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L’isola ha un nuovo eroe, chiesta una medaglia per Cristo

Ponza ha un nuovo eroe: Giuseppe Cristo.

Come si nota dalle immagini riprese da una delle telecamere di sorveglianza del pontile “Ponza Mare”, mercoledì scorso dopo l’esplosione e l’incendio che in porto ha avvolto un motoscafo, è stato il 41enne ad evitare il peggio.

Cristo, impegnato in “Ponza Mare”, sposato e padre di tre figlie, musicista e impegnato nel sociale, ha saputo subito lucidamente cosa fare, allontanando dal motoscafo la pompa della benzina.

L’isola ha un nuovo eroe, chiesta una medaglia per Cristo

“Non vogliamo immaginare cosa sarebbe successo se le fiamme avessero dato fuoco alla pompa a meno di un metro da essa – ha affermato Antonio De Luca, della stessa Ponza Mare – e quindi ai serbatoi della benzina ubicati sotto al manto stradale sotto le case del porto. Giuseppe col suo solo coraggio è riuscito ad evitare una catastrofe inimmaginabile. Beirut insegna. Inoltre il nostro eroe incita le persone ancora sulla barca in fiamme, prese dal panico, a gettarsi in mare e quindi a salvarsi. Per questi motivi si chiede alle autorità del Comune di Ponza e della Regione Lazio di insignire Giuseppe Cristo di un’onorificenza con medaglia d’oro al valore civile. Ponza, e non solo, gli deve essere grata. Noi che lo frequentiamo siamo orgogliosi di lavorare con lui e soprattutto di averlo come amico”.

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Dice Tiresia

Tiresia
Chi sei tu? Da quale terra generato…
Da dove arrivi, dimmi il tuo nome 1

Poeta
dove la legge solo
è la notte e il giorno

è la tempesta e il sole
è le stagioni e la passione

dove la legge
è il limite e il possibile
e nessun dio è punitore

la selvaggia bellezza
il vivere la magnificenza
dove l’amore si fa arte

una musa nascosta
mi ha fatto eremita

tra l’arcano oscillare
dei fili d’erba
e il bianco dell’onda

sopra
una terra sorgiva

tra gli scogli
pietre del verbo
dal diritto divino

il mio nome è ancora Nessuno

Tiresia
Che fai lì? È il volere di un Dio? Cosa hai potuto fare?
Quale Ade hai visitato?

Poeta:
È la terra
che muta la sorte

l’imprevisto e l’inaspettato
la rivolta e l’assurdo

l’essenziale della vita
l’Irraggiungibile

il coraggio e la sconfitta
la speranza
e la disperazione

qui parlo
solo con le brave persone
i sogni e le illusioni
il destino qualsiasi
mi è amico
ai morti ho scritto versi
e dedicato gli alti pensieri
coi morti parlo
i vivi sono loro i realmente morti
che nulla più hanno da dire

al dolore della mancanza
ho avuto lacrime
a purificare il viso e gli occhi
e sempre ho accolto lo straniero
la casa ho aperto alle Muse
e la porta non ha chiavi

Tiresia
è quella la terra al confine dell’isola di Circe
maga che trattiene il forestiero,
assetata d’amore
e che tutto dagli uomini vuole
per la sua eterna solitudine

Poeta
gli dei
sono andati via
il mito mi racconta
il loro esilio

ho nostalgia di loro
cosa sarebbero loro
senza di noi mortali
e noi di loro

nella bassa marea
delle sacre scogliere
sono impegnato
a nascere e sparire
e ancora a nascere
e amare e a sperare

quando un poeta si innamora
è il Dio che ama
ma è anche un Dio fallibile

il Mito che svela
l’istante
è eternità

la solitudine di Circe
è la solitudine degli uomini
l’uomo è nato solo
e tale rimane lungo la vita
nella sua miseria
sicché conviene
stare tra le braccia di una donna amata
dopo il tanto vagare
qui dove il silenzio domina
è l’unica salvezza

Tiresia
Qui passò Ulisse disperso da Troia
per volere degli Dei
ed edificò un cenotafio
forse tu conosci il suo rifugio la sua storia
conosci i suoi dei?

Poeta
ho costruito
una casa simile
a quella del padre Laerte
povera e in disparte
lontana dagli uomini
ho gli ulivi e la vigna
passano le rondini
e cantano le cicale la notte
i passeri
fanno i nidi
davanti casa
e i gechi vivono tra le stanze
le voci che parlano nella casa
sono le voci della casa

Qui
tutto ha la lentezza
del tempo primitivo
della meraviglia
del luogo estremo
ascolto le voci della terra
degli uomini saggi
e la virtù non mi abbandona
ho piantato le rose per una Musa

una biblioteca
come un paradiso deve essere
ci ho messo il dubbio
così all’intelligenza ho dato un nome 2

Tiresia
Cosa ti trattiene a stare lì,
non dirmi che ti fermerai in quella terra stregata?

Poeta
Qui ho una via d’uscita
dal tempo

dalla condizione umana
ho la visione del mondo
che vuole essere realtà
qui vive Utopia
tra le maghe la più bella
la strega ultima

qui vive nostalgia
nostalgia è rivolta

Tiresia
Cosa pretendi di vedere da questa poca terra?

Poeta
un veggente, mi ha detto che dal mio villaggio posso vedere quanta terra si vede dall’universo, per questo il mio villaggio è grande come qualsiasi altra terra, perché io sono della dimensione di quello che vedo e non della dimensione di quello che sono, è dentro di noi che un paesaggio ha il paesaggio 3
.
Tiresia
Non hai nostalgia del tuo navigare
del tuo vedere, il mare e le rotte e le isole,
le paure e le gioie della conoscenza, delle scoperte

Poeta
Penso ai miei viaggi
li vivo fortemente
spesso
come se stessi
ancora in quei luoghi

questo rifugio
è la mia biblioteca
i libri profumati
gli arnesi del pensiero

qui ho stipato lo stupirsi
la soddisfazione della fatica
il cambiamento del tempo
il timore degli accadimenti
l’entusiasmo dell’attesa l’incontro ogni volta
con la mia musa
la meraviglia dell’etica e della scelta
la nostalgia
già è oggi

ogni luogo abbandonato
resta in attesa
di qualcosa
ed io sono qualcosa
il Nessuno che porta il tempo

Questo
è il non-luogo
che mi porto dal mare
dai naufragi
dai confini della terra
dai confini del pensiero
una chiglia della nave
le mani callose sugli scalmi
a sudare sui remi
a tendere e rattoppare vele
dove i mari si mischiano
e l’uomo nulla può

ripartirò quando una voce
dell’oltre mi chiamerà
dal silenzio delle origini
dalle profondità dell’Io
a camminare ancora
per altre terre
con una Musa
una speranza al mio fianco
tra nomadi gentiluomini
del mediterraneo
di questa vita mortale
Tiresia tu già sai tutto di me
ed io nulla agli Dei devo
e agli uomini diedi dolore
nella passata gioventù
ma da loro ebbi il perdono
per questo non dirmi profezie
che la vita non mi dia
la serena virtù
nel tempo immutabile
io non ho più vendette da consumare
né perdoni da distribuire
la dimenticanza e la lontananza
sono l’unica vendetta
e l’unico perdono 4

Tiresia
Vuoi essere l’uomo della fuga, della sconfitta, non è da te?

Poeta
Ci sono sconfitte
che hanno la dignità
più alta delle vittorie
qual è il limite
tra sconfitta e vittoria?
La fuga è per salvarmi dalla tirannia

lasciami al Fato
e tutti insieme godiamo
i doni di Dioniso e di Afrodite le gioie

Tiresia
chi è quel demone che al tuo pensiero
infonde parole
di virtù

Poeta
La saggezza sta nel Mito

Tiresia
Se il tuo nome è Nessuno, Itaca ancora ti attende….

Poeta
un veggente mi disse:
forestiero sarà lungo il viaggio per Itaca,
augurati più lungo possibile
e mai scompaia dal tuo pensiero il nome,
non affrettare il viaggio.
Forestiero è Itaca la strada che devi percorrere,
il tempo non ti compete.
Itaca è il viaggio. 5

1 da Omero
2 da Luis Borges
3 da Fernando Pessoa
4 da Giorgio Gaber
5 da Costantino Kavafis

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Leucotea ritorna a Ponza Un’altra vita è possibile

Con i “Dialoghi con Leucò” Cesare Pavese indaga e riafferma l’irrinunciabile appartenenza dell’uomo al mito: un mito che ci appartiene e ci eternizza. Pavese -come, tra gli altri, Borges e Camus- attraverso il mito, analizza le angosce e le esperienze dell’uomo moderno. Non può esistere l’uomo senza la costante ombra del mito. Uomo e mito camminano insieme. Il mito è l’origine della vita: al primo vagito dell’uomo, il verso è già mito. Il mito dissolve e trascende lo spazio e il tempo, intreccia le sorti della vita e ne fa il destino dell’uomo.
Così Pavese traspone nella modernità e nell’attualità della vita contemporanea la mitologia greca. Egli aggiorna e rivitalizza il mito, dando parola ad eroi, streghe e dee.
Anche Pier Paolo Pasolini -con opere quali ad esempio l’Edipo Re- utilizza il mito per spiegare la realtà e denunciarne le storture, i limiti. Gli stessi Pasolini e Pavese si fanno mito.
Eppure Il mito non mi affascina e coinvolge solo dal punto di vista poetico e letterario, ma anche filosoficamente dal punto di vista esistenziale, come presenza continua nella vita reale. La vita è mito, il mito è la vita. Il mito ed io abbiamo la stessa casa. Mi appartiene anche attraverso l’esistenzialismo di Albert Camus ed Ernesto Sabato.
Alcuni anni fa trovandomi nei pressi di Corinto ho visto un vaso in ceramica che riportava l’immagine di un Ulisse salvato dalla dea Ino, come raccontato da Omero nell’Odissea. La dea che salva Ulisse e lo fa sbarcare sull’isola dei Feaci, da cui poi raggiungerà Itaca. Col tempo il nome della dea Ino diviene Leucotea. Leucotea è una divinità marina greca, letteralmente “Dea bianca”, colei che viaggia tra la spuma bianca delle onde. Leucotea è la protettrice dei naviganti e di tutti coloro che attraversano i mari e raggiungono i porti. In ambito romano questa divinità viene poi associata alla Mater Matuta, la madre di ogni cosa, l’aurora, la luce, colei che protegge. Spesso la dea viene rappresentata con un bambino in braccio, dea genitrice che protegge l’essere umano. Molte erano le donne che pregavano la Mater Matuta per avere figli o maritarsi.
Ho iniziato a ricordare la figura di Leucotea con attenzione quando ne ho rivisto una raffigurazione al museo etrusco di Villa Giulia e mi sono immerso in una straniante dimensione. Mi è accaduto quello che avevo già sentito -per dirla alla Dumas- la prima volta al Museo archeologico di Napoli: quello che fino a qualche minuto prima era solo arte, forme pure e primitive, erano diventate realtà viva, quotidiana e totalizzante.
L’archeologia moderna e le ricerche degli ultimi decenni hanno rinvenuto lungo tutto il Mediterraneo e anche lungo il litorale laziale vari templi con statue ed altari dedicati alla protettrice dei naviganti, appunto la Ino-Leucotea omerica. Greci, fenici, romani e non solo, pregano e innalzano templi lungo le rive mediterranee alla dea Leucotea.


Sappiamo, grazie ai più recenti studi, che l’isola di Ponza in epoca greca e soprattutto romana, non ha avuto soltanto un’importanza strategica in quanto snodo commerciale e militare, ma anche in quanto meta prediletta di imperatori e aristocratici dediti all’otium.
Purtroppo successivamente Ponza è stata depredata di tutte le antiche ricchezze per opera di pirati, invasori e monaci -insofferenti nei confronti di quanto non apparteneva all’elitaria verità monoteista-, per poi essere abbandonata all’incuria dell’attuale classe dirigente. Nonostante sia giusto constatare che qualcosa di importante in tal senso era stato intrapreso dalla giunta del precedente sindaco Piero Vigorelli, nel tentativo di conservare quanto rimane di un importante patrimonio identitario e renderlo fruibile alla collettività. Di 800 anni di storia prima di Cristo e dei 500 successivi anni niente rimane, se non minimi resti, soprattutto nell’apparato delle cisterne che rifornivano acqua alle flotte romane e nelle vasche di allevamento dei pesci. Ma il mare ha conservato abbastanza bene alcune navi romane, greche e fenicie e delle loro mercanzie utili per capire l’importanza dell’isola di Ponza nei traffici mediterranei.


A Ponza negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, molti di noi ragazzi passavamo gran parte del tempo per strada o per mare. Scorrazzando e giocando per le strade del paese, capitava di imbatterci in grotte ed edifici abbandonati, semiaperti, luoghi dal sapore quasi mitico, in quanto luoghi di incerta identità per i bambini di quelle generazioni. Così, spesso ci avventuravamo in grotte ignote e buie, spazi dominati da insolite forme architettoniche e dal silenzio, come fossero abitati da creature immaginarie. Questi luoghi misteriosi -tra cui le famose grotte di Pilato, antiche peschiere di età augustea- diventavano luoghi di esplorazione e di sogno. Avevamo solo il bisogno ancestrale di scoprire e conoscere l’appartenenza all’ignoto, alla meraviglia, al regno dell’indicibile, in un territorio che ci apparteneva. Era un inconscio apprendimento del mistero e della bellezza.

Una di queste spelonche abbandonate si trova ancora oggi, anche se chiusa, a pochi passi dalla spiaggia di Sant’Antonio, a poche decine di metri dal tunnel. Questa grotta ha una e struttura architettonica per cui si può ipotizzare fosse un antico tempio, anche se ormai del tutto spogliato: un tempio a pochi passi dal mare. Parlando con il Dott. Vincenzo Bonifacio -autore dell’importante libro “Pontio, l’isola di Pilato. Dal mito alla realtà” (Ed. Vianello)-, e con l’architetto Giuliano Massaro, anche lui autore di autorevoli libri sulla storia di Ponza, abbiamo convenuto sull’ipotesi della grotta-tempio, dedicata per la sua prossimità al mare a una divinità marina, con molta probabilità alla dea Leucotea. Situata a pochi metri dal mare in uno dei porti più centrali del Mediterraneo occidentale, era vitale per il popolo la presenza di una divinità che assicurasse coraggio e destino felice ai marinai e viaggiatori etruschi, fenici, greci e romani, considerando anche che ne esisteva un altro nella non lontana Cerveteri. Inoltre la presenza di importanti ville nella strada sovrastante la grotta e la presenza della grande villa di Augusto a punta Madonna, con annesse peschiere per l’allevamento del pesce, supporterebbero tale ipotesi.
Alcuni anni fa ho fatto costruire, al mio ritorno dalla città di Volubilis -città fondata da Annibale e poi rifugio di Marco Aurelio- un piccolo altare tra i vigneti del Fieno, con pezzi di ruderi di età romana, abbandonati nelle varie discariche dell’isola, e vi ho posto l’immagine della dea Leucotea nuda, così come l’avevo vista sul vaso di Corinto. Svestita perché le sue vesti erano diventate le vele della zattera di Ulisse durante un naufragio.
Inoltre sul tetto di casa ho scritto in greco omerico “Ino Poiemata” -il fato ha voluto perpendicolare e a pochi metri dal presunto tempio-, a ricordare quanti scampano alla furia del mare. Il destino ha voluto anche che a pochi metri dalla mia abitazione e della grotta-tempio vi abitò durante il confino fascista il socialista Sandro Pertini, successivamente Presidente della Repubblica.
Mare di ieri e di oggi, mare di sempre. Mare metafora della vita. Leucotea è ancora qui. Un altra vita è possibile per tutti. Il Mito resiste. Col mito percepiamo la realtà tramite il sogno e il sogno serve per una vita migliore, per perpetuare la nostra presenza. E spesso la storia può tornare indietro, come ebbe a dire il prof. Luciano Canfora. Il mito muove la storia, rende visibile l’invisibile. E nell’anima può accadere di tutto.

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Opera sulla strada del Fieno, su resti del naufragio della Lusitana.

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A volte ritornano

Sopra una stretta
striscia di terra
alta

dal mare
a sud e a ovest
la protegge una scogliera

a nord una collina
da dove arriva
la tagliente pietra
di lava
servita a costruire
gli spessi muri

davanti solo il mare
e l’Africa
il Maghreb
a 500 miglia

la terra vulcanica
è di buona qualità
per la vigna
il fico e il gelso

tra gli scogli
abbondano
legni di straquo
serviti a fare il tetto
e a reggere la vigna

l’acqua arriva dal cielo
e sul tetto cadendo
riempie il pozzo

intorno ai margini
a sud della casa
ci sta il cimitero dei cani

due altari
adornano il giardino
a Venere e Leucotea
in travertino e marmo rosa

ai lati due cipressi
a guardiani

gli ulivi
ai lati dei muri
proteggono la casa
dal cocente sole estivo
e dalle forti burrasche
d’inverno da libeccio

le colonne sul mare
portano le erme
di Omero e Atena

intorno
resti di naufragi
e mercanzie di viaggi

ogni ferro
qui è arrugginito

il sale lo raccolgo
tra le pozze
degli scogli
dove l’onda arriva

nelle stagioni
ogni giorno
tutto è abitudinarietà

il raglio degli asini
il canto dei galli
il lavoro
di qualche uomo nelle vigne

100 mila anni fa
il mare non c’era
e l’ uomo
ci veniva camminando

ci portava l’ossidiana
l’opera primitiva
la meraviglia
il viaggio e la fatica

dormiva
in spelonche di tufo

le terre e i mari
e nessuno
aveva un nome

solo il primitivo pensiero
e le gesta
dominavano
sulla terra irreale

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Da La Stampa

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Addio a Pietro Patalano, muore giovane chi è caro agli dei

Socrate parlando della virtù si riferiva al sommo bene.

Vivendo su un’isola, talvolta, colui che è disposto alla virtù ne acquisisce in una dimensione che supera la logica, attraverso la prossimità della natura, delle sue manifestazioni, anche le più primitive.

Così eleva la propria coscienza e la propria dimensione etica.

Penso a quei filosofi, poeti, politici illuminati, che tra le isole dell’Egeo e della Magna Grecia svilupparono le fondamenta del pensiero, lasciandolo in eredità per i posteri.

Ci sono uomini di grande virtù che ho incontrato nel mio vagabondare per il Mediterraneo.

L’isola di Ponza in questo Tirreno moderno non fa eccezione.

L’isola ha avuto ed ha ancora uomini e donne di grande virtù.

Queste persone, uomini di terra e di mare, assolvono ad un ruolo di cui spesso non hanno consapevolezza: contribuiscono a costruire e tramandare l’identità del Mediterraneo.

Tra queste persone ricordo Pietro Patalano, prematuramente scomparso in questi giorni.

Muore giovane chi è caro agli dei: così il greco Menandro scriveva attorno al 350 a.C. per tentare di dare senso a un dolore troppo grande.

Un dolore che la ragione non può comprendere e accettare.

Così, anche Giacomo Leopardi affrontò con sublimi versi il dramma di una scomparsa prematura: Muor giovane colui ch’al cielo è caro.

Pietro Patalano è partito per l’ultimo viaggio.

La sua guerra è finita. In guerra come nella vita non si perde né si vince.

La vita è un miracolo e tutto sta intorno a questo miracolo.

Persona perbene, di grande statura morale con una etica appartenente alla vecchia sapienza contadina.

Figlio e nipote degli ultimi grandi pescatori di antiche tradizioni, scelse di vivere tra i campi coltivati e i vigneti.

Una terra da zappare, seminare e curare, per avere un rapporto con la vita, con la natura sempre più vicino all’essenza di un primitivismo ancestrale.

Pietro aveva mani sapienti, mani di colui che coltiva la terra, ara i solchi e sgozza, come un sacerdote antico che immola l’agnello all’altare degli dei.

Non ha conosciuto il poeta Virgilio, glielo raccontavo io.

Gli dissi che viveva come un poeta arcaico, nei suoi campi coltivati, tra i suoi animali, con le caprette che custodiva, allevava con entusiasmo e amore.

La vita di Pietro è vissuta nella pace del silenzio della poesia greca e poi romana, in quel ridente villaggio di Santa Maria.

L’avrebbe conosciuto il divo poeta latino Orazio starebbe nei suoi versi.

Pietro amava la vita campestre, quella della pace e dei pensieri profondi, del parlare sottovoce col sorriso che illumina e dà gioia di vivere, serenità nel gesto quotidiano del vivere con la sua famiglia, con gli amici, a cui dava un valore non facilmente riscontrabile in questo mondo di oggi.

Per lui l’amico era sacro come per i Feaci fu l’ospite Ulisse.

Una persona di grande cultura che aveva acquisito da autodidatta.

Non conosceva la filosofia della scuola, ma conosceva il pensiero marxista.

Aveva sposato con l’entusiasmo giovanile la cultura socialista e della classe operaia.

Era un comunista convinto, non aveva interessi personali, ma condivideva il pensiero e la visione di un mondo diverso per un’umanità più giusta e la pace tra gli uomini.

Al figlio regalai le poesie di Ernesto Che Guevara.

Pietro Patalano era tifoso milanista, il Milan era per lui una ragione in più.

Conosceva il calcio, che praticava da ragazzo, tra gli sterrati campi della sua contrada. Amava il calcio nella sua massima estetica del bel gioco e dell’eleganza.

Pietro, appena superati i cinquant’anni se ne va dalla sua famiglia, dagli amici, dal suo mondo virgiliano fatto di silenzio, umanità, gioia campestre.

Ci lascia da poeta inconsapevole. Ci lascia la sua grande dignità, la semplicità della saggezza di chi ha da dire qualcosa. E quando muore un poeta o un uomo di virtù siamo tutti più poveri, tutti più soli.

In un’isola sono pochi gli uomini di saggezza.

Gli amici piangono la scomparsa del giovane Pietro.

Ora più che mai la comunità isolana, quella dei grandi principi e dell’etica che serve, sarà sempre più povera nella sua identità, che lentamente si sgretola. Inesorabilmente al Fato.

da h24notizie.com

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L’isola

Tra Pithecusa e Cuma
a nord
ci sta un isola

un’isola
che sta dentro di me
e mai potrò
raggiungere

brulla e povera

fragile ai venti

ha poca acqua

un vecchio vulcano
che lentamente muore

trovai rifugio
non era segnalata
ma non ci misi nome

arrivai primitivo
inconsapevole del Fato

ci portai una biblioteca

ci misi lo stupore
e la passione
il cambiamento e il timore

l’entusiasmo e l’incontro

la seduzione e la paura
la meraviglia e l’inesprimibile

arrivò la compassione
e il dolore

alzai macigni e templi

conobbi la solitudine
la fatica e la pietà

scavai tra i ruderi
l’essenze

le parole antiche

l’innamoramento

il silenzio

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Nemesis

Nemesis
Dea della sorte

terrore
invade il cuore
dei puri

dispersa è la gente
disperso è il verso

abbandono

tutto scompare

sventurati
orrore orrore

le rive
ci separano
la terra implode

tutto
più non basta

i corpi
ci lasciano

ultimi

le parole pure
di altri tempi

più non basta il mare
così il sangue degli avi

disperazione.

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La presenza del padre

E grida
questo nome

del padre di Nessuno
è la tua voce

gridalo alle mie ossa
a quest’ essere fatto primitivo

di assenze
e isole destinate

chiamami da ogni tempo
col nome che mi desti

chiamami per sempre

non esiste distanza tra i vivi e i morti
l’essere nudo e la parola

ha la forza invincibile
la parola dei morti

fa che io viva ogni ora
ogni istante

ed essere commosso
in questo ultimo
approdo di pietra

amare e sognare
tremare e sperare

ci vuole tempo
per vivere

a sorreggermi
nella fuga

così la vita
l’ho pensata

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