Intervento alla Libreria del mare, estrapolato da appunti della terza liceo, anni 70.
Nel libro la Noia di Alberto Moravia, scritto nel 1956, lo scrittore è ormai cosciente del suo esistenzialimo. Moravia stravede per Dostoevskij, Sartre soprattutto, e poi in seguito Camus. L’isola di Ponza è menzionata con: LAGGIÙ C’È L’ISOLA DI PONZA, il termine laggiù è un termine omerico che non ha luogo geografico, ma pone il soggetto sul confine, sopra un infinito indefinibile, irraggiungibile, luogo lontano e inaccessibile. Questo luogo con il laggiù evoca nel lettore un senso di lontananza e desiderio di una fuga, un cambiamento, una evasione da una realtà di frustrazioni e lontananza da ogni essenza di una esistenza vera. Una realtà quella che si vive, borghese destinata inesorabilmente al fallimento, all’abisso. L’uomo in questa realtà viene annientato. L’isola di Ponza, laggiù, è a mio parere, un luogo Utopico, dove vivere potrebbe avere un significato diverso, più vero e autentico, un avvicinamento all’Io primitivo. Moravia nella Noia, l’isola di Ponza diventa una sorta di metafora, un luogo lontano dalla realtà opprimente del consumismo, e da una civiltà ipercapitalista, uno scenario che offre una possibilità di un cambiamento esistenziale. Sarà la Noia la condizione esistenziale che può portare a nuove scelte di vita con significati diversi e una vita con spazi maggiori di ricerca. Ponza nella Noia diventa simbolo, non più luogo solamente geografico, ma luogo lontano e desiderato via di uscita da una profonda voragine esistenziale. Moravia inoltre scrive che PONZA È BELLA E SERENA e che qui si può trovare un amore vero. È presente in questo concetto l’idea della cultura greca. Ci vuole un luogo in assenza di una qualsiasi guerra, affinché un amore possa nascere e avverarsi. In seguito sarà Camus col suo esistenzialismo pagano a far si che al lettore della Noia, darà la possibilità della coscienza del suo destino. Ponza è LAGGIÙ sull’infinito mare che ci attende col nostro destino, e starà all’uomo far si della vita dell’isola, la sua stessa esistenza. Moravia ci offre una barca di salvezza. Con Moravia prendo coscienza che ho la possibilità di vivere sopra l’infinito, lontano, libero in attesa di ogni meraviglia, di gioie ma anche mancanze, dolori. LAGGIÙ in alto mare può arrivare di tutto, può accadere di tutto.
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Sono un poeta il perché non lo so forse l’ha voluto un demone o era solo il destino e non so spiegare altro forse perché amo la parola e la lotta il significato primitivo la radice del verbo il significato dell’ignoto
ho sofferto molto per essere un poeta e bisogna essere forti per essere un poeta amare la solitudine amare la libertà e la sua condanna il suo labirinto il mare divoratore
mi sono sgretolato per essere un poeta per arrivare all’ignoto per essere l’altro-io per amare il silenzio
per arrivare all’amore alla bellezza allo splendore al mio universo al suo silenzio
essere poeta è una rivolta
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dentro porto un taccuino la macchina fotografica molte penne un libro di poeti del Marocco un’altro di Fernando Pessoa (Pessoa non vuole che io rimanga da solo) a Pessoa devo riconoscenza per avermi dato una strada dove non vedevo che un sentiero
porto con me anche un’idea di Albert Camus che mi ossessiona: che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no
Così ogni mattina attendo l’alba passo da finestra in finestra
il finire della notte misteriosa sulla città portuale è una liturgia
sento il rumore delle acque la schiuma dei cavalloni i motori delle barche sento i gabbiani e i colombi il richiamo alla preghiera i sapori della cucina l’odore del sapone per il bucato
vedo le luci delle navi passare sull’orizzonte e una solitudine mi sovviene: Il volto reale del tempo la terra che attende il mito penso al disordine dell’umanità
dal dolore viene la conoscenza lessi in Platone la pazienza di esistere
Poi mi vesto di un gran bene del preferito color avorio e vado per la città
per la vita segreta nel non sapere dove andare la vita del disordine dell’anima
in questa città ogni cosa ogni persona mi sta vicina non ci si volge dall’altra parte non si fa finta di niente
in questa geografia di mescolanze la rivelazione è una sorte il regno delle cose antiche la dignità della povertà l’urlo di essere liberi
mi saluta la gente come uno di loro
un rifugiato dal mondo nativo di un’isola
Tangeri ha il cuore beato di chi a tutti aprì le porte
Sono uno straniero dico da dove arrivo tutte le miglia che ho percorso i porti e gli uomini di mare che ho conosciuto
sento la devozione e il mistero l’estasi di esistere e di perdermi l’amore che estrania
l’uomo che pensa e dice no
scrivo che bisogna vivere vivere tutto quanto
fare presto
Stanotte ho buttato giù questi versi perché non sono più andato via da Tangeri
…. a presto
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Tanti paesaggi e tanti mari è questo il Mediterraneo che conobbe il bambino che fui
tante civiltà e tanti popoli ma una sola casa la casa dove lasciai il cuore la casa dove nacque il pensiero le tante lingue i tanti sapere i primi cammini per le sconosciute rotte
è tra queste rotte che nasce e vive la virtù e la conoscenza
le tante anime tutte diverse e tutte uguali
la mia anima l’essere rimasto figlio di questo Mediterraneo labirinto rivelatore che nulla spiega ma tutto dice
e poi le tante isole la loro origine la loro natura ognuna con il suo fato
le isole sono spiritualità sono libertà le isole non hanno confini galleggiano sulla terra
un’isola è l’ossessione della solitudine un isola è meditare è pensare è amare è scavare
isole come spazi deserti in silenzio di lamenti tra templi e rovine in un quadro di De Chirico lunghe ombre di un passato oggetti misteriosi e sognati
le isole sono manifesti di vita
che io mi senta nomade o gitano berbero o boemo sempre esiste un’isola su cui torno
l’isola dei miei primi anni l’isola degli avi la terra che attende e non dice parola
arrampicata sul fianco di una scogliera sta la mia esistenza l’amore per la natura per la libertà per gli esseri solitari
il tavolo per l’accoglienza il vino dono di Dioniso
dopo una tortuosa salita poche stanze semi spoglie colme di luce e dei molti libri
muri con la calce scrostata di una decadente età come le paratie di una nave incagliata come le vestigia di antiche civiltà il cui pensiero sempre ritorna a portare la vita
qui solo i bisogni essenziali la gioia e la sofferenza una malinconia che rende felice lo sfinimento della fatica la sacralità delle cose
qui si amano il silenzio e le idee e non sempre si ha una ragione una consapevolezza dell’agire
c’è sempre la meraviglia per un esilio voluto
qui ho portato l’anima di una donna da una spiaggia lontana di un mare segreto la sua origine la sua essenza il viso scolpito dalla vita il racconto dei sogni
lei che mi pensa mentre io non dormo
le isole sono risposte alla vita per gli esseri rari
in inverno il salmastro nell’aria metafora del viaggio cade sulla mia faccia sui vestiti il vento freddo inveisce sulla piccola casa sugli ulivi i cipressi e le palme sui terrazzamenti fitti di vigneti sulla selva che tutto circonda e tutto è tormento sbattimento paura inquietudine salvezza provvisorietà
la sera a lume di candela si può essere mistici stare in una casa davanti al mare davanti a un braciere quando fuori imperversa l’uragano l’urlo della terra alla sua fine allora si prega si chiede si esplora e si attende si ascoltano i maestri del pensiero si accarezzano i cani si stringono le braccia di chi si ama
nei giorni di bonaccia invernale metto il sego ai remi e vado a pescare
solo lontano dalla costa in mezzo al mare il mare sudario una piccola barca e la lunga lenza in balia delle correnti il canestro con i pesci e la tanta memoria la memoria dei vecchi lo stupore sulla distesa quiete marina il silenzio della creazione
in questo paesaggio estremo della vita ho fatto una rivolta ho dato asilo all’invisibile ai miti e alle leggende alla vita segreta alle anime dei morti
e tu Sole, padre mio, 3 fa che il Fato mi sia sempre favorevole
1) in greco antico Eudaimonia, da eu ‘buono’ e daimon ‘ genio o demone’, è la felicità che dà il daimon. Il daimon è l’energia che assegna all’uomo il proprio destino. 2) in corsivo da Cesare Pavese 3) da Vladimir Majakovskij
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Lei ha gli occhi che aprono lo stato di tutte le cose una fisicità olimpica rivelata dal mare conosce l’arcano e il primigenio non ha la bellezza normale ha la rarità e la grazia la unicità dell’amore
è fragile e potente surreale rara e magnetica
due eternità in un labirinto dimenticate si incontrano
sono camminatori sognano la strada
spontaneamente mistici amano la protezione del silenzio la casualità la narrazione evocano il Mito dove tutto accade lo spirito del luogo il gusto dell’infinito la malinconia e il desiderio
tutte le lontananze
quanto basta: necessario e fatale a durare tutta la vita
1 da Alexander Sergeyevich Pushkin
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