni
un tempo geologico

un pensiero mi domina
in un universo drammatico:
l’uomo è nomade

la mia caverna
un labirinto
di appartenenza
un mondo
scoperchiato
dove anche gli Dei
sono emigrati

vivo per la poesia
ho conosciuto Ismaele
vengo da Algeri
a Tangeri mi son fermato
porto la Palestina nel cuore

il mio destino:
il caso mi è necessario
scruto la parola

primitiva e severa

il suo gesto
antico e pulito

così sono vivo

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La casa di tufo

Una casa di tufo
davanti all’aurora

le porte e le finestre
tra i muri scalcinati
sono un’astrazione

precipizio
sopra una spiaggia
sopra l’alto mare

sopra isole provvisorie
la provvisorietà delle cose

casa di vestali
pareti come letture

di chi ci è stato qui
chi ha vissuto ha pensato
ha gioito e ha pianto

ha guardato le stelle
ha conosciuto lo straniero
e ha visto lutti

ha navigato le navi di legno
le vele e le ancore
e ogni cima

l’odore delle stive
il catrame
e le precarie essenzialità

donne a capo coperto
con la faccia tra le mani
a voce bassa ebbero cura

la vita rimane e si attacca
ai muri come quadri
ombre inquiete tra le stanze

tutto mi assale ora pesante
roccia che mi trascina

tutto fu una vita reale
una vita marittima

e dà il tempo allo spazio
al cammino al ritorno

la casa sul foro marino
le cose navali
né ho fatto un tempio
all’antica Grecia

Stanze di tufo
al crepuscolo
dove la mia infanzia fu altro dall’oggi

un’ossessione generatrice
la luce dell’inverno
le basse maree d’aprile

le onde del mare

ogni ritorno
il vento nel canneto che sento
muovere le foglie

suono come canto
di sirena che ammalia
e poi divora

le voci le voci divorano
cadenzate all’essenza
alle ore lente delle stagioni

sopra il tavolo
i pochi datteri
e pesci sott’olio

il pane è raffermo
l’aglio i rossi pomodori
I fichi rinsecchiti

il vino acidulo

un dono di dio
si diceva

quale degli dei
mi chiedo ora
che il fato decise

solo la nostalgia mi è sacra
tra questi resti
di lontananze

sacro mi è l’ignoto

la solitudine
vado a cercare
alla ruggine dei chiodi nel tufo

a volte la invento
voglio essere solo

a volte
non mi deve lasciare

cerco parole
solo parole
poche devote
parole intime

segni primitivi
di caverna
di legni laceri di naufragi
cicatrici

gli anni di Troia la guerra
Calipso e Circe
Poseidone ed Atena

Penelope oh Penelope
sempre in attesa
e Telemaco il padre Laerte
il cane Argo

la vita ho mutato
in destino

per essere contro

contro la banalità
del pensiero

la riflessione accademica
il qualunquismo dell’amore

la mercificazione
della vita

del consenso
e della conoscenza

Il dire poetico
parlo poco
mi invento il di dentro

quale isola ancora
mi attende a naufragare

perché voglio di più

e a quando la fine! (Pessoa)

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Qualcosa si muove nelle viscere delle isole Ponziane

Lungo la costa orientale di Ponza (in particolare nella zona sud-ovest dell’isola) da molti anni si assiste a sporadiche intrusioni gassose o di vapori acqueo subacqueo, a soli pochi metri di profondità e di distanza dalla riva, spesso accompagnate da un forte odore sulfureo. Tali fenomeni si sono verificati più volte, negli anni, in una precisa zona dell’isola, pur rimanendo però di piccola entità e verificandosi in maniera incostante.

Quest’anno si è manifestata in maniera ancora più evidente un’intrusione subacquea di vapore in prossimità del “Faraglione del calzone muto”, precisamente in località Bagno Vecchio, luogo in cui sono ancora ben visibili antichi flussi lavici riolitici e trachitici. 

In questi giorni il sottoscritto e il dottor Vincenzo Bonifacio, amante della Geologia e dell’Archeologia, oltre che autore di un importante manuale di ricerca e divulgazione sulla storia di Ponza, abbiamo monitorato il fenomeno e abbiamo constatato un consistente aumento di pressione, intensità ed estensione nello spazio, accompagnato da un sempre più evidente odore di zolfo.

Questo nuovo e inatteso scenario del sistema di emissione subacquea mi ha insospettito ma non sorpreso, dal momento che la zona in cui si sono imposte queste forti presenze gassose, cioè nella parte meridionale dell’isola, costituisce un ambiente vulcanico, con vulcaniti idromagmatiche, emesse da diversi microcrateri.

Solo pochi giorni fa si è recata a largo dell’isola una nave oceanografica dell’ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per dei sopralluoghi in alcuni tratti di mare che l’istituto monitora; tuttavia non ho avuto la possibilità di mettere a conoscenza i ricercatori circa questa nuova realtà vulcanologica, perciò ho contattato alcuni ricercatori dell’Istituto Vulcanologico Vesuviano, cui mi lega un’antica amicizia e reciproca stima. 

In particolare il prof. Giuseppe Rolandi, già del Dipartimento di geofisica e vulcanologia dell’Università di Napoli, con cui da studente avevo collaborato per la costruzione della nuova carta geologica di Ponza. 

Il prof. Rolandi ha manifestato particolare interesse e si è messo a disposizione per un prossimo monitoraggio al fine di verificare la consistenza e la specificità gassosa delle emissioni, oltre che per informare il suddetto ISPRA di quanto si sta verificando, per un’ulteriore e più approfondita analisi.

Al possibile valore scientifico del fenomeno si aggiunge anche un fascino che unisce scienza e mito. 

E’ così che si ripresenta ai nostri occhi quell’antico e già noto legame geologico che unisce l’isola di Circe con le terre della Sibilla cumana descritte da Virgilio, con la dimora del dio Efesto e con il Vesuvio distruttore, di cui ci narra Plinio il Vecchio, ovvero quell’humus magmatico presente da secoli in tutto il Tirreno meridionale. 

È bello pensare che nelle viscere delle Ponziane qualcosa si muove.

Pubblicato su h24notizie.com

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