Le mie pubblicazioni

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Lettera alla madre

Metto la pece
al fasciame

procuro buoni remi
e una robusta vela

e quando posso
mi trascino
a forti bracciate

seguo le stelle
con lo sguardo primitivo
a incontrare
ogni impossibile

le sacre stelle
della volta celeste

così
ritrovo la nostra isola

resti colati a picco
negli abissi del mare
di un antico vulcano
che ancora ribolle
sopra il fuoco della terra

una mezzaluna di lava
fragile a frantumarsi

una terra primigenia
dove per sempre
mi portasti nel grembo

e poi per spiagge
a scavare pozzi d’acqua
e raccogliere conchiglie rosse

una terra
dove venni a nascondere
l’amore

su una terra dove
sono nati gl Dei
non si affretta il piacere

e intorno tutto sul mare
è un ribollio di luce
e barche sparse
intente alla pesca

questo mare
dove si estendono le lontananze

la vita invisibile
che fa vivere
fa partire e ritornare

la casa fu
tagliata
di pietra vulcanica

ed è oltre ogni agire
oltre la soglia del pensiero

oltre il silenzio
che dirupa
nella disperazione
dell’impotenza umana

della mancanza inesorabile

sulle carte nautiche
trovai solo
la presenza
del tempo

unica rotta fu
la memoria

le voci che mancano
e il vuoto
che riempiono
i miei naufragi

per scrivere versi
all’altrove

per amare sempre di più

Tra linee d’ombre
di rocce primigenie

illusioni
che nascosi

sono ritornato

per essere abbracciato
con tutte le forze
da chi

da qualcuno che mi attende
nella ormai casa vuota
di larghe stanze sulla spiaggia

dove la luce domina
e il vento che entra dagli Infissi
ora solo le riempie

non è la morte che separa
Madre cosa non ho dimenticato

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Quello che mi è concesso

da Marsiglia a Lisbona
verso Buenos Aires
poi Napoli e Tangeri
Algeri e Beirut
e Atene e ancora Istanbul
e la città di Argo

tra rivelazioni insperate
attese e smarrimenti
cadute e passioni

sta il mio viaggiare infinito
segreto di un mare complice
lungo le sponde scoperte

che la ragione rapisce
e il cuore prende
la follia

sui moli umidi della sera
tra le cime dei navigli
sotto i vulcani in fuoco

il presagio della lontananza
e del distacco
a un altrove ignoto

resistere col silenzio
da lontano nascosto
appartato tra l’ozio e un vino

in tasca porto Keats
e la storia di Nessuno
un taccuino e un orologio
ho solchi di utopie e visioni
di semina e raccolti

e tutto quanto resta
di versi asciugati
dal sudore antico salino

misteri, non tutto
mi è concesso
scrivere e capire

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Fernando Coloane Marques de Sá-Carneiro

Dal tetto del suo rifugio
dove stanno ancora gli Dei
e le illusioni immortali
e dove l’ordine è rotto

i suoi pensieri stanno
severi e inquieti

una casa isolata
sopra una scogliera
con i cani d’inverno
guarda sul mare
i leviatani passare

e le nuvole nere di tuoni
che si contendono il cielo
sopra di lui

non gli sono indifferenti
gli uccelli di passo
la luna intravista
le voci degli imprevisti
la luce del faro
fin dove trascina gli umani

scruta le stelle
e le lontananze
i lampi e la pioggia
il mare che si alza
in frangenti
e cambia le cose
ovunque si abbatte

è un uomo libero
non compete
crede nel sudore della terra

scrive versi sui muri
scrive come vive
beve l’indomabile vino
e uccide per vivere

nulla sta alla ragione
nel desiderio di tempesta
il suo voler essere niente

esiste solo l’origine
il viaggio
il rimescolamento del Caos
e dove Eros dà il principio

E quando vorrai
perché ti senti persa
hai camminato tanto
lui sta li

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Algeri

mi nascondo
tra polverosi antiquari
e vecchie botteghe
di una vita alla rinfusa

non sono mai stato bravo
a stare a lungo
in un posto

strade e spiagge
gole e sentieri
della dimenticanza

tra divinità
per i vicoli a calce
del Mediterraneo

segni del passato
nel silenzio delle case
delle pietre

trascinatrici ed essenziali
crudeli e necessarie

dai sottocoperta
dei bastimenti
salgo sul ponte
a cartografare abissi
ad avvistare isole e porti

mi nascondo
tra le onde del mare
nel lavoro della terra

santuari di riti
per fuggiaschi
rivoluzionari permanenti

attracchi di fortuna
dove l’amore
è ancora un Dio

vivo nella solitudine
dei luoghi di chi
sempre parte
e sta nell’attesa
del ritorno di qualcuno

vivo
nei racconti di avventure
nella gloria del Mito
tra le pietre di altri tempi
per incrociare
le lontananze della memoria

sto come chi mi ascolta
tra un milione di anni
un tempo geologico

un pensiero mi domina
in un universo drammatico:
l’uomo è nomade

la mia caverna
un labirinto
di appartenenza
un mondo
scoperchiato
dove anche gli Dei
sono emigrati

vivo per la poesia
ho conosciuto Ismaele
vengo da Algeri
a Tangeri mi son fermato
porto la Palestina nel cuore

il mio destino:
il caso mi è necessario
scruto la parola

primitiva e severa

il suo gesto
antico e pulito

così sono vivo

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La casa di tufo

Una casa di tufo
davanti all’aurora

le porte e le finestre
tra i muri scalcinati
sono un’astrazione

precipizio
sopra una spiaggia
sopra l’alto mare

sopra isole provvisorie
la provvisorietà delle cose

casa di vestali
pareti come letture

di chi ci è stato qui
chi ha vissuto ha pensato
ha gioito e ha pianto

ha guardato le stelle
ha conosciuto lo straniero
e ha visto lutti

ha navigato le navi di legno
le vele e le ancore
e ogni cima

l’odore delle stive
il catrame
e le precarie essenzialità

donne a capo coperto
con la faccia tra le mani
a voce bassa ebbero cura

la vita rimane e si attacca
ai muri come quadri
ombre inquiete tra le stanze

tutto mi assale ora pesante
roccia che mi trascina

tutto fu una vita reale
una vita marittima

e dà il tempo allo spazio
al cammino al ritorno

la casa sul foro marino
le cose navali
né ho fatto un tempio
all’antica Grecia

Stanze di tufo
al crepuscolo
dove la mia infanzia fu altro dall’oggi

un’ossessione generatrice
la luce dell’inverno
le basse maree d’aprile

le onde del mare

ogni ritorno
il vento nel canneto che sento
muovere le foglie

suono come canto
di sirena che ammalia
e poi divora

le voci le voci divorano
cadenzate all’essenza
alle ore lente delle stagioni

sopra il tavolo
i pochi datteri
e pesci sott’olio

il pane è raffermo
l’aglio i rossi pomodori
I fichi rinsecchiti

il vino acidulo

un dono di dio
si diceva

quale degli dei
mi chiedo ora
che il fato decise

solo la nostalgia mi è sacra
tra questi resti
di lontananze

sacro mi è l’ignoto

la solitudine
vado a cercare
alla ruggine dei chiodi nel tufo

a volte la invento
voglio essere solo

a volte
non mi deve lasciare

cerco parole
solo parole
poche devote
parole intime

segni primitivi
di caverna
di legni laceri di naufragi
cicatrici

gli anni di Troia la guerra
Calipso e Circe
Poseidone ed Atena

Penelope oh Penelope
sempre in attesa
e Telemaco il padre Laerte
il cane Argo

la vita ho mutato
in destino

per essere contro

contro la banalità
del pensiero

la riflessione accademica
il qualunquismo dell’amore

la mercificazione
della vita

del consenso
e della conoscenza

Il dire poetico
parlo poco
mi invento il di dentro

quale isola ancora
mi attende a naufragare

perché voglio di più

e a quando la fine! (Pessoa)

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Qualcosa si muove nelle viscere delle isole Ponziane

Lungo la costa orientale di Ponza (in particolare nella zona sud-ovest dell’isola) da molti anni si assiste a sporadiche intrusioni gassose o di vapori acqueo subacqueo, a soli pochi metri di profondità e di distanza dalla riva, spesso accompagnate da un forte odore sulfureo. Tali fenomeni si sono verificati più volte, negli anni, in una precisa zona dell’isola, pur rimanendo però di piccola entità e verificandosi in maniera incostante.

Quest’anno si è manifestata in maniera ancora più evidente un’intrusione subacquea di vapore in prossimità del “Faraglione del calzone muto”, precisamente in località Bagno Vecchio, luogo in cui sono ancora ben visibili antichi flussi lavici riolitici e trachitici. 

In questi giorni il sottoscritto e il dottor Vincenzo Bonifacio, amante della Geologia e dell’Archeologia, oltre che autore di un importante manuale di ricerca e divulgazione sulla storia di Ponza, abbiamo monitorato il fenomeno e abbiamo constatato un consistente aumento di pressione, intensità ed estensione nello spazio, accompagnato da un sempre più evidente odore di zolfo.

Questo nuovo e inatteso scenario del sistema di emissione subacquea mi ha insospettito ma non sorpreso, dal momento che la zona in cui si sono imposte queste forti presenze gassose, cioè nella parte meridionale dell’isola, costituisce un ambiente vulcanico, con vulcaniti idromagmatiche, emesse da diversi microcrateri.

Solo pochi giorni fa si è recata a largo dell’isola una nave oceanografica dell’ISPRA (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per dei sopralluoghi in alcuni tratti di mare che l’istituto monitora; tuttavia non ho avuto la possibilità di mettere a conoscenza i ricercatori circa questa nuova realtà vulcanologica, perciò ho contattato alcuni ricercatori dell’Istituto Vulcanologico Vesuviano, cui mi lega un’antica amicizia e reciproca stima. 

In particolare il prof. Giuseppe Rolandi, già del Dipartimento di geofisica e vulcanologia dell’Università di Napoli, con cui da studente avevo collaborato per la costruzione della nuova carta geologica di Ponza. 

Il prof. Rolandi ha manifestato particolare interesse e si è messo a disposizione per un prossimo monitoraggio al fine di verificare la consistenza e la specificità gassosa delle emissioni, oltre che per informare il suddetto ISPRA di quanto si sta verificando, per un’ulteriore e più approfondita analisi.

Al possibile valore scientifico del fenomeno si aggiunge anche un fascino che unisce scienza e mito. 

E’ così che si ripresenta ai nostri occhi quell’antico e già noto legame geologico che unisce l’isola di Circe con le terre della Sibilla cumana descritte da Virgilio, con la dimora del dio Efesto e con il Vesuvio distruttore, di cui ci narra Plinio il Vecchio, ovvero quell’humus magmatico presente da secoli in tutto il Tirreno meridionale. 

È bello pensare che nelle viscere delle Ponziane qualcosa si muove.

Pubblicato su h24notizie.com

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Degrado e mare rimasto senza pesci, De Luca lancia l’sos al ministro

Il mare di Ponza si sta impoverendo. Il pesce ormai scarseggia. E troppe sono anche le aree di grande valore ambientale a rischio nell’arcipelago pontino. A lanciare un vero e proprio sos per tutelare le Ponziane prima che sia troppo tardi è stato lo scrittore e ambientalista ponzese Antonio De Luca, che nell’ambito della rassegna Ponza d’Autore ha consegnato una lettera contenente il suo appello al ministro dell’ambiente, Sergio Costa, e a Gaetano Benedetto, esponente del WWF ed ex presidente del Parco Nazionale del Circeo.

De Luca ha invitato il ministro a impegnarsi affinché venga mantenuta all’interno del Parco del Circeo l’isola di Zannone, ritenendolo il modo migliore per preservarla da ogni tipo di speculazione dell’industria del turismo, conservarne il patrimonio e soprattutto valorizzarlo, nell’ottica di salvaguardare e rilanciare l’importanza naturalistica di Zannone.

L’ambientalista e scrittore isolano ha poi evidenziato l’urgenza di provvedimenti per la conservazione e la sopravvivenza delle specie ittiche dell’arcipelago, creando quanto prima aree delle aree di riproduzione controllate, evitando inoltre la pesca nei periodi in cui va favorita la riproduzione delle diverse specie e auspicando un’ulteriore stretta nei controlli sulla pesca.

De Luca ha quindi sollecitato l’istituzione di un presidio permanente dei carabinieri forestali a Ponza, per il controllo e la salvaguardia del territorio, che versa in uno stato di grave degrado e abbandono, e uno studio per il risanamento e la riapertura di siti di interesse naturalistico e turistico come la spiaggia di Chiaia di luna e Cala Fonte.

Sollecitato infine il ritorno alla gestione pubblica dell’acqua.

Temi di cui De Luca ha poi discusso sempre nella rassegna Ponza d’Autore intervistato da Gianluigi Nuzzi.

Un dibattito che è stato allargato anche al tema della cultura a Ponza e alla sua perdita di identità, con lo scrittore che ha denunciato una grave crisi identitaria, un futuro di incertezze e una realtà di abbandono e distacco, sostenendo che l’abbandono sarebbe soprattutto da parte della Regione Lazio e dello Stato, al contrario di quanto fa la Regione Campania con le sue isole.

“La scuola – ha affermato De Luca – non è stata all’altezza di un rinnovamento conoscitivo e sociale da portare avanti in una società evoluta”.

Rispondendo infine alla domanda su come da poeta vede il futuro, lo scrittore e ambientalista isolano ha dichiarato di essere molto pessimista.

“Mi provoca un dolore quotidiano – ha detto – vedere tale abbandono e una perdita della identità. A volte preferirei andare via”.

Clemente Pistilli su h24notizie.com

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Ponza d’autore

Al Sign. Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.
On. Giorgio Costa
Al Sign. Gaetano Benedetto
Presidente WWF Italia

Suggerimenti per l’urgente salvaguardia delle Isole Ponziane, Ponza, Palmarola e Zannone.

Sottolineo l’importanza di mantenere l’isola di Zannone parte del Parco del Circeo, in modo definitivo, al contrario di quanto alcuni politici locali e non solo sostengono e cercano di porre in atto ormai da anni; ciò, al fine di preservare la stessa isola da ogni tipo di speculazione dell’industria del turismo, conservarne il patrimonio, ma anche e soprattutto valorizzarlo, nell’ottica di salvaguardare e rilanciare l’importanza naturalistica di Zannone.

E’ necessario prendere urgenti provvedimenti per la conservazione e la sopravvivenza, ormai in crisi, delle specie ittiche delle isole Ponziane, innanzitutto, creando quanto prima aree di riproduzioni ittica controllate, evitando inoltre la pesca nei periodi in cui si favorisce la riproduzione delle specie marine in questione. Questo perché nei mari delle isole Ponziane i pesci sono finiti. Inoltre bisogna assumere provvedimenti ulteriori nel controllo delle attività di pesca.

Pongo in evidenza inoltre la necessità di istituire un presidio permanente dei carabinieri forestali sull’isola di Ponza, per il controllo e la salvaguardia del territorio, che versa attualmente in uno stato di grave degrado e abbandono.

Bisogna poi mettere urgentemente in atto uno studio per il risanamento e la riapertura di siti di interesse naturalistico e turistico (oltre che per gli stessi residenti), molto importanti, quali la spiaggia di Chiaia di luna e Cala Fonte.

Come Lei ben sa, nel Giugno del 2011 gli italiani si sono espressi tramite un referendum abrogativo contro la privatizzazione dei servizi idrici; ciò nonostante, da anni nella provincia di Latina quest’ultimi vengono ancora gestiti da privati (peraltro in maniera inefficiente e imponendo elevati prezzi ai cittadini che ne fanno uso), grazie a un comune accordo tra il Partito Democratico e Forza Italia. Risulta pertanto di urgenza estrema risanare questa incresciosa situazione, rendendo finalmente pubblico il servizio.

Le sottolineo infine la necessità di porre un freno alla privatizzazione del mare delle isole Ponziane al di fuori delle acque portuali, fermando perciò ogni tipo di concessione privata che violi l’integrità di un bene che è, e deve restare, della comunità tutta.

Antonio De Luca, poeta e scrittore,
Già attivista Marevivo e Legambiente.

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Tra i vicoli mediterranei dell’isola la Madonna del Carmelo

Sull’isola di Ponza, da tempo immemore, nella contrada Parata in via Sindaco De Luca, sopra Piazza Pisacane, c’è un’edicola, ovvero un’effige della Madonna del Carmelo posta all’interno di una nicchia.

Le edicole sono tempietti la cui origine risale all’antico Egitto, ma che si sono diffusi principalmente in epoca greco-romana. Piccole costruzioni caratterizzate da un’architettura essenziale, che riproduce in miniatura la struttura dei templi antichi.

Troviamo edicole sacre o larari già nel V sec. a.C., principalmente lungo le strade o i crocicchi dei vicoli, contenenti immagini e statuette dei Lari, cioè i numi che nella cultura classica proteggevano la casa e la famiglia, oppure degli dei. Attorno a questi larari nascono, nell’antica Roma, delle feste popolari a carattere sacro.

Con la cristianizzazione di Roma e del suo impero, a seguito della diffusione dello stesso Cristianesimo, questi tempietti vengono convertiti al culto cristiano, sostituendo perciò le effigi degli dei pagani con altre di Madonne, di Santi e di Cristi. Così si è perpetuata nel tempo fino ai nostri giorni la tradizione delle edicole e dei loro messaggi sacrali, lungo tutto il Mediterraneo e in ogni luogo appartenuto alla cultura greco-romana.

Permane la presenza delle edicole nei vari quartieri e lungo le strade, sia nelle campagne, sia per le strade del porto. Probabilmente qualcuna risiede dove prima era collocata una di età romana. Queste edicole continuano negli anni ad assolvere la loro funzione sacrale, oltre a costituire la testimonianza della manifesta devozione della gente che vi abita.

E’ così che la tradizione classica ha potuto sopravvivere, seppure in forma mutata, oltre che nei siti archeologici, anche sull’isola di Ponza, dove le varie dominazioni dei secoli scorsi, soprattutto quella inglese, come anche la presenza monastica, hanno distrutto quasi tutti i resti romani presenti un tempo sull’isola.

A Ponza lungo le banchine resistono la Madonna delle Grazie, che accoglie i passeggeri al molo e la Madonna della Civita, che si presenta maestosamente dinanzi alle barche dei pescatori. A quest’ultima è dedicata una delle festività religiose più rilevanti sull’isola, che, grazie soprattutto alle nuove generazioni della contrada degli Scotti (quartiere situato in alto, sopra il porto borbonico), assume tutt’oggi un carattere festivo tradizionale.

Nonostante il passare degli anni e delle generazioni, l’edicola della Madonna del Carmelo o del Carmine, situata in una nicchia dal semplice stile di un’architettura mediterranea che rimanda comunque ad uno stile greco, resiste grazie soprattutto agli abitanti della Parata, figlia di un’antica devozione mariana molto sentita, soprattutto fino agli anni 90, che risale al tredicesimo secolo. E’ così che ogni anno il sedici luglio si tengono, proprio di fronte all’edicola della Madonna del Carmelo, incontri devozionali, durante i quali il tempietto viene illuminato e addobbato con i fiori e la strada imbiancheggiata, mentre la sera la gente prega e intona Inni alla Madonna.

Molti anni fa c’erano anche modesti fuochi d’artificio, le donne preparavano pizze, dolci, bevande e dopo le preghiere si socializzava, raccontandosi storie di vita, futuri sogni e le preoccupazioni di una vita da isolani. Fino agli anni ‘80 partecipavano centinaia di persone da ogni parte dell’isola, soprattutto ragazzi, come testimoniano le fotografie e i racconti della gente.

Antonietta Guarino e il marito Salvatore Rispoli da sempre hanno vissuto alla Parata e sono stati gli organizzatori fedeli della festività; oggi il figlio di Antonietta e Salvatore, Biagio, porta avanti con estrema passione questa tradizione. Ciò gli conferisce l’importanza storica di mantenere e tramandare questa manifestazione popolare di sacralità secolare.

Persino i ponzesi emigrati in America, una volta abitanti alla Parata, seguono attraverso i media questo giorno dedicato alla Madonna del Carmelo, così importante per la loro storia.

La vita nei piccoli luoghi della storia, dove l’uomo è ancora legato a una società generatrice, si manifesta con questo tipo di sacralità; così, alla Parata, ogni sedici luglio, l’uomo dell’isola di Ponza si concede al divino, a un divino che è insieme pagano e cristiano, poiché Ponza è innanzitutto un pezzo di Mediterraneo, una stratificazione identitaria, che dalle sue più antiche colonizzazioni vive mescolando e sedimentando varie culture, tradizioni e religiosità.

Il Mediterraneo, così Ponza, continua a vivere e a tramandare la propria identità, in prospettiva di un domani di esistenze migliori, in una società che cambia, muta e si evolve. E in questo processo, la religiosità, nelle sue diversità, mantiene un suo ruolo, un’importanza necessaria.

Pubblicato su h24notizie.com

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Isole pontine, il mare è un deserto: i pesci sono scomparsi

Riceviamo dallo scrittore ponzese Antonio De Luca e pubblichiamo:

Negli anni 80 Jacques-Yves Cousteau denunciava al mondo: il Mediterraneo sta morendo.

In quegli anni, un’estate ero sulla nave oceanografica Marsili per un progetto CNR, Università di Napoli Facoltà di Geologia. Si studiava e cartografava lo schema morfobatimetrico e strutturale fuori al golfo di Taranto e la piattaforma continentale. Ci affiancava in questo progetto l’Istituto Universitario Navale con la nave Dectra.

La Marsili navigava nel basso Mediterraneo e nel mar Ionio. Al progetto del CNR partecipano anche alcuni geologi e biologi marini della Università di Perpignan in Francia, amici e collaboratori di Cousteau nelle sue ricerche nel Mediterraneo con la famosa Calypso.

Con questi mi intrattenevo durante la preparazione della spedizione, a Napoli presso l’Istituto Universitario Navale, per discutere le problematiche che il mare ci poneva dopo le ricerche e le affermazioni di Cousteau.

Nonostante il mio primo interesse fosse la Geologia strutturale, mi interessava molto parlare con i biologi del pericolo che il Mediterraneo stava per correre. E poi per me Jacques-Yves Cousteau era un Mito.

Il Mediterraneo non è altro che un grande lago mi dicevano, con tutte le problematiche che questo comporta. E già allora avanzavano le ipotesi riguardanti il riscaldamento marino e il prelievo continuo e indiscriminato delle specie ittiche da parte dell’uomo, nonché dell’inquinamento.

In quegli anni i fiumi scaricavano a mare veleni di ogni specie. E poi c’erano le centrali nucleari che davano molte preoccupazioni alla comunità scientifica.

Inoltre il Mediterraneo era solcato da petroliere che inquinavano le coste con i loro scarichi bituminosi.

Oggi per fortuna questo non avviene più e le centrali sono chiuse, ma sulla loro sicurezza molti dubbi e preoccupazioni rimangono.

Parlammo soprattutto della diminuzione della capacità del mare di produrre pesce quando vengono a mancare le condizioni necessarie; problematica che riguardava tutti gli oceani e quindi tutti i popoli che sulle rive di questi vivono e si sfamano.

Su queste argomentazioni lo stesso Folco Quilici, assiduo frequentatore delle Isole Pontine, condivideva pienamente l’impoverimento del Mediterraneo ed esternava le sue preoccupazioni. L’impegno di Quilici fu costante in tutta la sua vita per la salvaguardia della cultura sul mare.

A questi due grandi ricercatori e viaggiatori, negli anni si aggiunsero scienziati, navigatori solitari e poi enti governativi e non, tra cui tutte le associazioni ambientaliste, e naturalmente gli Istituti di ricerca di tutto il mondo.

In questi ultimi 20 anni ho parlato con i pescatori incontrati lungo le rive mediterranee, da Istanbul al Pireo, da Marsiglia a Napoli e alla Croazia, passando per le coste dell’Africa mediterranea e non solo. All’unanimità una sola preoccupazione attanaglia questi uomini: “ Il mare non è più come prima, il mare si impoverisce e non ci dà più da vivere, e anche noi ci impoveriamo, moriremo poveri, noi e il mare”, mi disse un vecchio pescatore sul porto di Istanbul.

Negli ultimi anni ho concentrato la mia attenzione sulle Isole Pontine, visto che qui ho vissuto i primi anni della mia vita, e qui son tornato a vivere, ma non so più se sia stata una buona scelta.

Ogni primavera, che poi è la stagione più pescosa, parlo con gli ultimi pescatori rimasti. Sono alcuni di loro che mi cercano per esternare le loro preoccupazioni e la loro rabbia, visto che da sempre sono persona impegnata nelle associazioni ambientaliste.

Mi confronto con i vecchi (tra questi mi ci metto anch’io) e nuovi pescatori subacquei, con i responsabili dei vari Diving, e con gli amici fotografi subacquei che d’inverno viaggiano anche per i fondali del mondo.

I responsabili dei Diving preoccupatissimi denunciano: portiamo la gente nei fondali a non vedere niente. E negli ultimi anni anche con il gruppo di carabinieri subacquei mi confronto e ascolto.

Questi, con grande responsabilità e soprattutto professionalità, ma anche attaccamento ai propri principi (questo mi allieta non poco), monitorano non solo i siti archeologici subacquei, ma anche i fondali e gli ambienti marini intorno alle pontine.

Il quadro della situazione dei fondali marini che questi uomini mi raccontano è allarmante e preoccupante. Un ambiente devastato.

Vengo a sapere anche da loro, che vanno ben oltre i 50 metri, dell’enorme quantità di reti abbandonate nei fondali che continuano a pescare. La quantità sempre minore di ogni presenza ittica dalla battigia fino a fondali in cui la luce del sole arriva, che poi sono i fondali con più presenza di interventi antropici. E oltre a questo si aggiungano aree di fondali con concentrazione di rifiuti umani, tra cui naturalmente la plastica.

Nino Baglio, insieme a Giuseppe De Luca, Gavino Pino, Cesare Sandolo, è uno dei primi subacquei negli anni ‘60. Si forma alla scuola di Raimondo Bucher, Bruno Vailati, Silverio Zecca.

Con Nino Baglio condividiamo le stesse preoccupazioni e la stessa sofferenza a vedere un mare deserto. Nino è molto preoccupato, direi avvilito nel vedere quel mare una volta così ricco, ora desolato, deserto di vita.

Il mare delle pontine ora ha ben poco o quasi niente da offrire. Questo è da spiegare anche col fatto che le pontine stanno sul bordo della fossa tirrenica e la piattaforma continentale è troppo stretta e piccola da permettere una grande quantità di presenza ittica, e un ripopolamento continuo, se il prelievo non rispetta i tempi di riproduzione.

Praticamente si pesca di più di quello che il mare può dare. Inoltre è esagerata la quantità di barche da pesca che vengono dal continente, sia dalla regione laziale che campana.

Il mare non riesce a equilibrare la sua naturale vita biologica. Troppo prelievo forzato in un ambiente piccolo sia pure una volta pescosissimo. Quindi tutto lentamente si sta consumando.

Anche i subacquei, e ogni persona a cui piace ammirare la vita marina dei fondali di Ponza, Zannone e Palmarola, mi dicono che il mare intorno alle isole pontine è costellato da reti abbandonate che continuano a pescare. Nei fondali ci si trova di tutto.

Ci sono località dove ci sono non più banchi di posidonie ma banchi di immondizia.

Alcune specie di pesci stanno scomparendo dai bassi fondali, come le cernie, pezzogne, ghiozzi e saraghi.

È saggio ed è bello ascoltare il vecchio pescatore, Silverio Silvestri, a cui mi lega una profonda stima. Ha oltre 70 anni. Ha conosciuto e vissuto il Mediterraneo dalla Corsica alla Tunisia. La sua è una vita sul mare. Uomo d’altri tempi, uomo antico di belle virtù. Un’altra cultura, un’altra coscienza, un’altra razza.

Sembra venire dai libri di Esiodo e di Omero. Ora si diletta a insegnare a qualche giovane pescatore quel mestiere che è tra i più antichi dei mestieri: la pesca.

La sua è una forte denuncia: non ci sta più niente, i giovani pescatori saranno costretti a cambiare mestiere, non ci sono neanche più i soldi per pagare le tasse e i contributi. Ogni anno è sempre peggio.

Il mare si è svuotato. E negli ultimi anni anche i turisti iniziano a lamentarsi ma qui non si vede un pesce. All’unanimità tutti danno soprattutto la responsabilità alla pesca intensiva, ai mancati controlli negli anni e non solo, al non rispetto del mare e alla sua fragile esistenza in un mondo antropico sempre più aggressivo e con regole spesso approssimative e poco qualificanti, e a dir poco irresponsabili. E poi tutti dicono che manca un vero controllo in mare da chi è preposto. Un controllo continuo ed efficace con pene certe per chi infrange la legge o inquina.

Gli amici fotografi nelle loro passeggiate sui fondali marini mi descrivono un quadro allarmante sulla presenza di reti abbandonate e l’assoluta mancanza di pesci e crostacei fino ad una profondità di 50 metri. Un mare una volta ricco di aragoste e granseole, mormore e saraghi, ed ogni specie di pesci, ora un deserto biblico.

I labridi, che ravvivano con i loro colori le battigie e le scogliere sono i più indifesi e quindi sono totalmente scomparsi. Anche gronchi e murene, sciarrani e cefali, scorfani e soprattutto polpi e seppie una volta abbondanti fino alla baia del porto, ora si contano in poche cifre. E anche il pesce azzurro, una volta copiosissimo, ora in tutto il Mediterraneo ha diminuito di molto la sua presenza.

L’attore responsabile di questi disastri non è che l’uomo e la sua ingordigia, l’incapacità di gestire un patrimonio così importante per la sua sopravvivenza. La sua irresponsabilità e una non adeguata conoscenza. Un’assenza totale di una cultura naturalistica di chi deve gestire l’interesse della collettività e del bene comune.

La catena alimentare nel tempo si è interrotta e ha provocato il suo squilibrio. Nino Baglio nelle sue passeggiate subacquee racconta di itinerari nostalgici.

A sud di Ponza nelle vecchie tane di cernie il paesaggio è un paesaggio di un’architettura decadente, racconta Baglio. Un’assoluta mancanza di vita, con reti abbandonate spettrali.

Negli ultimi 10 anni alle isole pontine abbiamo assistito ad una moria di ostriche, arche di Noè, limoni di mare, pinne nobilis, e altri bivalvi, tutti organismi che vivono filtrando l’acqua. Fino agli anni ‘90 i fondali bassi davanti alle spiagge offrivano vari tipi di vongole, vermi, lumache di mare e granchi, che ora non si trovano più.

Cosa accomuna l’impoverimento di queste specie? Dalla Spagna gli scienziati parlano di un parassita che indebolisce gli organi. Ma perché succede tutto questo? L’uomo in massa ha invaso un ambiente che non gli compete.

Le patelle sulla battigia riescono a sopravvivere ancora per poco; queste si cibano di piccole alghe attaccate allo scoglio, ma il loro prelievo, sconsiderato da parte dell’uomo, provoca scogliere morte già ai primi centimetri della battigia.

La pressione sul mare e la sua vita da parte dell’uomo è incontrollata. A questi motivi si aggiunge che, come tutti sappiamo, ci sta anche una pesca con autorespiratori che provoca un vero disastro ambientale. Questa pesca è severamente proibita, ma avviene lo stesso e lo Stato non ha mai organizzato veri controlli.

A causa di questa pesca illegale, sono le indifese cernie ad essere state distrutte, mi dice Cesare Sandolo, anche lui un vecchio pescatore subacqueo, quasi pentito.

L’uomo con i suoi modi di vivere il mare ha provocato un ambiente povero di vita, ha indebolito gli organi delle specie viventi e le loro difese immunitarie. I pesci e tutto ciò che il mare offriva vengono a mancare e di conseguenza un adeguato sostentamento nutritivo all’uomo.

Alle isole pontine non rimane, allora, che creare delle aree marine di ripopolamento in cui la vita marina può riprendere il proprio processo biologico e ritornare ad un auspicato equilibrio nell’interesse di tutti, soprattutto anche per la pesca; aree di ripopolamento ittico gestite dallo Stato ma con la partecipazione dei pescatori, associazioni ambientaliste ed enti scientifici. Così come è avvenuto per le reti derivanti giustamente abolite, ed ora il mar Mediterraneo brulica di nuovo di delfini, tartarughe e cetacei.

Bisogna che le autorità competenti intervengano urgentemente alla salvaguardia del mare e dei suoi abitanti con leggi severe e un monitoraggio continuo da parte delle autorità preposte.

Bisogna che ci sia una maggiore democratizzazione dei territori e questo non da tutti gli Stati del bacino mediterraneo è stato fatto in buona fede. Gli Stati del Mediterraneo devono avere un’organizzazione loro a prescindere dall’Unione europea.

Le necessità del Mediterraneo sono ben altre. Non sempre sono quelle che le lobby di Bruxelles vogliono farci credere. Predrag Matvejevic lo scriveva già in tempi non sospetti. Sappiamo che Platone suggeriva che i poeti vedono lontano.

Bisogna che le associazioni ambientaliste, come Marevivo e Legambiente e tutte le altre, riprendano il loro ruolo culturale e sociale, che la politica si assuma le proprie responsabilità. Solo nell’interesse di salvaguardare questa terra e chi la abita.

All’uomo tutto è stato dato solo in prestito. Quest’uomo è anch’egli uno dei tanti appartenenti al processo creativo dell’universo e non è padrone di niente. Niente appartiene a nessuno. L’uomo è ospite di madre terra. La cultura antica precristiana e i nativi americani hanno ancora ragione e molto da insegnare.

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