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Lisbona e la rinascita: il viaggio mediterraneo di De Luca/6

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio

7 I quaderni di Mogador

Taros è il nome di un vento. Che qui a Essaouira tira forte dall’oceano. Non ti avvisa. Può arrivare in qualsiasi ora del giorno. A Essaouira questo vento decide. I gabbiani si sentono in qualsiasi ora del giorno. Anche durante la notte. Stasera Taros tira forte.

Dopo cena ho fatto quattro passi al porto. Solo gatti e qualche pescatore, turisti qualcuno. Nel cielo limpido della notte lo spettacolo degli astri. E il rumore del mare sugli scogli entrava fin dentro le mura della città. Il vento e il mare li sentivo dalla camera. Per qualche istante ho lasciato la finestra aperta. Il vento portava un’aria di salsedine.

L’odore mi portava dietro negli anni. Nei luoghi del Mediterraneo.

Essaouira fu disegnata da un architetto francese. Il suo nome vuol dire la ben disegnata. Fu fondata dai portoghesi col nome di Mogador.

Nel ritornare a casa ho fatto la solita sosta alle terrazze di Taros. Un bellissimo locale su terrazze dove si ascolta bella musica. Dal Jazz agli chansonnier francesi e non solo. Il locale prende il nome appunto dal vento.

Ieri un francese con capelli alla George Moustaki canta Vieni via con me di Paolo Conte. Qui posso bere vino rosso. Quanto ne voglio e buono. Lo fanno nel nord Africa. Regione del Marocco mediterraneo.

Mentre stavo per qualche ora da Taros. Tra i gabbiani e i pochi avventori. Con le stelle luminose sopra la penombra degli uomini. Il suono delle onde entrava dentro di me forte. Come un racconto antichissimo. Mistico e misterioso. E poi logico. Primigenio. Così pensavo.
E prendo allora a scrivere sopra dei fogli che mi faccio dare dalla signora del bar. Una francese che si è trasferita a Essaouira da molti anni.

Questa solitudine che vado a cercare è una virtù. Un esercizio alla libertà. Serve al pensiero e alla vita in genere. Fa fare pulizia. E serve. Allontanarsi dal mondo. Prendere le distanze da esso. Ed in particolare da una certa vita, fa bene.

Questo mi successe quando andai a vivere a Lisbona nel 1999. La mia rivolta. Ogni tanto bisogna fare pulizia. Rendere alla vita la dimensione che gli spetta. Ripensare il mondo da un altro mondo. Bisogna allontanarsi e mettersi in viaggio. Perdersi per ritrovarsi.

Perdersi a Lisbona come oggi a Essaouira, e ovunque vado. Mi piace mi esalta. Mi eccita. Mi fa stare bene. Non voglio la coscienza della presenza. Vago senza meta. Senza sapere neanche cosa fare e dove andare. Vagare e basta. Un flâneur direbbe Charles Baudelaire. Un uomo che cammina tenendo una gallina al guinzaglio per sponde al mare.

Il viaggio è metafora omerica. Lisbona la mia amata Lisbona. Gli inverni con lei. Come due amanti che si giurano fedeltà e amore eterno. Fuori da ogni logica, solo per il senso della vita. Per vivere. Senza una ragione. Mi son sempre chiesto cosa potrà capire la ragione di me.

La vita a Lisbona fu un presagio da Delfi. Un oracolo mi accarezzò il viso. Capii che dovevo partire. Lisbona oh Lisbona. Finalmente mi apparve la città dall’alto. Mentre l’aereo scendeva dall’oceano sulla città. Era il primo inverno a Lisbona. Il cuore mi batteva. Ritornavo a Lisboa. La città mi accoglieva nella sua luce bianca. Come braccia di donna che ama.

In quei mesi la sera nel tornare in albergo ero solito passare per Rua do Alecrim. La strada che in salita dal porto va su in città. Al Chiado. Vivevo da solo. Con solo letteratura e poesia. Lo desideravo da tempo.

Attuare questa nuova vita, fu una liberazione. Come Ricardo Reis, nel libro L’anno della morte di Ricardo Reis di José Saramago. Un libro su Fernando Pessoa. Mi immedesimai in Ricardo Reis. Uno degli eteronimi di Fernando Pessoa. Così tanto che in alcuni momenti del giorno pensavo e vivevo come lui.

Un esperimento che avevo organizzato già da tempo in Italia. Andare da solo a Lisbona e cercare di vivere come Ricardo Reis. Come in un film, ero sceneggiatore regista e attore. Io Ricardo e Lisbona. Arrivato nella bella piazza Luis de Camoes mi fermavo qualche istante. Mi voltavo intorno più volte. A godere del buio dei palazzi dei passanti delle luci della città.

Avevo conosciuto una ragazza di Capo Verde. Una studentessa. Ci incontravamo al chiosco della piazza.

La gente nei tram che tornava a casa. Mi dava calore. Mi sentivo uno di loro. Godevo di una città che con i suoi scrittori non si ferma mai. Non smette mai di pensare, di camminare, di vivere. Perché Lisbona pensa. Pensa sempre. E questi pensieri li senti e li vivi. Lisbona ti fa pensare, è primordiale. Apollinea.

Lisbona parla come l’oracolo di Delfi. Dice e non dice. Ammicca. Lascia il dubbio. Il Dio conosce l’avvenire ma non vuole manifestare. Così è Lisbona. Poi sapiente. Manifesta l’ignoto e precisa l’incertezza il dubbio.

Proseguivo per Rua Garret il ritorno in albergo. Qualche volta cenavo al Ristorante Benard. Soprattutto se faceva molto freddo e l’inverno si sentiva. Mi sedevo vicino ad una stufa. Solito tavolo solita stufa. Il cameriere mi conosceva. Già sapeva quello che avrei mangiato. Un bacalhau à braz. Uno dei miei piatti portoghesi preferiti. Baccalà sminuzzato con patate anch’esse sminuzzate. E uova fritte e anch’esse tagliate sottili. Il tutto con prezzemolo. Il vino era il bianco dell’Algarve. La regione a sud del Portogallo. E infine l’immancabile Arroze dulce. Un riso con crema di latte per dessert.

Qui ero solito leggere mentre cenavo. Ripetevo i pensieri di Pessoa nel Libro dell’inquietudine. Non si smette mai di pensare a quei pensieri. Lisbona è Pessoa. Pessoa è Lisbona.

Come dicevo l’Algarve è la regione a sud del Portogallo. Guarda l’Africa e l’Andalusia. Qui il mare cambia. Entra nel Mediterraneo. Amo l’Algarve mi piace molto. Ancora ci ritorno.

All’isola di Armona e sulle sue spiagge ci passo qualche giorno. L’isola di Armona ha una storia particolare. Affascina gli uomini liberi da tutto il mondo. Dall’Australia all’America latina. I suoi primi abitanti erano poveri che non avevano una identità. Si costruirono baracche di fortuna. E si inventarono pescatori. In seguito fu dato a loro un’identità da Salazar. Il dittatore fascista. Dopo le proteste degli stati d’Europa e dei portoghesi. Qualcuno andò in carcere. Oggi l’isola è un parco naturalistico. È particolarmente frequentata da hippies e viaggiatori liberi. Avventurieri. C’è un ostello per l’accoglienza e un paio di ristoranti. È un’isola sulla sabbia. Le case basse sono poche e tenute bene. Ed è severamente vietato ogni intervento urbanistico. Una volta morto il proprietario se non ha eredi, la casa viene abbattuta.

Ad Armona le case non si vendono. L’isola è raggiungibile con una motobarca dalla città di Olhao. Ci vogliono 20 minuti. Praticamente ad Armona si vive sulla sabbia. Si esce di casa e dopo la porta ci sta la sabbia. La sabbia è il luogo dove i bambini vivono e giocano. La sabbia sta dappertutto. Armona vive del suo essere selvaggia. Così come è nata. Qualche relitto di barca è tenuto come un monumento. La vegetazione è bassa. Solo arbusti. E qualche tamerice o pianta grassa tra le case. La gente ha piccole imbarcazioni di vetroresina. Leggere. Spesso li tengono fuori casa. Al riparo dai marosi dove l’isola guarda la terraferma, ci sono una decina di barche ormeggiate alla boa. Sono dei pescatori. Davanti alla spiaggia, dove dei bambini non fanno altro che tuffarsi. Un uomo si immerge, torna con dei frutti di mare e li propone nel suo ristorante ad una coppia di americani della California.

Dopo aver attraversato il Portogallo da Lisbona a Cabo Sao Vicente. Io e Rui, il mio amico di Porto, viaggiammo per la regione del Parco natural de sudovest alentejano e Costa vicentina. La prima sosta fu Faro. Qui troviamo da dormire in uno ostello. La città durante la bassa marea all’alba profuma di alghe. I marciapiedi in mosaico bianco e nero, come quelli di Lisbona, bagnati di umidità marina, sembravano di raso setoso. Davano l’impressione che mi avvolgeranno i piedi.

Per arrivare in albergo a Lisbona faccio Rua Garret e poi giro a sinistra. Attraverso il Rossio, Praça dos Restauradores e prendo Avenida da Liberdade. Questo è un tragitto che faccio da qualche mese. A volte cammino per Rua Augusta. La via che dal Tago entra, sotto un arco trionfale, nella città bassa. La baixa. L’albergo Suico Atlantico è in Calcada da Gloria. Una traversa in Avenida da Libertade.

Al mattino da lì prendo una funicolare e salgo al Bairro Alto. Al Miradouro de San Pedro de Alcantara. Qui mi siedo e leggo qualcosa sulla solita panchina. Mentre la città e il fiume vivono sotto di me.

Il Suico Atlantico fu la mia casa in quell’esilio-asilo degli inverni a Lisbona. Per tre inverni abitai li. Qui mi inventai una nuova vita. Essere solo e tagliare ogni comunicazione con la vita precedente. Telefonavo solo a mio padre e una zia a Ponza per rassicurare che ero vivo.

Mia sorella col marito mi vennero a trovare. Desideravo una diversa umanità. Una vita diversa da quella che avevo vissuto a Roma dal 1990 al 1999. Una vita estranea alla mia condizione di uomo libero. Ma soprattutto di poeta. Ma anche filosofo. Come pensa che io sia l’amico giornalista e scrittore Gian Luigi Nuzzi.

A Lisbona conducevo una vita anonima tra persone anonime. Volevo essere fuori da quella società borghese presa solo dall’utilità e dal guadagno. La società economica. Aliena da ogni forma poetica. Non ero adatto a l’ideologia borghese e massificante della città di Roma ancora papalina e ministeriale. La Roma che purtroppo vivevo. Desideravo altro.

Mi ero allineato al peggiore provincialismo. Purtroppo non sempre dipendeva da me. Volevo ritornare a una vita di poesia. E di mare. Per la mia estetica. Per l’essenza di cui sono fatto. Via, via dalla bruttezza di quel mondo. Devoto solo alla bellezza. Agli Dei dell’Olimpo. Al De rerum natura di Lucrezio. Dovevo pur salvarmi.

Lisbona era fuori dalle regole sociali borghesi. Mi lanciava un salvagente. Qui vivevo il mio essere poeta. Vagabondo, in difesa. Contro l’assorbimento sociale da parte di un mondo invadente e insignificante.

In quegli anni anche Ponza e Napoli iniziavano a diventare insopportabili. Il personale dell’albergo era gentile e ben disposto. Proprio come qui ad Essaouira. Non vivevo volgarità e provincialismo. Arroganza e bruttezza. La vita a Lisbona si svolgeva in un garbato silenzio e rispetto. Niente era solo di facciata. Lisbona era ed è il mondo. Dopo Lisbona solo l’infinito.

Spesso qualcuno mi veniva a trovare dall’Italia e da Parigi. Gli avventori dell’albergo di solito erano qualche turista francese o spagnolo, squadre di calcio e gente qualunque di passaggio. Lisbona non era in Europa. Non era rotta turistica. A Lisbona bisognava arrivarci. La città pretendeva un percorso una strada. Bisognava aver camminato per arrivare a Lisbona.

A Lisbona non si va. Si arriva. Scelte precise di chi deve scoprire. Io ero l’unico cliente fisso in albergo. Avevo fatto un contratto. Ero diventato un inquilino dell’albergo-casa. E questo solo mi interessava. L’avevo deciso già in Italia questo sperimentale stato di dimora.

Gli anni di Roma mi stavano facendo perdere ogni interesse. La virtù e la meraviglia facevano fatica a resistere in me. Dovevo ritornare ad amare e vivere. Con illusioni e senza illusioni. Una visione del mondo. Una visione non di rinuncia. La certezza di aver obbedito solo a me stesso. E voler bastare a me stesso. Vivere secondo la mia natura. Il mio sentire la vita. Il gusto della meraviglia. Avevo la necessità di fare un’altra vita. Una vita semplice. Vivere una vita d’arte e letteratura. Vivere nascosto dalla folla, dalle piazze, dalla gente. Inoltre maturava il tentativo di fuggire da una nazione Italia che non condivido. Una disobbedienza alla David Thoreau.

Lisbona era per me la via del Rifugio di Gozzaniana memoria. Una fuga totale. Di un Essere platonico. Bisognava riprendere il supremo soggetto dell’amore e della bellezza. Insomma un vivere per vivere. Tra l’avere e l’essere sceglievo ancora una volta l’essere.

I portieri di turno dell’albergo, la signora che mi preparava il letto, le ragazze della colazione. Divennero una famiglia. Una buona famiglia. Ed era ciò che avevo bisogno in quel momento. Una calda famiglia-non famiglia su cui poter contare nella quotidianità dei rapporti. Con la sincerità e l’affetto. Senza legami. L’andai a cercare proprio in quella città.

Lisbona la città del visionario Fernando Pessoa. Era lui che da tempo mi chiamava per trascorrere un poco della vita tra la sua gente. Tra le sue strade. Nelle sue visioni. Calpestate dal suo inesauribile pensare. Riprendere la mia vita immaginaria. Tutto quello che non mi sarei mai aspettato. A Lisbona sembrava che ogni cosa aspettasse il mio ritorno. Ogni inverno tutto mi accoglieva. Questa città. Uno spazio infinito sugli oceani. Fuori da ogni tempo, da ogni moda. Si era nutrita di tante culture. Volli ritornare con forza e convinzione volutamente. E con inimmaginabile entusiasmo divenni uno straniero a Lisbona. Un desiderio che mi portavo addosso da tempo. Essere uno straniero.

Ci fu una Pizia a dirmi di partire. Parlava a nome di Apollo. Il Dio sapiente. In questo luogo-non luogo, che il tempo sembrava aver dimenticato, incontravo lo straniero che era in me. La vita mi piaceva. E ritornò slancio, poesia, passione e genio.

Come qui in Marocco. La vita tra Tangeri, Marrakech, Essaouira e i villaggi berberi dei monti dell’Atlante. Luoghi come muse ispiratrice. Ma ogni luogo dove sono passato e ritornato è musa ispiratrice.

Tangeri la città franca. Rifugio di artisti di ogni genere in questi due ultimi secoli. Così come Marrakech. Ed Essaouira città dal fascino ineguagliabile. Porto d’arrivo di innamorati della vita, dell’arte, della libertà.

Il tempo non conosce Lisbona. E la città non conosce il tempo. Come il tempo non conosce me. La città non dimostrava di avere confini e quindi misure. Un anarchico ci sta bene.

In questo Essaouira le assomiglia. Sono zattere di pietra. Come definisce José Saramago il Portogallo. Zattere che viaggiano all’infinito. Così sentivo Lisbona. Una terra che galleggia sul mare metafora del destino. La città mi navigava e nello stesso tempo ero suo naufrago. Mi sentivo mare zattera e naufrago allo stesso tempo.

Camminavo giorno e notte tardi per Lisbona senza sosta. Con qualsiasi tempo. Quando pioveva avevo un grosso ombrello. Preferivo camminare lungo il fiume, e sentire l’eco dei passi con la pioggia sull’acqua del fiume. Le grandi navi che attraccavano alle banchine. E immaginare le loro destinazioni. I gabbiani e i rumori del porto. Camminavo in direzione oceano. Oltre il fiume c’era il mondo. Non mi stancavo mai di andargli incontro. E quando mi stancavo era perché realmente ero stremato dal cammino. Allora prendevo un taxi per tornare in albergo.

Con me quell’anno portai a Lisbona vari libri. Tra questi L’anno della morte di Ricardo Reis, il Livro do Desassossego di Fernando Pessoa, regalatomi dall’attrice tedesca, Nicolette Liebscher a Vienna, nel 1988. Qui scoprii Fernando Pessoa. E non l’avrei più lasciato. Avevo anche Friedrich Holderlin, Bruce Chatwin e Jack Kerouac. Ma anche Omero e il De rerum natura di Lucrezio.

Spesso mi leggevo i primi versi dell’inno a Venere appena sveglio. Prima di uscire. Come fosse stata una preghiera. Una pagina di Kerouac la leggevo spesso durante un solo giorno. Con Chatwin, Sepulveda, Coloane ed Eduardo Galeano mi entusiasmai. Galeano un intellettuale sottile. Rivoluzionario. Un anarchico. Una guida morale e spirituale. Ernesto Sabato l’esistenzialista argentino divenne il maestro. Fui come rapito da questi uomini.

Iniziai così a interessarmi al sudamerica. Qualche anno dopo ci andai. Buenos Aires mi accolse. Mi innamorai di Daniela.

A Lisbona comprai una piccola cinepresa. Durante il giorno, registravo tutto. La notte in albergo le rivedevo. Facevo dei montaggi alla buona. Filmavo immagini nascoste di vita quotidiana. I suoni della città. La voce della gente. Vecchi e bambini. Mestieri antichi che andavano scomparendo. Uscivo al mattino presto. Solite strade. Solite facce. Soliti odori. Solite ombre lasciate il giorno prima. La luce della città. Il vento dall’oceano.

A volte attraversavo il parco dei giardini da Estrela. Amavo sentire il canto delle tortore. Tutto sentivo addosso. La mia vita totale. In armonia col passato e il presente e il futuro. Entusiasta delle giornate. Degli accadimenti inaspettati. La meraviglia di vivere.

A volte facevo una seconda colazione a Rua Augusta alla Pastelaria Fabrica da nata. Qui incontravo un vecchio non vedente che suonava l’organetto. L’appuntamento era intorno alle 10. Chiedere l’elemosina è un atto di grande dignità e coraggio pensavo. Chiedere aiuto per vivere fa parte dell’esistenza dell’uomo. Chiedere aiuto è un atto di verità. Tutti in un certo modo chiediamo aiuto per vivere. Tutti siamo elemosinati. Dobbiamo aiutarci a stare meglio.

La vita prevede l’elemosina. È diritto dell’uomo vivere con dignità. Mangiare bere vestirsi sognare creare pensare dire. Ma pensavo che l’elemosina non dovrebbe esistere. Il vecchio lo salutavo e gli portavo la colazione. Spesso c’era chi mi anticipava.

Lui ormai conosceva la mia ombra e la voce. Gli parlavo nel mio portoghese disarticolato. Mi augurava sempre una buona giornata. Col garbo e l’umanità che può avere chi non vede. Un giorno scomparve. Seppi che era morto. Ho la nostalgia di quella storia. Chi non vede vede oltre. Chi non vede vede dove non vede chi vede.

Poi riprendevo a camminare e pensare, fermarmi, fotografare, appuntare. Era la mia unica preoccupazione. Come i filosofi ad Atene. Pensavano camminando. A Lisbona pensavo molto e scrivevo su tutto. Ma molto di quei diari e fogli smarrii. La città è un libro.

Quando avevo voglia di scrivere mi fermavo sulle banchine del fiume Tago o alle taverne dell’Alfama. Ho sempre amato le piccolissime trattorie a conduzione familiare. Ovunque mi trovo frequento questi piccoli ambienti che fanno da mangiare. Mi sembra di stare in una casa. La vita si svolgeva naturalmente. Tutto accadeva e succedeva davanti a tutti. Tutti eravamo complici per qualche ora di una storia. La vita appartiene a tutti. Si parlava tra di noi e ci si raccontava.

Mi ricordavo di quei posti al porto di Napoli. Ci andavo la sera a cena con mio padre. Vivevo con piacere quella parte della vita vissuta a Ponza e Napoli o sulle navi quando navigavo con mio padre. Vivevo la vita dell’adolescenza e poi della prima gioventù.

Ad una certa ora all’Alfama ritornavano i bambini dalla scuola. L’Alfama è la vecchia Lisbona. La prima Lisbona. E le stradine e le taverne si riempivano di nuova vita. Sentivo il profumo del cucinato. Le strilla di gioia dei bambini che giocavano rincorrendosi. I vecchi andavano all’uscita delle scuole a prendere i più piccoli. Era bello vedere i vecchi e i bambini mano nella mano. Molti bambini erano figli dei proprietari delle taverne. Quindi vivevo il loro ritorno da scuola. E mangiavano seduti vicino a me. Queste taverne erano piccole, massimo contavo sei tavolini. Anche questo era un mio ritorno all’essere stato un bambino fortunato in quell’isola mediterranea. Una stanza essenziale dove tutto avveniva. Ero cresciuto molti anni con i nonni.

Filmavo queste immagini. Mi riempivo di voglia di essere presente. Le stradine dell’Alfama non erano allora frequentate dai turisti. Bisognava essere altri e cercare altro per arrivare qui. Bisognava avere altra esistenza per venire in questo quartiere. L’Alfama era un paese in una città. Manteneva la sua vita, il suo essere mondo a parte. Fuori dalla logica della metropoli. Alfama era una identità. Mi piaceva molto, riuscivo a comunicare con tutti. La sarta, il ciabattino, il panettiere, gli osti e le mogli che cucinavano.

A pranzo spesso mi sedevo con i vecchi delle trattorie. Questi con i bambini mi offrivano sorrisi e parole. Un vocabolario di sguardi, di occhi e parole ormai estinti. Questi vecchi ancora ricordavano un mondo che stava per finire. I vecchi di Lisbona. Come i vecchi di Mogador. Come i vecchi della mia infanzia a Ponza. Come i vecchi ai margini dei porti mediterranei.

Al Miradouro de Santa Lucia spesso, sopra l’Alfama mi fermavo al mattino presto. Era un posto per poter scrivere. Uno sguardo sul fiume e la città. Prendevo un caffè americano che facevo durare ore.

Poi passai al Pernod. Molti Pernod. Aprivo lo zaino, e col piccolo binocolo Nikon vedevo le grandi navi alla fonda sul Tago. Pensavo che anche mio padre aveva trascorso giorni sul fiume con la sua nave in attesa di andare al molo. Guardavo il fiume scrivevo con entusiasmo. Sembrava che la vita intorno mi abbracciasse, come anche qui a Mogador. Ascoltavo i suoni e i profumi che venivano dalle case. Ero a casa mia.

Le case dell’Alfama sono arroccate in strette viuzze, e dai balconi si sentiva l’ odore del bucato a mano. A volte qualche ragazza intonava un Fado mentre stendeva bianche lenzuola. Era quasi sempre la voce di Amalia Rodriguez che usciva dalle case e riempiva l’aria e il tempo. Nelle giornate di sole tutti erano affacciati al balcone e alle finestre. Molti sui gradini delle viuzze a chiacchierare coi vicini. O seduti alle poche panchine ai margini delle stradine o delle scalinate. L’Alfama è un labirinto di saliscendi dove nessuno si perde e i bambini giocano per strada. Ogni giorno incontravo i soliti vecchi. Ci salutavano ormai come se ci conoscessimo da sempre. Le loro voci erano ampliate dal vuoto e dal silenzio dei vicoli. Come sopra un palcoscenico.

La sera andavo spesso al Bairro Alto. Alla solita trattoria con quattro piccoli tavoli. Il nome non me lo ricordo. L’anno scorso vidi che non c’era più. Il cameriere parlava italiano e così potevo intrattenermi a parlare del Milan e del Benfica e del nuovo Portogallo del socialista Mario Soares. Mangiavo lenticchie con gamberi. E sarde arrosto con contorno di pomodori e cipolla cruda. Il vino rigorosamente rosso era dell’Alentejo. La regione a sud del fiume Tago. Un vino che sentivo come il vino rosso del Vesuvio.

Le spiagge di Cabo de Roca, a nord di Lisbona erano avvolte da un grande silenzio. Solo le onde che entrano sulla sabbia si sentivano. Cavalloni pazzi sopra una irreale realtà. Le spiagge erano ideali per stare al sole e alla brezza dell’oceano. I ragazzi venivano da ogni parte del mondo per fare windsurf. Io sdraiato sulla sabbia scrivevo versi e pensieri anarchici. Affittavo una moto a Cascais e viaggiavo ai bordi dell’oceano. A volte arrivavo fino a Obidos da un amica dove mi fermavo la notte. Lei abitava in un piccolo castello. Al mattino l’aiutavo nell’orto. Camminavamo col suo cane Nasrin tra le spiagge di Obidos e le scogliere. Fino a che non incontravamo gli scogli e poter rubare al mare qualche patella.

Qualche anno dopo anche il mio cane si sarebbe chiamato Nasrin. Alle spalle delle spiagge ci stavano quasi sempre dei canneti a proteggere orti di fortuna, ma ben tenuti. Il vento sbatteva le canne e un suono mediterraneo ci entrava nell’anima.

Capo de Roca è l’estrema punta dell’Europa sull’oceano Atlantico. Uno sperone di roccia che può inquietare ma anche liberare.

AQUI ONDE A TERRA SE ACABA E O MAR COMEÇA. In italiano Qui dove la terra finisce e il mare comincia. È scritto grande sopra un obelisco di pietra. La frase appartiene al romanziere portoghese Luis de-Camoes. Autore del romanzo storico I lusiadi.

Sulle spiagge il vento di brezza arrivava nel tardi pomeriggio. Mi adagiavo sulla calda sabbia. E affondavo le mani e i piedi. Spesso mi addormentavo. Era l’ora che il sole alto illuminava di luce calda. La sabbia nei calzini me la portavo fino a sera. Così mi capita oggi a Mogador. Lungo il Mediterraneo la sabbia la portiamo con noi nelle scarpe e nelle tasche fin da bambini.

Sulle rive del Tago ci passavo di solito al mattino. Qui al sole e alla bianca luce dell’Atlantico preferivo leggere Saramago. Con me ci stava sempre qualche passero a mangiare sul tavolo all’aperto.

Ora a casa possiedo tutto quello che di Pessoa è stato tradotto in italiano. Naturalmente oltre alla critica letteraria di Antonio Tabucchi e Maria de Lancaster.

A volte andavo nella libreria Bertrand in Rua Garrett. Una vecchia libreria dove si sente ancora l’odore della carta e del legno scuro degli scaffali. E si sta in silenzio. Qui vado a consultare vecchi libri di fotografie di Lisbona e cerco di imparare un minimo di portoghese con dei corsi veloci. Da Bertrand ci è passata tutta la letteratura portoghese ed europea. Qui ho scoperto il poeta e narratore portoghese Mario de Sà-Carneiro, morto in esilio volontario a Parigi. Fu amico di Pessoa e anche lui collaborò alla rivista dell’avanguardia portoghese Orpheu. Sà-Carneiro mi ha affascinato subito. Mi ha rapito la sua vita e la sua poesia. Mi feci arrivare da Napoli l’edizione italiana.

Al mercato dell’usato della Feira da Ladra al Campo de Santa Clara ci andavo la domenica mattina. Ci trovavo le facce di gente che arrivava da ogni parte del mondo. Soprattutto dall’Africa occidentale. Alla Feira da Ladra si può trovare di tutto. Ci compravo pentole e piatti per la casa-rifugio di Ponza. Porcellane e vecchie mattonelle. Tutto rigorosamente vecchio.

Mi comprai una vecchia valigia rossa e un orologio da tasca funzionante. Mi ricordava quello di mio nonno. Ogni cosa deve avere una storia pensavo. Ed io voglio continuare a dare la vita alle cose. I segni del tempo devono essere visibili. La decadenza deve manifestarsi per emozionare e dare vita. Deve raccontare la vita vissuta.

Abitare la decadenza è abitare un pezzo di storia in cui l’anima vive felice. L’anima si allieta nella pochezza delle cose e nelle sue essenze. Questo vuol dire conservare gli attimi del passato. E la memoria porta quel sentimento di gratitudine che solo il poco può lasciare. La decadenza è la casa della poesia. Ogni oggetto deve raccontare la sua storia. Il passato è la strada.

Mi piacciono i bambini che le mamme d’Africa qui portano in dei sacchi di cotone coloratissimi. Stanno avvolti al loro petto o alle spalle. A volte si intravedono due piccoli occhi profondi che iniziano a guardare il mondo.

Il libro di Sa-Carneiro fu spiazzante. Lo reputo un miracolo. Il libro non mi lascia più. Mi coinvolse totalmente, che ripetevo in portoghese alcuni versi mentre camminavo. Fece parte del mio corpo, dell’anima, della mente. Della mia estetica di oggi. A Lisbona nacque l’idea che avrei scritto versi di Sa-Carneiro sulle pareti della casa-rifugio a Ponza. Quei versi erano diventati la carne del mio corpo. Così nacque l’idea di una casa libro. Un po’ sulle orme di Bruce Chatwin in Patagonia. Una casa che sarebbe vissuta di memoria. Bassa fatta di legno al riparo di tutte le tempeste. Dove ci avrei portato il mondo e la donna che amo.

In albergo a Lisbona scrissi un verso di Sa-Carneiro sullo specchio del bagno con del rossetto da labbra. Lo chiesi gentilmente alla signora dell’albergo che prepara la camera. La signora Teresa era molto gentile. Mi sentivo quasi adottato. Si prese cura di me. Pensava che io fossi un vedovo. Mi fece capire come dispiaciuta di quel mio stare da solo. Le raccontai che questo era un tempo che volevo essere da solo e vivere una nuova dimensione. Che ero venuto a Lisbona per vivere un’esperienza portoghese letteraria. Volevo essere un uomo di Fernando Pessoa. Non so quanto Teresa abbia capito con il mio portoghese. So che ero trattato come un figlio.

A Lisbona mi sentivo un poeta vagabondo, in cerca di una perduta libertà. E anche una perduta patria e stato di diritto dopo che nel 1992, una classe politica incapace e corrotta aveva venduto l’Italia e gli italiani agli interessi dei poteri liberisti atlantisti. Ma io non ci stavo a questo colpo di Stato silenzioso in punta di piedi. Niente mi apparteneva più. A niente appartenevo. Se non a un sentimento di anarchia. Chiedevo asilo al Portogallo. Al mondo.

Ma la vita a Lisbona era anche per riprendere la capacità di saper stare da solo. Chi sa stare da solo può stare con qualcuno. E di mettere l’amore al centro della vita. Ero venuto a vivere un periodo che non sapevo quanto sarebbe durato. Libero per le strade del Portogallo. Amavo oziare in questo clima pieno di incanto. In questa terra mite me ne stavo a contemplare la vita lungo i viali e nelle piazze.

La sera quando il mondo si chiudevo dentro se stesso, e il pensiero non era turbato dalle vicissitudini, cenavo in una trattoria della città pombalina dove si riunivano i vecchi che vivevano da soli. Si mangiava con molto poco. Cenavo da solo con chi cenava da solo. Dopo qualche sera. Quando entravo qualcuno mi chiamava il poeta della libertà. Quei vecchi raccontavano tanta nostalgia. Quanta storia avevano da dire. La maggior parte erano vecchi marinai che vivevano di una pensione sociale. La politica del socialista Mario Soares li blindava. Poi lentamente tornavo a casa. Dopo aver lasciato questi vecchi a guardare la televisione.

Al ritorno in albergo spesso ero preso da un senso di drammatica solitudine. Ci sono molte solitudini pensavo. Ma alla fine stanno tutte abbracciate. Lisbona è una città di poeti. I poeti sono solitari. Quando Lisbona si addormentava mi sentivo solo. Ma resistevo, dovevo resistere. Finché non iniziai a conoscere qualcuno. Allora la sera ero spesso a cena da Rui. Qualche volta rimanevo a dormire. Oggi non vado più in albergo, sono ospite fisso a casa sua e di Filipa. O affitto una casa.

A Lisbona avevo la sensazione di essere in un luogo fuori dal dispotismo del denaro e dalla barbaria di questo sistema. Qualcuno qui si accontentava della vita. Io mi accontento della mia vita. E senza dover dar conto alle perdute menti del perbenismo. Una vita agra.

Mi piaceva vivere a Lisbona. Sentivo Lisbona, la città come la vita stessa. La sua luce, il silenzio e quella malinconia creatrice che emana. Questa città profuma di cucinato e di carretti di fiori e di caldarroste. Ovunque si sentiva una melodia, e l’odore del sale dall’oceano. In portoghese la maresia.

Il Fado arrivava dalle finestre della città. La musica che canta il destino. Un canto vergine e primitivo che viene dalle profonde oscurità dell’anima.

Amo Lisbona come si può amare una donna per tutta la vita. Mi ripetevo. Lisbona mi appariva come una resurrezione. Stavo nella vita.

Anche a Essaouira cammino con qualunque tempo. Per me il tempo non è il clima. Un particolare clima può essere accolto con piacere perché si conosce quello contrario. E così viceversa. Il clima ci piace perché conosciamo tutti i clima. Questo lo lessi da Raymond Carver. Carver mi fece capire perché un clima mi piace. Perché mi da compagnia, avventura, fuoco, freddo. Mi fa stare nella vita. Come le braccia di una donna. A cui devo raccontare.

La fede è solo nell’amore, nella bellezza . L’amore è l’unico miracolo. È poesia. Iniziazione primitiva. Rinascita. Una poesia è sempre incompiuta.

Oggi Essaouira così mi tiene. Simile a Lisbona. Una continua resurrezione. La città lascia sognare. Io e lei innamorati perennemente dell’amore.

Non voglio partire. Devo trattenermi ancora a Mogador. Mogador fa di me ciò che il Fato ha predetto. Fa male questo tempo a venire. Cammino con la bellezza e sarò felice. Cantavano i Navajo, prima che li sterminavano.

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Ait-Ben-Haddou, l’altra Hollywood: il viaggio mediterraneo di De Luca/5

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

9 I quaderni di Mogador

Tahar Ben Jelloun poeta e scrittore di Fes, trapiantato ultimamente a Parigi scrisse: scrivo per non avere più un volto. Io con la parola e il verbo. Con la poesia. Nella loro nudità mi sento separato da tutto e da tutti. Così realizzo questa mia identità illusoria. Non avere più la dimensione dell’ufficialità. Di essere uno straniero ovunque. L’unica identità che mi serve a vivere. La moltitudine che mi compone. E mi da sostentamento. Salutare smarrimento. Fuga. Forza d’animo. La passione, il piacere, la gioia e il dolore. Quindi quella solitudine per vivere.

La settimana prossima vorrei tornare ad Ait-Ben-Haddou. Verranno i miei nipoti da Bologna. Ho ingaggiato una guida. Grazie a Mehdi. Il viaggio è lungo. Bisogna attraversare i monti dell’Atlante. Il passo è intorno ai 3500 metri. Mi fermerò in qualche villaggio che mi ispira. La diversità dei popoli rende la vita a una dimensione accettabile. La esalta e arricchisce. La diversità pone la vita nel mondo.

A Marsiglia cenavo in una trattoria tunisina. A Napoli spesso la carne la compro in una macelleria algerina. Entrambi mi dicono: amico evviva tutto il mondo. Ebbene voglio vivere questo evviva tra la gente di tutto il mondo.

Per Ait-Ben-Haddou in questo viaggio cambio strada. Voglio deviare la rotta per la valle dei fossili. La regione di Erfoud. È da tempo che voglio andarci. Ritornare ad essere geologo per un giorno. O meglio un paleontologo. Ricordare con felice nostalgia gli anni degli studi di geologia a Napoli.

Il prof. Tullio Pescatore mi mandò in ricerche di geologia marina nel mar Ionio. I prof. Ludovico Brancaccio e Beppe Rolandi mi portavano con loro sul campo a rilevare e studiare i complessi geologici dell’Appennino centro meridionale. Da allora ovunque mi trovo devo guardarmi intorno per capire su che roccia mi trovo e chi c’è l’ha portata e quanti anni ha.

Il Marocco era sotto al mare. 380 milioni di anni fa. Devoniano si chiama il periodo geologico. Poi 65 milioni di anni fa, periodo Cretaceo Paleocene, successe qualcosa che la Geologia ancora non sa dare giuste risposte. Ma ipotesi. La scomparsa del 70% degli esseri viventi. Il mare iniziò a regredire portando alla luce tutto l’ecosistema oceanico. Il Marocco attuale.

Uno dei luoghi al mondo con più presenza di fossili marini. L’abisso di un oceano vide la luce. Tra gli altri, ammoniti di ogni grandezza in rocce di diversa natura e consistenza, trilobiti, denti di squali dell’olocene fanno gli altorilievi della regione. Mentre la sabbia del deserto non è altro che il prodotto della corrosione nel tempo di questi sedimenti oceanici.

Ricordo la città di Volubilis. Qui mi condusse l’amica Marina, grande viaggiatrice. E scopritrice di terre lontane. Con noi c’era il suo inseparabile compagno Pietro. Volubilis è a est di Fes. Una Pompei d’Africa la città punica di Annibale prima e Marco Aurelio dopo. È costruita con pietre di agglomerati fossili. Tra i resti di Volubilis trovai un trilobita.

Per andare ad Ait-Ben-Haddou attraverso le gole di Dades. Qui crescono rose profumatissime. Le rose di Dades. Hanno fatto la fortuna dei profumieri francesi. Il clima produce rose profumatissime. Ma anche l’industria marocchina oggi è bene attrezzata. Con le zagare si ottengono grandi profumi. Donne da tutto il mondo le vedo estasiate nelle profumerie delle città del Marocco.

A Marrakech e Tangeri ho i miei profumieri. Ait-Ben-Haddou la sentii per la prima volta molto anni fa. La scoprii in una intervista scritta. Ne parlava Pier Paolo Pasolini. Ci aveva girato Edipo Re. Era arrivato fino a lì a pretendere il suo primitivismo creativo. Oggi Hollywood se ne appropriata. Ma l’Unesco ne ha fatto patrimonio dell’umanità.

Ait-Ben-Haddou è uno ksar. Il villaggio fortificato costruito in punti protetti dagli attacchi di tribù nomadi. Il villaggio oggi è ben custodito e protetto. Era rotta carovaniera dal deserto del Sahara e i mercati di Marrakesh e le città portuali. Tutto è ancora costruito con mattoni di paglia e fango seccati al sole.

Il villaggio oggi è abitato solo da poche persone. Con la sua architettura esprime il mondo di una società berbera. Grazie soprattutto alla sensibilità e all’ interesse del Re Mohammed VI. È stata costruita di fronte al vecchio villaggio una nuova Ait-Ben-Haddou con tutti i servizi.

Il Re oggi in Marocco è ben voluto. Tutti ne dicono bene a ragione. Le sue riforme stanno portando il paese ad uno sviluppo inimmaginabile. Anche se rimangono grandi problematiche. Le problematiche di un mondo costruito prevalentemente su una economia capitalista al servizio di pochi. E lo sfruttamento della terra a discapito della comunità.

La società marocchina cresce in diritti e cultura. La sua economia è in continua crescita. È una società ancora così ricca di primitivismo e purezza che la tengono lontana dal peggiore modernismo. Ma non so ancora per quanto. La storia sarà maestra.

Alcuni anni fa il caro amico Gianni Silvestri. Purtroppo prematuramente scomparso. Già scenografo di Bernardo Bertolucci, Giuseppe Patroni Griffi e collaboratore di Luchino Visconti. Me ne parlò a lungo. Bernardo Bertolucci stava girando il Tè nel deserto, dopo L’ultimo imperatore. Devi assolutamente andare ad Ait-Ben-Haddou mi diceva.

Arrivò il giorno tanto desiderato. Arrivai ad Ait-Ben-Haddou e fui sorpreso ed entusiasta di tanta meraviglia. Mi promisi che dovevo assolutamente tornare e stare qualche giorno in più. Qui il tempo decide la vita. Desideravo vivere tra le comunità berbere. Sdraiarmi lungo il fiume. Sentire le donne che lavano i panni. I bambini che giocano. Gli uomini nelle oasi ad arare e raccogliere. Uomini donne e bambini che camminano per lunghe distanze.

È così in terre d’Africa. Starmene sdraiato tra gli ulivi e le palme. Magari a leggere e pensare. Ascoltare le voci della natura in un mondo ancora culturalmente puro. Fuori da rotte turistiche. Persistono uomini di pasoliniana memoria.

Oggi a Marrakech fa molto caldo. Siamo a fine febbraio. Sono vestito tutto di lino. Devo mettere un cappello. Qui i cappelli si vendono ovunque. Tutti di questi tempi hanno un cappello. I ristoranti all’aperto li mettono a disposizione dei clienti. Sto attraversando la grande piazza Jemaa El-Fna. La piazza è strapiena di gente. Un enorme teatro.

Mi dirigo verso il caffè letterario Dar Cherifa. Li è tutto in silenzio e tranquillo. Potrò concentrarmi serenamente a scrivere. Mandare dei messaggi agli amici in Italia. Dar Cherifa lo vedo e lo sento come un giardino epicureista dove si ascolta un silenzio portatore di piacere serenità spirituale e mentale. Ma anche come un prototipo di harem. Quell’Harem immaginato dai Picasso, Matisse e Delacroix di inizio secolo. Con profumi di rose ciclamini zagare e scrosci d’acqua con il canto delle tortore. Di donne che leggono o recitano poesie. Che bisbigliano sottovoce pensieri e sogni. Desideri avvolti in vestiti e gioielli berberi di tanta bellezza quanto basta. Senza mai venir meno ad una innata dignità. Sobria eleganza ed una gestualità minimalista e discreta.

Sembra di vivere in un quadro del pittore olandese Lawrence Alma Tadema. Ambienti rivisitati della Grecia classica e l’antica Roma, con poesie rose marmi e terme, profumi e filosofi nella vita pagana di una dimensione domestica. Così come l’harem che ho immaginato per il mio rifugio mediterraneo popolato dalla bellezza che dà piacere di vivere. Versi, enigma e figure che vanno dall’Oriente, dalla Grecia a. C. fino all’Occidente di ieri e di oggi in mezzo al Mediterraneo. Tra le rotte di Ulisse e Giasone, di Virgilio ed Augusto. Tra l’amore di Catullo, di Saffo. L’eleganza di Orazio e i viaggi di Strabone.

A est dai terrazzi di Dar Cherifa in lontananza vedo i monti dell’Atlante. Non è molto frequentato Dar Sharifa. Una nicchia per persone che aspirano al diverso. Contro la decadenza del mondo di oggi questi luoghi di ispirazione arabo persiani alessandrini sono luoghi di rifugio. Un tè alla menta qui dà gusto alla vita e risveglia i cuori sognanti. La felicità epicurea che feci già ventenne qui si manifesta nella bellezza di esaltare la vita in tutta la sua grandezza.

Quanti ricordi mi sovvengono dal tempo delle grandi scoperte conoscitive. È l’edonismo che mi appartiene. Lessi Epicuro me ne innamorai. Sentii subito che mi esaltava più degli stoici. Lo studiai nella logica liceale. Lo feci mio. Nel corpo e nella mente. Ho vissuto con la sua filosofia sempre. Senza esserne cosciente spesso. Inconsapevole ogni giorno. Epicuro è presente. Fu inevitabile la laicità epicureista. La strada verso la felicità con l’intelletto.

L’amico Andrea Simi ne è convinto. Sono fondamentalmente un epicureista mi dice. Oggi anche se disordinatamente rileggo molto di filosofia. Ne ho bisogno. Per lo spirito e l’intelletto, per la coscienza e il corpo. Per le questioni etiche. Il piacere e la libertà. Quel piacere che è il bene. È magnifico rileggere filosofi che stanno in noi. È come se li chiamiamo a starci ad accompagnare. Logica caos etica è l’alloggio dove conviene dimorare. È solo andando verso l’impossibile che si può avere qualcosa del possibile. La poesia è oltre la parola. La sua radice. Rileggere i filosofi della adolescenza è come scrivere poesie oggi. Un costante viaggio verso di me. In un paesaggio dove spesso l’opera e l’uomo non hanno distinzione. Tutto trascende da me e in me.

Ho scoperto fuori le mura della città un mercante che tra una marea di anticaglie e cose strane, vende pelli di animali. Aveva una pelle di leone, una di zebra. Anche serpenti e leopardi. E altre cose indicibili. Sono rimasto incantato. Mi sarei comprato tutto. Mi sono ricordato una parte della vita. Quando mio padre tornava a casa e ci portava a noi bambini caimani imbalsamati dal Mississipi.

Una sera aprì la valigia. Ci stanno 5 pelli di leopardi ancora sporchi di macerie di morte. Arrivava da Lobito. Con le teste noi ci giocammo. Corna dei bufali africani, lance di guerrieri tuareg, tamburi di guerra. Indumenti di popoli visti fino ad allora solo sui libri o in televisione.

Io leggevo in quei tempi tra gli altri le storie dei viaggi di Walter Bonatti sul settimanale l’Europeo. Di questi arrivi dai viaggi di papà ne facevamo i nostri giochi. Quei giochi sono diventate storie che ho imparato a memoria.

Qui oggi a Marrakech ho sentito quei giorni della adolescenza a Napoli. La casa di Napoli come quella di Ponza, come le cabine delle navi dove viaggiai, come le case in affitto nelle città che mi accolgono. Tutte queste dimore sono racconti. Sono fiabe. Senza tempo dimore di vivere in una eternità. Riprendo a camminare. Cammino molto.

Camminare è continuare a giocare. Anche scrivere è continuare a giocare. I miei giochi avvenivano in spazi aperti. Camminavo, correvo tra gli scogli, sopra i muri, in riva a spiagge. Remavo tra faraglioni e rive per raggiungere una donna o solo per procurarmi un cibo di mare. Andare da un posto all’altro di villaggi. Andare. Sempre andare per poi tornare.

Sono tentato di comprare le pelli di leopardo. Ritorno indietro. Poi ci ripenso. Se mi scoprono all’aeroporto in Italia potrei avere problemi. Meglio non avere problemi in Italia. In questo momento storico un nuovo impero più subdolo si nasconde. E silenzioso avanza alle porte della libertà e occupa la vita degli uomini liberi.

Per qualche giorno son tornato da quel mercante. E mi piaceva stare tra quelle pelli e tutto il resto. Stavo proprio bene. Tutto il tempo della vita che sempre conta sta qui. Ritornare ai tempi dell’essere stati bambini. Ho lasciato il bambino che fui in custodia al mercante. Gli ho lasciato la mia storia. Sto sognando.

In questi giorni mi sento la bocca un poco amara. Mi capita quando mangio molte grancevole. A Essaouira mi capita di mangiarne una intera al giorno. Ma qui a Marrakech durante il giorno. Mangio dolci al miele e mandorle. E bevo molti succhi di arance rosse dolcissime e di melagrana. Le piazze di Marrakech sono invase da seri carrettini che fino a notte fonda vendono succhi di frutta fatti sul momento. E senza aggiunta di acqua. Sono solito offrire un nutriente succo di frutta a quelli meno fortunati di me.

Mi rendo conto da sempre che la radice dell’uomo è solo questione di fortuna. Ieri sera ho scoperto la poetessa Wafaa Lamrani. Scrive versi che oggi non faccio altro che portarmi dentro. E mi fanno pensare. La ringrazio. Domani verrà a trovarmi da Napoli il mio amico Martino. Andremo in una kasba a 50 km da qui. Dicono che ci hanno girato dei film. E il mercato è interessante. È tra l’altro un mercato di cammelli.

A Martino voglio fargli vedere le mie ultime scoperte a Marrakech. Un simpatico mercante di antichi gioielli berberi. Non sta nella Medina. È fuori le mura. Inoltre andremo al museo Berbero Saint-Laurent. Per le essenze di rose ho il mio amico a la Place des epices. Ci vengo da sempre. Mi tratta bene e mi propone i migliori prodotti. Dice di farmi grandi sconti. Ci voglio credere. Comunque è simpatico e nel suo negozio si passa un po’ di tempo a guardare parlare scoprire. Tra essenze di rose, zafferano, cumino, coriandolo, noce moscata, gelsomini, zagare e spezie di ogni genere. E poi saponi, profumi, ambre e incensi e cristalli di eucalipto. In una grande stanza si mischiano tutti questi odori. Poi ti stanno addosso per tutto il giorno.

Come nelle valigie di mio padre quando tornava a casa. Le apriva e il mondo occupava la casa di Napoli. Il mercante sa che mi piace il pepe. Dice che mi procura il pepe migliore. Anche qui ci voglio credere. Medhi ci porterà dal suo hammam di fiducia. Quando ho bisogno di un taxi chiamo Abad. Parla napoletano. È vissuto a Napoli per 10 anni. Faceva il muratore. Gli mancava il Marocco mi racconta. Ed è voluto ritornare a Marrakech. La sua città natale. Sa tutto sul Napoli calcio e Maradona. Sul cruscotto del suo taxi oltre alla figura del re, dei figli, la moglie, ci sta Napoli e Maradona. Noi parliamo solo napoletano. Non ho alternative. Ovunque mi porta mi chiede 5 euro. E lui è felice e ride. Quando deve imprecare ripete a modo suo sempre Gesù Giuseppe e Sant’Anna e Maria. Un detto del popolo napoletano che vuol dire meraviglia stupore ma anche incazzatura. Dice che l’ha imparato dalla signora che gli aveva affittato casa a Napoli. Giuseppe Marotta negli Alunni del tempo, lo utilizza tra la gente del Pallonetto di Santa Lucia. Abad dal vecchio rione del Vasto alla Ferrovia di Napoli ora è felice nella sua Africa.

Per me l’Africa è una cosa seria per arrivarci solo da viaggiatori. Bisogna essere di più. Amare l’impossibile. Nel vecchio quartiere Panier sul porto di Marsiglia lessi sul muro L’utopie ou la mort. L’aveva scritto un magrebino. Me lo disse la persona del bar. Sulle spalle di mio padre conobbi i boschi le spiagge e i mari. Città e villaggi del mediterraneo. Iniziai a sentire l’irraggiungibile. L’utopia. Ora cammino da solo. Ma è faticoso. A volte ho paura. Questa fatica di conoscere mi fa felice. Voglio essere affaticato e stanco. Come i tanti nel mondo. Come i tanti della solitudine del mondo. Ci porterò con me la bellezza del mio amore.

Viaggiare è per scoprire se stessi. Per entrare silenziosi nella nostra esistenza di amanti del mondo. Amare la vita liberi con l’essere straniero. E sempre Fernando Pessoa a seguirmi tra le ombre che porto. E quelle che lascio. La letteratura è la prova che la vita non basta. La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.

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Ponza e la casa rifugio: il viaggio mediterraneo di De Luca/4

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

3 I quaderni di Mogador

Oggi ho rivisto il Museo Berbero alla Fondazione Saint-Laurent. Un tuffo nella grande cultura berbera. Ci vengo spesso. È un luogo dove si respira anche una certa Parigi. È all’interno del museo Saint-Laurent.

A Marrakech ci visse Yve Saint-Laurent. E al Marocco ha lasciato gran parte della sua eredità. La sua fondazione provvede a molti eventi culturali, oltre alla nascita e mantenimento di edifici preposti alla cultura.

A Tangeri la storica Librairie des Colonnes ora è proprietà della fondazione. Meglio dire è stata salvata dalla fondazione. Qui a Marrakech ci sta anche una strada a suo nome. E anche una libreria internazionale. Con accanto un caffè ristorante all’aperto.

Ci vengo per alternare la cucina araba. Qui ci sta la mano della cucina francese. Un tocco creativo. E poi sembra veramente di essere a Parigi in uno di quei caffè frequentati da Sartre.

Ieri ho conosciuto una coppia di architetti di Milano. Sono qui per lavoro. Ci siamo dati appuntamento per pranzo. Ancora non so dove andremo.

Nel frattempo sono andato al Caffè del Museo dove ci sono sempre pochissime persone. E vige un grande silenzio. Potrò scrivere qualcosa. Prendere un lungo caffè e fumare una sigaretta. Nel frattempo scrivere qualcosa.

Ho preso un libro sulla presenza di Pasolini e altri intellettuali italiani qui a Marrakech. È in francese. Lentamente riuscirò a leggerlo e capire. Intanto mi viene voglia di pensare al mio vino.

Due ragazze vicino al mio tavolo hanno preso una bottiglia di vino rosè. Leggo che viene dalla Provenza. La Provenza è terra di questi vini. È affascinante il colore. Mi piace.

Il mio vigneto si chiama invece Utopia. Come il vino rosso che faccio. Il vino rosè si chiama Nostalgia, letto in greco però. La vigna circonda la casa-rifugio che si chiama A Jangada de pedra, la zattera di pietra. È il nome di un libro di José Saramago. Scrittore portoghese. L’ho costruito su un vecchio rudere. Lo utilizzava mia nonna. Dissero che ci teneva la pecora, oltre ai mestieri del contadino.
È sull’isola di Ponza. Nel Mediterraneo centrale. Qui il mare lo chiamano Tirreno. Questo luogo mi è stato trasmesso dal latte materno. Gli ho scritto un libro Vinea loquens. Dovrei pensare ad una nuova edizione. E’ un luogo ereditato dalla mia famiglia.

E’ un luogo che ho conosciuto come le favole. Raccontate dai miei genitori, dai nonni e parenti vari. Mentre crescevo ho scoperto che tutto invece era realtà. Crescevo con queste favole. Per conoscere una realtà superiore. Ma presto sentii il bisogno che queste favole divenissero realtà. Dando una nuova vita a quei racconti.

Ho restaurato e costruito questo luogo. E adesso è un luogo primordiale. Mi appartiene. Il mio rifugio, in mezzo al Mediterraneo, davanti all’Africa. Sta in uno dei luoghi di Ponza più inaccessibili.

Una immane fatica solo per arrivarci. Un altra fatica ancora per andare via. Tutto è fatica che fa stare bene. Qualsiasi cosa fa sudare.

Un luogo che ha tenuto nascosto e mantenuto la propria storia per secoli. Dove i vigneti sono secolari. Hanno più di 200 anni. Direi che sono borbonici.

Ho sempre amato molto la vigna: il miele dell’anima. Non so il perché. Ma c’entra anche Cesare Pavese in questo.

Al Liceo mi innamorai subito di Pavese. La vigna è il miele dell’anima scriveva. Ovunque vado nel Mediterraneo e non solo.

Per me la vigna è un altare. Un altare agli dei. Propiziatorio alla vita. All’esistenza degli uomini che camminano a trovare una casa. Una strada.

Il vino ristora. Accende i cuori. Illumina il pensiero. Senza vino è pericoloso vivere.

Euripide scrive: dove non c’è vino non c’è amore. La vigna e l’amore soggetti di uno stesso verbo.

Nel nord del Marocco hanno piantato grossi vigneti. Naturalmente sono investimenti francesi. L’altro giorno al ristorante libanese di Essaouira l’ho bevuto. Ed era buono. Quando posso sempre bevo una bottiglia. Serve anche a pensare e scrivere.

Per bere il vino qui bisogna andare in un ristorante non del Marocco.

Un poeta perennemente vagabondo ha bisogno di bere vino. Un nomade per città di mare e non solo deve bere vino. Un métèque per isole deve conoscere l’ebbrezza del vino. Un bohème vestito di parole che contano si deve ubriacare di vino e passione. Non sempre può pensare alle parole. Deve anche sapersi allontanare da esse.

Come Rilke temo la parola degli uomini dove tutto è chiaro. Queste parole creano mutezza e rigidità. Le parole chiare uccidono le cose.

Molti anni fa andai a Lisbona per scoprire chi ero e chi potevo essere. Avevo rivissuto ancora una volta sulla strada di Kerouac. Lì viveva Fernando Pessoa. Lui poteva darmi una mano.

A Lisbona ho cercato di vivere come lui. La sua solitudine me la sono caricata addosso. La sua solitudine letteraria divenne il mio pensare. I suoi eteronimi sono tutti io.

Ora scrivo poesie. Ma le ho sempre scritte. Ho fatto vari mestieri. A volte umili altre volte mi chiamavano dottore. Ma dottore non ero. E ne volevo essere. Sono un uomo in disparte dicevo.

Adesso scrivo poesie e viaggio. Viaggiare è dentro di me, nel mio sangue. Non riesco a stare molto tempo in uno stesso posto. Questo modo di vivere l’ho ereditato dai nonni e da mio padre. Un po’ da tutti in famiglia.

Sono cresciuto tra viaggiatori. E da bambino subito ho sempre viaggiato. Dovevo trascorrere le estati sulle navi con mio padre. Sono cresciuto tra navigatori.

I miei nonni, non conoscendo le favole della letteratura, mi raccontavano la loro storia. Per me inizialmente erano favole. Poi si fecero realtà.

Quindi chi sono io. Sono la stratificazione di tutti questi mestieri di vivere. Un viaggiatore anomalo. Parto soprattutto da un bisogno letterario. Conoscere i luoghi di Sartre, di Joyce, dei poeti russi, dei nascosti poeti nel mondo.

La nuova poesia araba mi piace moltissimo. Vivere i luoghi letterari e metafisici. Camminare tra i marmi del teatro di Pompei o di Atene. Pensare agli Argonauti, a Laerte, a Medea. A Napoli, a Posillipo, luogo intimamente virgiliano, ho fatto il liceo classico con i Padri Barnabiti. Li si studiava molto. Non avevo tempo per scrivere lettere alla fidanzata di allora. E spesso neanche per dormire una intera notte.

Il tempo delle grandi scoperte avvenne nelle primavere di Pausylipon. Forse gli anni più belli di sempre. E’ lì che forse mi sono dato un’identità. Mi sento un uomo che sempre se ne va. Quella della Grecia antica.

Io che arrivavo ragazzo di strada da un’isola a Napoli, capitale mediterranea. Sta nella Grecia che sempre mi duole la mia patria. Amo la poesia. Amo la letteratura e la filosofia. Amo la parola. Sono costruito di parole. La carne di cui sono fatto è soprattutto parole.

Esiodo, Omero mi hanno dato la prima impronta. Hanno lasciato l’ombra in cui ora cammino e vivo. I macigni che salvano e affondano.
Nel mio Rifugio ho portato la mia anima e ho costruito tutto quello di cui l’anima ha bisogno.

Ho un paganesimo che nutre. Perché io mi sono lasciato al paganesimo. Io non sono un cristiano. Non condivido la filosofia cristiana. Anzi considero, come dice il professor Luciano Canfora, il Cristianesimo distruttore del grande sapere degli antichi. Questi Dei assoluti di verità sono incarnazione della violenza. Portatori di guerre e disagi. Predicare il bene non vuol dire essere dalla parte del bene. Questo dio della Bibbia rappresenta e giustifica la spietatezza e l’arroganza di tutti i poteri.

Albert Camus mi piace molto. Ma anche Marcuse, Bakunin, Chomsky. Bauman. Sono dalla parte del partigiano Sandro Pertini e dei partigiani di tutto il mondo. Kerouac mi ha insegnato molte strade. Steinbeck anche. Melville è il grande sacerdote. Questi mi appartengono, mi fanno navigare, mi sostengono.

Ivan Illich mi formò da giovane, dopo il liceo. Leggevo gli anarchici. Sono nato anarchico. Qualcuno ha dovuto farmi anarchico. L’anarchia non è il caos. Il caos è altra cosa. Il caos è il sublime sistema di concepire il mondo. Dal caos nasce la luce. L’anarchia è una democrazia che tende alla perfezione. L’uomo anarchista ha dell’uomo comune la più alta concezione e rispetto. L’uomo nella natura con la natura. L’anarchismo tende ad una società evoluta. Dopo l’homo sapiens sapiens. Un giorno scriveranno homo anarchico.

Della mia casa rifugio ho bisogno come il pane e il vino. Comunque e ovunque vada. Dentro di me, nella mia mente, nel mio cuore ci sta questo paesaggio. L’antico paesaggio del grembo materno. Dove comunque devo tornare. Dove si conserva la memoria ancestrale. Il mio essere bambino. Il vagabondo che cresceva.

Anatole France qui, come a Parigi, fece cadere i suoi angeli in rivolta. Quando ritorno da un viaggio vado a vivere nella casa rifugio.
Tutta la vita è un ritorno. Una speranza. Un’illusione. Una ragione. Tutta la vita è una partenza.

La mia radice è il Mediterraneo. Sono figlio del Mediterraneo da quando avevo 5 anni e navigavo con mio padre. Tutte le estati.

Io sono anche figlio di Jean Claude Izzo, e di tutte le sponde marine. Predrag Matvejevic è il mio maestro assoluto. La prima volta che lesse le mie poesie. Osò dire: La tua letteratura, il tuo scrivere è fuori da ogni moda letteraria. Tu sei un poeta tutto. Con lui ho avuto un epistolario. Fin quando riusciva a scrivere. Se pubblico poesie e libri, devo dire anche grazie a lui.

Pedran Matvejevic mi disse. A Roma alla presentazione del suo libro Pane Nostrum. Io tornavo da Marsiglia. Se tu parti da Marsiglia e ti fai la Spagna poi vai in Marocco, ti fai tutto il Mediterraneo compreso il Mar Nero e arrivi alla mia Odessa (mi sembra la madre era di Odessa e lui ci teneva molto) e poi fai l’Adriatico, vai a Venezia e poi ritorni a Marsiglia non è altro che tu cammini lungo un muro a secco. Ecco, il Mediterraneo: la sua cornice è il muro a secco.

Devo essere riconoscente allo scrittore e poeta Andrea Simi. Ai prof. Carmine Catenacci dell’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara , al caro prof. Francesco D’Episcopo e alla Prof. Maria Gargotta dell’Università Federico II di Napoli con cui ho continui scambi culturali e confronti. Loro mi danno una mano a vivere come poeta.

Dicevo. Le isole sono contornate di muri a secco. Sono opere d’arte. Sculture primitive di protezione contro ogni cosa. La pietra e l’uomo in un indissolubile abbraccio. Di questi muri a secco. Fatti con le pietre raccolte nel luogo. Matvejevic mi disse: i muri a secco sono la cornice del Mediterraneo, la cornice dei popoli del Mediterraneo. Questi muri a secco ascoltano le voci dei bambini e del popolo, il Mediterraneo è un popolo solo. La pietra contiene la poesia.

Platone diceva che in un poeta c’è un demone. Il poeta non è il padrone della parola. La parola arriva dopo un viaggio o dopo aver letto qualcosa. O dopo un silenzio. Oppure capita e basta.

Mi sveglio di notte spesso. La notte scrivo. Ovunque mi trovo. Senza una ragione apparente. E ho dei versi da scrivere. Oppure questi versi li ho sentiti chissà dove. E d’improvviso. Senza una ragione, senza il mio volere. Ho questi versi. Tutto è in mano al demone.

Da Tangeri a Marsiglia, da Istanbul a Valparaiso. Arrivano da lontano o da vicino inattesi e inesplorati. Vivo di questo mio essere. Un esistenzialista divorato dal sale marino. Dai venti da sud. Dal libeccio d’Africa.

Mi piace molto il poeta portoghese Mario De Sà-Carneiro, nato a Lisbona nel 1890. Morì esiliato a Parigi nel 1916. A Sà.-Carneiro voglio bene. Pessoa lo definì Genio dell’arte. Sono così coloro che gli dèi elessero loro pari. L’amore li rifiuta. Una sua frase domina l’intera parete del Rifugio. Io non sono io né sono l’altro…qualcosa…che va da me all’Altro.

Vivere in un’isola. I greci dicevano che gli dei sono nati nelle isole. Io penso che l’isola non ha limiti. Ne ha confini. L’isola è metafora di una libertà assoluta. Da un’isola puoi partire. E andare ovunque. Sopra un’isola. Ovunque ti giri hai un orizzonte. Libero. Il mare che invita ad andare. L’ orizzonte è simbolo della libertà. E non solo la libertà fisica. Quella di pensare. La libertà di sognare. La libertà dell’illusione.

Io non potrei non vivere in un’isola. O assentarsi per lunghi periodi. La linea di un orizzonte senza ostacoli. È forma di esistenza. Stile di vita. È come stare nella vita.

Come scrive Antonio Tabucchi per chi vive a Lisbona è un modo di stare nella vita. Il legame con l’isola è un legame dall’infanzia. Sopra un’isola si è esistenzialisti. Ci sta Albert Camus, Jean Paul Sartre, Ernesto Sabato, Luis Borges, José Saramago. E poi l’intera cultura greca. Tutti i poeti risiedono a loro insaputa sopra un’isola. Quando non ci stanno fisicamente. Ci stanno lo stesso.

Un’isola è rivoluzione permanente. La vita lo richiede. Pensando e agendo per vivere noi facciamo rivoluzione. L’isola già nasce da un atto rivoluzionario. La terra si ribella. Esce dal suo corpo oscuro e infuocato per esplodere alla luce. Al Dio Sole si manifesta nella sua potenza per dare la vita.

L’isola su cui vivo. Ora mi è motivo di dolore e rimpianto. Non ha la dignità che le appartenne. Non ha più quell’aura arcaica. Si consuma nel suo corpo sociale. Finirà. Non ha più la sua identità. E non avendo un’identità. Un essere perde la sua scorza protettrice. E come scrive l’eterno Italo Calvino una società che vive solo di turismo è destinata a morire.

La società si slabbra. Viene a mancare il suo corpo vitale. Il cuore. Il territorio necessario.

Negli anni ’60 e ’70 e fino agli anni ’80 era un piacere passeggiare a Ponza. Era sublime viverci. La società cresceva e viveva con speranza e illusione. I sogni alimentavano. Esisteva la gente. Anche con una certa eleganza, ed estetica. Si parlava in un accurato italiano o un acceso e teatrale dialetto. Così come si vestiva con accuratezza.

Pescatori, marinai, contadini, tutti per una vita comune con dignità e rispetto. Durante la stagione estiva si incontravano intellettuali, scrittori e gente del cinema e del teatro. Industriali e viaggiatori di ogni specie. Politici sulle orme del Confino politico degli anni del fascismo. In piazza potevamo incontrare Alberto Moravia, Vittorio Gassman, Federico Fellini, solo per citare alcuni. Ma tutta un’Italia che pensava nel bene frequentava le isole.

Cosa trovavano queste persone sopra un’isola. Sicuramente un mondo che conservava un essere selvaggio. Memoria ancestrale primitiva. Umanità socialità purezza incontaminata. Primitivismo è il termine che userebbe ancora Pasolini. E questo affascinava tantissimi scrittori e artisti.

Molti artisti sono venuti a vivere qui. Operando e vivendo. Rispettando l’ambiente antropologico e naturalistico. Trascorrendo gli ultimi anni della loro vita. Come Ursula Querner. Una scultrice tedesca che andò a vivere su uno scoglio. Appena con una piccola casa. In un’intervista concessa alla Rai in Germania disse: qualsiasi cosa di Ponza è una scultura, la donna di Ponza è una scultura primitiva.

Ci fu Mario Tarchetti. Io l’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita. Scoprendo che viveva in un posto selvaggio come la contrada di Frontone. Un piccolo villaggio di case grotte di pescatori. Ormai tutti quasi emigrati. Tra l’Argentina e gli Stati Uniti. Mario Tarchetti veniva da Parigi. Aveva frequentato Picasso e Modigliani, e Giacometti. Amico di Ungaretti e di Cardarelli. Mario Tarchetti era un artista pittore. Nella Napoli del dopoguerra collaborò a quel grande fervore culturale che si formò intorno a quelli del Gruppo Sud. Questi contribuirono a rivoluzionare la pittura napoletana, la letteratura ed ogni forma d’arte che il Sud esprimeva. Dal Gruppo Sud sono arrivati grandi registi, grandi scrittori. Uomini del cinema e del teatro. Tra questi Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria.

Questo luogo Utopia a Ponza. Questo silente Rifugio è ora per me un posto letterario. È diventato un luogo non-luogo. Una pagina di un testo. Qui ci ho portato tutti da Esiodo, il primo poeta, a Michel Onfray, un filosofo attuale che seguo e condivido. Ed io mentre cammino tra i vigneti e gli scogli. Mentre coltivo la vigna o mangio un fico, aro la terra o parlo con l’asino e i cani. Ci sta Fernando Pessoa, Pablo Neruda che mi attendono. Ovidio e Solone. Venere e Poseidone.

Ho impregnato le pietre e la terra di letteratura, di arte.

I poeti della Grecia di oggi. Giorgio Seferis, Odisseas Elitis, Ghiannis Ritsos, Costantino Kavafis, e non solo. Vivono nella roccia che mi sta intorno. I loro versi stanno sui muri. Nell’aria che si respira. Nel vino che si beve. Nei pensieri che arrivano. Nelle parole che si dicono. Nell’ubriacarmi per amore.

Con il mare ho un rapporto ancestrale. Sono nato da una donna che navigava sin da bambina. Mia nonna morì presto. E mio nonno si portava mia madre lungo il Mediterraneo. Quindi il mare per me è ancora il parto di mia madre. È ancora il suo grembo.

Quando vivevo a Posillipo, tutti i martedì, sempre alla stessa ora. Guardavo dalla finestra passare la nave che veniva da Ponza. Mentre studiavo Esiodo o traducevo Omero o chicchessia. La nave si faceva, sogno, viaggio, fuga, avventura, nostos. Metafisica di esistere.

Ho avuto un padre comandante. Rimaneva fuori casa anche molti mesi. Ritornava a casa e apriva le valigie. Il mondo si apriva. Poi ripartiva e noi ritornavamo orfani. In attesa del nuovo ritorno. Telemaco a vita. Questa è la vita delle famiglie che vivono sul mare e di mare. Il mare è tutto: il mare è pace, inquietudine, rivoluzione, violenza. Il mare non ha una definizione. Il mare ha tanti significati, come pensavano i greci di omero. Ma ha anche ogni definizione. È metafora di vita. Il mare è vita e morte. È luogo metafisico, come scrive Joseph Conrad.

Io parto sempre per motivi letterari. Qualche volta per amore. Una storia d’amore rimane sempre un mistero. Il mistero ci mette in contatto con gli Dei. Leggendo un libro. Poi dico. Devo andare là. Oppure conoscendo una donna. Dopo qualche giorno. Devo raggiungerla. Se lei non ritorna. Vado io da lei. Nel momento in cui decido di partire, già la terra non mi contiene. La mia valigia mentale è pronta. La valigia mentale prevede sempre il ritorno.

Gli uomini di mare vogliono ritornare sempre a morire nel luogo dove hanno messo le loro prime radici. Dove hanno preso il loro primo latte. Mio padre mi chiese di voler morire nella casa di suo nonno. Eppure aveva girato il mondo. Ogni isola è un’isola. Ogni isola dà la sua personalità, le sue illusioni. Le emozioni. Io amo tutte le isole del mondo. Mi sento isola vagante dentro un mare chiamato me stesso.

Questa casa-rifugio fu pensata ai tempi dell’università. Ma dentro partorì forse già da piccolo. Non avevo i soldi perché i miei genitori non me ne davano. Pensavano che intraprendendo questa avventura. Avrei lasciato l’università. Lo stesso la lasciai. Arrivato alla fine. Decisi di rifiutare i titoli di una cultura formale e approssimativa in cui non mi riconoscevo. E contestato.

Non è una Istituzione a firmare le mie conoscenze. Allora in estate andavo a lavorare. Anche due mestieri. Cose umili. Come il cameriere o pulire le spiagge. Dovevo accumulare denaro per iniziare a rifare questa piccolissima casa. Proprio come Tom Neal nell’oceano Pacifico. Devo dire anche grazie agli amici. Ho coinvolto qualche amico. Formammo una specie di comune.

Vivevamo ogni giorno intorno a questo rudere. Alcuni di noi stavamo notte e giorno. Dormivano senza niente. Per terra. Né materassi e coperte. Bisognava costruire questo luogo. Io non avevo molti soldi. Quindi ci si arrangiava. Lentamente la casa cresceva. Due solo piccole stanzette. Qualcuno di noi era cacciatore altri pescatori. Si mangiava quello che portavano.

Utilizziamo materiale di riporto e legno di stracquo. Andavamo sulle battigie a prendere tavole per il tetto. Pali di legno che il mare aveva consumato come pilastri. Il castello delle favole lentamente cresceva. Lavoriamo con ogni tempo. Sfidavamo i forti venti da sud.

Il vino ci rendeva forti. Eravamo quelli sotto le mura di Troia. Il corpo forte degli argonauti di Giasone. Eroi di un mondo perdente. Felici di vivere senza niente. Non sapevo cosa fare della vita. Ma stavo costruendo il mio paradiso. Quello che salva.

Una casa-baracca sempre in movimento. Dove le cose cambiano, emigrano. Come l’uomo. Qui sono raccolti gli arnesi per una vita essenziale. Una vita di stracqui. Qui il silenzio ha anche una religiosità laica. Non si ha indifferenza. Gli dei lanciano i loro segnali. Qui ritornano ancora. Eros dimora. La passione e il trasporto.

Lisbona, non finirà mai dentro di me. Lisbona non può finire. Perché Lisbona è la mia città, è ogni pensiero. È mito e destino. Napoli mi ha partorito, Lisbona mi ha adottato. Mi ha dato l’esistenza. L’identità. La dignità di scrivere. La dignità di amare. Il Mediterraneo è il latte materno. Lisbona la culla. Il banco di scuola. La finestra da cui guardare il mondo. Da cui pensare l’uomo. La sua vita. Il principio e la fine. Questo miscuglio di gente. Di madri e bambini. Di religioni e di pensare. La pagina di un libro più grande dell’uomo. Inarrivabile pensiero.

Pessoa le ha dato l’immortalità. Bisogna vivere nel modo giusto. Tutti. Tutti devono vivere nel miglior modo. Non esiste superiorità di concetti e pensieri. Non esistono verità. Tutto è solo cammino. Solo parole per dirci qualcosa. Lisbona è madre.

La vita è un teatro, una commedia, a volte una tragedia, altre volte una romantica avventura. Tutto rimane un mistero. A Lisbona Pessoa dice che la vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente. Così pensò Edipo alla fine della sua vita.

Dobbiamo disobbedire. Vivere non ha una ragione. La poesia dice quello a cui la ragione non basta. A Lisbona sopra un muro trovai scritto Mas poesia. Più poesia. Lawrence Ferlinghetti scrisse che la poesia è la distanza più breve tra gli esseri umani. Qui a Marrakech gli esseri umani stanno dappertutto.

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Marrakech, amori e poesia: il viaggio mediterraneo di De Luca/3

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la terza di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

I quaderni di Mogador

Oggi mi sono svegliato presto. Sono andato al porto. Le barche stanno ancora a pescare. Ma è già tutto un viavai di uomini indaffarati. Questo porto sta nel sangue di questi uomini.

Uomini mare barche pesci banchine mestieri. È la vita tutta di questa gente. Gli uomini appartengono alla terra. Non la terra agli uomini. Come qualche Dio impostore vuol farci credere. Quel Dio complice di un mondo di schiavi. Che ha trasformato il significato di Dio in un Dio denaro. Era inevitabile. Chi non indicava la virtù ma la fede non aveva altro sbocco.

L’odore del pesce qui è persistente. Ma oggi c’è bassa marea e si sente il profumo delle alghe. Uscendo dal Desdemona ho capito che il mare era calmo. Gli uomini andavano a raccogliere i ricci con la bassa marea.

Ieri mi ha chiamato Kamal da Marrakech. Dice che si è liberata una stanza nel suo Riad. Domani allora ritorno a Marrakech. Devo incontrare Mehdi. Un letterato con cui traduco le mie poesie in arabo. E anche con cui posso mangiare spaghetti.

Dopo tanto cibo straniero ho assoluto bisogno di pasta. Mehdi è vissuto in Italia e quindi a casa sua non manca mai la pasta. Starò a Marrakech un po’ di giorni. Devo seguire la traduzione di un mio testo. E vivere la città secondo le abitudini che ho consolidato negli anni.

Vivere nella Medina. Ubriacarmi dell’edonistico Marocco Berbero. Tra le piazze Jamaa el-Fna e la Place des epices. Pranzo e cena tra le terrazze del Nomad e Les jardin des epices. Pomeriggio a le Jardin secret e il caffè letterario Dar Cherifa. Luoghi di silenzio profumi e bisbiglio dove poter leggere qualcosa. Riflettere e scrivere. Estasiarsi e oziare. A volte volgendo le spalle al mondo.

Incontro la memoria. Sono solito al mattino sedermi al Cafè de France per un tè alla menta. Naturalmente prima di pranzo. Quando il sole caldo piano piano anima. Sempre mi sorprende assistere allo spettacolo della piazza Jamaa el-Fna.

Musicisti, carrettieri, incantatori di serpenti, scimmie, dentisti improvvisati, venditori di ogni cosa, famiglie al passeggio, storpi, poveri e finti poveri. Attori ambulanti. Tutta l’Africa è qui. Non ci si stanca mai della vita che avviene in questa piazza.

La musica tribale incessante. Odori di ogni cosa. Il mondo porta in scena una sua rappresentazione dell’oltre. Giustamente patrimonio dell’umanità. Ma questa orde di turismo mondiale che si riversa su Marrakech, anche se rimane di nicchia. Inizia a provocare il suo danno sociale.

Sempre più persone si dedicano all’elemosina come fosse un mestiere. Io stesso spesso mi faccio prendere dall’elemosinare una madre con bambino. Mehdi ha detto che le donne spesso si fanno prestare i bambini da altre donne. Nonostante la grande rete di accoglienza che il Re ha organizzato per i più sfortunati. Ma tutto questo pensare prevede molto ragionare. E profondità di analisi sociali.

Nel dubbio quando posso io aiuto tutti. D’altronde come ebbe a dire Walter Benjamin: È per merito di questi disperati che ci è data una speranza.

Oggi sono arrivato a Marrakech intorno alle 11. Dopo aver vagato a lungo tra la Medina. Tra gli odori di ogni genere di cosa. Di tutto. Cuoio, stoffe, ottone, rame porcellana ferro vetro spezie zagare eucalyptus cibi cotti. Mangio un panino per strada. Raggiungo Mehdi.

Nel tardi pomeriggio Medhi mi accompagna ad un hammam. Ma niente di eccezionale. Molto approssimato. Ma va comunque bene. Ne avevo bisogno. Domani con Mehdi mi reco alle terrazze del caffè letterario. Qui in assoluto silenzio traduciamo.

Alcuni anni fa conobbi Lorence al sole della terrazza di questo caffè letterario. Avvengono qui anche presentazioni di testi in italiano. Lorence volle vedere la mia borsa. Ed era incuriosita dalla collana berbera che indossavo. A sera mi portò a cena. Conosceva molto bene Marrakech.

Lorence una ragazza parigina da uno spirito molto avventuriero. Di mediocre cultura. Ma molto elegante e virtuosa. Non molto bella. Ma estremamente affascinante. La storia ebbe inizio. In pochi giorni fuggimmo a Lisbona. Ci facevamo molti regali. Lorence voleva una vita serena e mettere su famiglia. Ma io non ero pronto ad un cambiamento di vita così radicale e repentino. Non mi ritenevo adeguato alle sue attese. Sicuramente avrei disatteso il suo sogno. Col senno di poi devo dire che non ero innamorato. Ed è la cosa più giusta.

Ero innamorato della storia. Questo non era la prima volta che mi accadeva. Innamorarmi della storia più della donna. Anche gli amici me lo ricordavano. La storia naufragò dopo più di un anno. Lisbona ci accolse magnificamente. Vivemmo una storia profonda. Come un film diceva lei.

Prendemmo un appartamento al Bairro Alto di Lisbona. Dalla finestra si vedeva la città bassa e il ponte 25 Aprile. Vivevamo molto per le spiagge di Cascais e la vecchia Lisbona. Entrambi dallo spirito decadente, vivemmo un’aria di inizio novecento. Un romanzo io le dicevo. Poi lei tornò a Parigi. Ci ritrovammo a Ponza qualche mese dopo. Di quella storia porto il ricordo indelebile di vivere l’oltre ogni immaginabile. Io rimasi a Lisbona. Non mi diedi scadenze di tempo. Raggiunsi Rui e Filipa e stetti con loro due settimane. Viaggiammo in Algarve e poi verso nord. Al confine con la Spagna.

Con me a Marrakech in questo periodo ho portato alcuni libri. Solo poesia al femminile del mondo arabo. È bene che vivo questi tempi con versi di una poesia che per questa terra del nord Africa ha visto la luce. Donne palestinesi e del Libano, Algeria e Marocco. Negli ultimi anni ho conosciuto la poesia Magrebina.

L’ho approfondita e mi ha entusiasmato. Il Marocco di questo secolo ha grandissimi poeti. Ed ha una fine tradizione letteraria. Con grandi università e Istituti di cultura. Le giovani donne del Marocco rappresentano il maggior numero di laureate nel mondo arabo. Purtroppo l’occidente ufficiale, quello che appare, trascura questa grande cultura.

Marrakech ha un sindaco donna. Ma l’interesse per la lingua araba è in costante aumento nei paesi affacciati sul Mediterraneo. Per questo, è per altrettanti motivi, tradurre i miei versi in arabo mi affascina anche se non è facile. Mi sento onorato che la lingua araba ospita i miei versi. Alcuni pensieri, riportarli nella lingua araba sono di lunga riflessione e spiegazione. Qui ruota tutto molto intorno al deserto. Alla solitudine e al suo cosmo. La condizioni della donna. La libertà e la sofferenza del popolo palestinese. Le difficoltà. Così il mio mare è anche deserto. Nostalgia solitudine gioia dolore libertà amore.

I miei Dei qui sopravvivono con difficoltà. Li unisce a questo mondo il grande spirito religioso del silenzio carovaniero. Del nomadismo pastorale. Beduini come marinai sulla sabbia. Destino. Sacro e logos. Quello che attraversa lo spazio e il tempo delle grandi distanze. Il mio essere senza tempo. Quindi mai fuori dal tempo. Si materializza per queste strade. Così l’ amore nella sua interezza. Una purezza primitiva enigmatica che rapisce. E rimango stupefatto estasiato. Meraviglia totale estrema purezza. Qui l’amore è totalizzante. E poi l’inquietudine vissuta della donna verso il suo voler essere persona libera. La sento nei loro versi, la vedo negli occhi nei corpi. In una dignità fuori dal tempo. Non lontana da questo mondo sta anche questa mia irrequietezza. Questa lotta. In questa nuova dimensione occidentale.

Un occidente defraudato dalla sua unità e della sua identità culturale da forze occulte. Sovversive e restauratrice di imperi. Come ebbe a dire Herbert Marcuse in L’uomo a una dimensione: Viviamo un progresso tecnico una civiltà industriale fondato su una democrazia confortevole e ragionata non sulla libertà. L’uomo non è più il protagonista della sua vitaPer me il Mediterraneo è vivere liberi. Ogni uomo per sua natura aspira alla libertà. L’uomo nacque essere libero. Sociale quanto bastava. La scimmia iniziò a camminare su due zampe. Iniziò a pensare e ad emettere suoni. A disegnare e camminare. Ha camminato tutto il tempo in un istante geologico. Ha conosciuto il sole e le stelle. Ha avuto bisogni di Dei e di poesia. Con la filosofia la Grecia diede ordine al pensiero. E disordine alla ragione.

Tra i poeti del Marocco oggi leggo spesso Mohammed Bennis. Di Fes. Una persona era oggi qui per essere domani in altrove, scrive Bennis. Bennis destabilizza la sintassi e disorienta l’immagine. Deforma l’ordine sedicente pulito. Capovolge il puro. Lo rimescola. Nella poesia visione e invisibile si coniugano. Così l’impuro in questa ebrezza diventa il segno del puro, del bello e dell’ignoto. In questo sento di dire che con il maestro Bennis ho in comune una radice. La parola e il suo cammino. La poesia è radice della logica. E questo per me è un grande onore. Mi inorgoglisce. Mi dà speranza.

Una sua frase troneggia la parete della mia casa-rifugio mediterranea. La poesia d’amore di Bennis disarma. Spoglia e veste d’immensità. Conosce il domani. Bennis è fondatore della Casa della poesia in Marocco. Ed è protagonista presso l’Unesco della organizzazione della giornata mondiale della poesia. Il 21 marzo.

Non solo Bennis. Anche altri poeti del mondo arabo seguo sempre con maggiore interesse. Ascoltare il mio verso in lingua araba, contiene già un’altra poesia. Pensare che qualcuno pensa in arabo sul mio verso mi illumina. Mi affascina. Figli dello stesso spirito d’unione. Mi da vita. Mi abbraccia il pensiero. Non da meno i sentimenti. Un’anima in comune attraversa il suono di una lingua e della parola. Il pensiero unisce più della materia. Il senso della vita.

Stanno con me i poeti. Il siriano Nizar Qabbani, il palestinese Mahmud Darwish, la poetessa marocchina Dalila Hiaoui, la palestinese Fadwa Tuquan. Ma tutta la poesia di queste terre seguo. Spesso mi trovo tra le mani poetesse inedite che mi sconquassano. Tutte le conservo e le porto con me. Con l’anima che viaggia. E il cuore che ama.

Nella città di Napoli a via Santa Chiara ha aperto la libreria Tamu. È una libreria indipendente con uno sguardo approfondito sul medio oriente e Africa del nord. La frequento. È mio intento presentare lì un libro di prossima uscita proprio a Napoli. Nella città di Fes in Marocco ho ascoltato poetesse riprese per strada, nei giardini e sulle fontane dalla televisione marocchina. L’islam è religione della Conoscenza, e prevede quindi la penna, la scrittura. Il verso. Non una conoscenza impermeabile, ma permeata di assimilazione.

Il Mediterraneo ancora dunque una casa comune dove convivono Erodoto, Omero, la Persia, le conoscenze cinese e indiane, mondo arabo. A Tangeri fuggirono quelli della beat generation. La mia casa. Spesso ho sentito dire da queste parti che la via della Conoscenza porta il bene. E di questa Conoscenza è piena la poesia araba. E questo insieme di culture che mi seduce.

La poesia deve tornare soggetto principale di Conoscenza. Non solo potere e denaro strumento di vita. A Lisbona su un muro lessi Mas poesia, più poesia. Ricordai il tempo della conoscenza greca. Contro il tempo che divora, chronos. La poesia partorisce kairos, il tempo della grazia. Prima che il tempo finisca.

Qui per queste terre vivo di bellezza e di enigma, del tempo e della natura. Come il poeta e filosofo di Fes Tahar Ben Jelloun così magnificamente fa vivere nei suoi versi Terra segnata dal tempo e dalla grazia, dove è bello fermarsi. Tardi scende la notte.

Marrakech ancora è sveglia. Io sono stanco. Penso a domani. Quanto durerà questo domani. Apro il libro della scrittrice marocchina Fatema Mernissi. Leggo qualche pagina. La sua scrittura subito mi si butta addosso. Si aprono nuovi scenari e nuovi orizzonti. La ricchezza naturale e umana del Maghreb. E una nuova vita partorisce altra vita.

La cosa principale è essere commossi, amare e sperare, tremare, vivere. Gridava August Rodin a Parigi. Lascio la stanchezza al domani. A Marrakech il viaggio è il verbo. È smarrimento è perdersi.

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Da Napoli al Marocco, il viaggio mediterraneo di De Luca/2

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la seconda di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.

10 I quaderni di Mogador

Domani parto verso nord. Vado e basta. Prendo il treno da Marrakech per Casablanca e Rabat. Poi per Tangeri.

Mi fermerò ad Assilah. Farò delle soste. Ancora non so dove. Sulle spiagge sicuramente.

Tra rimesse di barche squarciate dalle onde sugli scogli taglienti della costa. Ritornerò tra le poche case di pescatori dove sempre qualcuno ti accoglie e ti cucina sulla spiaggia.

Passerò dove poche case non hanno un cimitero. E i morti stanno fuori casa sotto un mucchio di terra. Senza croce né fiori. Qui la vita la sospesi.

Le strade vanno sempre ripercorse. Lasciammo le ombre. Arriverò a Tangeri non so quando.

Sento che devo ritornare a Tangeri. A Tangeri ho lasciato la poesia. La poesia è catartica. Principio.

Quando vivevo a Lisbona, andavo spesso a Porto in treno. Mi piace moltissimo viaggiare in treno. Il treno mi fa pensare, come anche non mi fa pensare. Egli trasporta il corpo in giro per il mondo. Come una nave.

Sopra una nave si sta di notte a guardare le stelle sul mare infinito. Tangeri è bella. La sua storia è importante. Luogo di rifugio per artisti e non solo.

Vennero quelli della beat generation. Gli impressionisti, i cantanti e i couturier dalla Francia. Anche dall’Italia.

Oggi ci passano tutti della scena artistica mondiale. A Tangeri ci sta anche il Mediterraneo. La città nuova è orribile. Un disastro urbanistico. Una bruttezza che non si spiega. Il porto invece è ben fatto. Tutto il lungomare è fruibile ed è tenuto molto bene, così le spiagge.

Sulle spiagge vado a passeggiare di sera. Di fronte ci sta l’Europa. Per me Tangeri è tutta solo la città vecchia. Quella bianca che si vede arrivando dal mare.

La casbah e la città vecchia sono meravigliose. Fanno pensare al passato. Al fascino della belle epoque. Come nel film di Woody Allen.

La città in un saliscendi di vie, scale, piazze, portoni, slarghi coinvolge, protegge e rapisce. Ma anche disarma. I tetti fruibili guardano il mare e il vento dell’oceano ti viene addosso.

Tangeri è ventosa. Sopra i tetti di Tangeri me ne sto a oziare. A vivere profondamente e sognando altre realtà. A guardare come vivono gli altri.

Scrivo e guardo le navi da lontano passare. Vanno e tornano dal Mediterraneo. Il poeta viaggiatore è straniero in silenzio. Romantico. Nomade. L’idealista che contempla la vita.

Da Tangeri sento voci narranti. Una impetuosa energia mi coinvolge. Una vita misteriosa che guarda verso l’interno. Come in antiche rovine Tangeri è bianca di calce. La calce è il materiale che ancora resiste sulle case delle città di mare. Anche nelle ossa dell’uomo ci sta la calce.

A Tangeri le finestre sono sempre aperte. Di giorno entra il sole, di notte la luna e le stelle. La prima volta a Tangeri arrivai con un libro del poeta greco Ghiannis Ritsos. Aprii le poesie a casaccio. Lessi: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte, perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso, scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.

Allora ho capito che Tangeri mi fa esistere, perché esiste lei. È verso. È materia metafisica. È discorso esistenzialista. Tangeri è filosofia. È pensiero in fuga dal normale. Qui posso sfuggire per un tempo al mondo. Sento la materia di cui è fatta. Nel mondo ci sono luoghi predestinati a dare felicità.

Tangeri mi fa essere felice. Mi fa essere spaesato. Mi invento ogni giorno. Sento gli istanti, sento le eternità. Solo già con un contatto visivo sento l’energia. Ho l’impressione che la gente sia interessata a me.

Ricorda quello che Grenier disse dell’Algeria. Che non apparteneva a nessuno e accoglie tutti. Vivo questi luoghi come leggo un libro importante. E che nel corso della vita si ha il bisogno ogni tanto di rileggerlo.

Tangeri è uno di quei posti che mi rende invisibile. Quindi l’essere trasparente mi fa essere più vivo. E passo dall’anima alla città. E viceversa. La bellezza nella sua interezza mi fa vivere l’essere libero. L’albergo è sempre lo stesso.

Per me gli alberghi o i Riad diventano casa. Il Continental sta proprio davanti al mare. Sul porto. Anche la stanza è sempre la stessa. Ultimo piano, con il letto davanti alla finestra.

Qui ci son passati tutti. Scrittori, attori, registi, musicisti. E sicuramente spie e venditori di armi. L’albergo è patrimonio dello stato marocchino. Dalla mia finestra splende il mare, il porto le barche dei pescatori. Il faro in lontananza.

Al mattino guardo le ancore arrugginite sulla Banchina. Un gomitolo di catene le tengono legate. Le palme sul lungomare di sabbia. Una casa sull’infinito.

Come vorrei amare un’amore e tenerlo alla finestra a guardare quello che solo un amore può vedere. Anche Tangeri è una città per poeti. Il verso è nell’aria. Ci viene addosso.

Al mattino vado alla casba. A piedi tra i vicoli, tra le piazze dei mercati. Tra carrettieri e donne indaffarate. Profumieri e venditori di banane. È tutto un viavai di gente.

Nelle piazze dei mercati arrivano le donne dai monti del Rif. Hanno cappelli particolari e vendono i prodotti della terra e latticini. Lentamente arrivo a Tangeri alta. Nel silenzio delle mura il tempo cambia. Allora mi fermo seduto senza meta. Posso sedere ovunque capiti. Di solito ad un caffè all’aperto.

Guardo il piccolo mondo della kasba che mi gira intorno. Vengono dalla Spagna e dalla Francia. Artisti di ogni genere. Pittori, scultori, scrittori. Disegnatori di gioielli e vestiti. E disobbedienti della terra. Hippy nomadi e avventurieri.

I profumieri sono del Marocco come i sarti e gli incisori. I soliti vecchi al sole, o nei caffè.

A metà giornata le strade si riempiono di bambini all’uscita della scuola. Corrono giocano poi si fermano. Chissà cosa complottano.

A Tangeri mangio molto couscous. Mentre la sera un pesce arrosto. La vita qui è molto economica. Costa tutto poco, basta saper scegliere. E naturalmente sapersi accontentare. Ma io non sono un turista.

Ho la condizione di essere uno straniero di passaggio. Cerco asilo temporaneo. L’altra sera ho conosciuto una comunità palestinese. Sono stato con loro. Abbiamo parlato e poi ci siamo fatto le foto. Gente meravigliosa che lotta per la sopravvivenza.

Se potessi scegliere una nazionalità direi che sono un palestinese. Come per gli anarchici. Nel mondo la colpa è sempre nostra. Costretti sempre a difendersi, dal Dio assalitore. Su Israele penso di tutto e di più. Ho niente più da pensare. Li schifo e basta. Decisione presa molto tempo fa.

Il lungomare di Tangeri è molto lungo. Al crepuscolo donne uomini e bambini camminano con passo sostenuto nel vento. Le onde del mare lambiscono i loro corpi ai bordi dell’oceano. Città uomini e mare si mescolano in una metafisica dimensione. Per poi lasciarsi e al bisogno unirsi ancora. In una regola del caos. L’ordine misterioso e intelligente. L’ordine degli Dei.

Tangeri, tutte le vie scendono a mare. Come il mio pensare. Come l’andare di Ulisse per il ritorno. Pensare è ritornare. Fuggire è ritornare. A Tangeri siamo uomini in fuga. Perennemente. Dove il verbo è in base alla natura e non del tempo, come nella lingua di Omero.

Tangeri è un verbo è il desiderio. Me ne sto tra queste terrazze, in questa Medina tangerina come sempre. A contemplare. Eretico e visionario. Inattuale a questo mondo. Per questo felice. Un eroe alle prese con l’amore e la solitudine. Senza benedizioni, la conoscenza fu pagana.

Mi fido dei sogni. Del mio surrealismo. A Tangeri i sentimenti sono profondi. Può succedere di tutto. Anche di importante. E dare un senso in più alla vita. Dovrò invitare una donna. E dedicargli questa città. Romantica ed aristotelica. In rivolta sempre.Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio.10 I quaderni di MogadorDomani parto verso nord. Vado e basta. Prendo il treno da Marrakech per Casablanca e Rabat. Poi per Tangeri.Mi fermerò ad Assilah. Farò delle soste. Ancora non so dove. Sulle spiagge sicuramente.Tra rimesse di barche squarciate dalle onde sugli scogli taglienti della costa. Ritornerò tra le poche case di pescatori dove sempre qualcuno ti accoglie e ti cucina sulla spiaggia.Passerò dove poche case non hanno un cimitero. E i morti stanno fuori casa sotto un mucchio di terra. Senza croce né fiori. Qui la vita la sospesi.Le strade vanno sempre ripercorse. Lasciammo le ombre. Arriverò a Tangeri non so quando.Sento che devo ritornare a Tangeri. A Tangeri ho lasciato la poesia. La poesia è catartica. Principio.Quando vivevo a Lisbona, andavo spesso a Porto in treno. Mi piace moltissimo viaggiare in treno. Il treno mi fa pensare, come anche non mi fa pensare. Egli trasporta il corpo in giro per il mondo. Come una nave.Sopra una nave si sta di notte a guardare le stelle sul mare infinito. Tangeri è bella. La sua storia è importante. Luogo di rifugio per artisti e non solo.Vennero quelli della beat generation. Gli impressionisti, i cantanti e i couturier dalla Francia. Anche dall’Italia.Oggi ci passano tutti della scena artistica mondiale. A Tangeri ci sta anche il Mediterraneo. La città nuova è orribile. Un disastro urbanistico. Una bruttezza che non si spiega. Il porto invece è ben fatto. Tutto il lungomare è fruibile ed è tenuto molto bene, così le spiagge.Sulle spiagge vado a passeggiare di sera. Di fronte ci sta l’Europa. Per me Tangeri è tutta solo la città vecchia. Quella bianca che si vede arrivando dal mare.La casbah e la città vecchia sono meravigliose. Fanno pensare al passato. Al fascino della belle epoque. Come nel film di Woody Allen.La città in un saliscendi di vie, scale, piazze, portoni, slarghi coinvolge, protegge e rapisce. Ma anche disarma. I tetti fruibili guardano il mare e il vento dell’oceano ti viene addosso.Tangeri è ventosa. Sopra i tetti di Tangeri me ne sto a oziare. A vivere profondamente e sognando altre realtà. A guardare come vivono gli altri.Scrivo e guardo le navi da lontano passare. Vanno e tornano dal Mediterraneo. Il poeta viaggiatore è straniero in silenzio. Romantico. Nomade. L’idealista che contempla la vita.Da Tangeri sento voci narranti. Una impetuosa energia mi coinvolge. Una vita misteriosa che guarda verso l’interno. Come in antiche rovine Tangeri è bianca di calce. La calce è il materiale che ancora resiste sulle case delle città di mare. Anche nelle ossa dell’uomo ci sta la calce.A Tangeri le finestre sono sempre aperte. Di giorno entra il sole, di notte la luna e le stelle. La prima volta a Tangeri arrivai con un libro del poeta greco Ghiannis Ritsos. Aprii le poesie a casaccio. Lessi: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte, perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso, scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo.Allora ho capito che Tangeri mi fa esistere, perché esiste lei. È verso. È materia metafisica. È discorso esistenzialista. Tangeri è filosofia. È pensiero in fuga dal normale. Qui posso sfuggire per un tempo al mondo. Sento la materia di cui è fatta. Nel mondo ci sono luoghi predestinati a dare felicità.Tangeri mi fa essere felice. Mi fa essere spaesato. Mi invento ogni giorno. Sento gli istanti, sento le eternità. Solo già con un contatto visivo sento l’energia. Ho l’impressione che la gente sia interessata a me.Ricorda quello che Grenier disse dell’Algeria. Che non apparteneva a nessuno e accoglie tutti. Vivo questi luoghi come leggo un libro importante. E che nel corso della vita si ha il bisogno ogni tanto di rileggerlo.Tangeri è uno di quei posti che mi rende invisibile. Quindi l’essere trasparente mi fa essere più vivo. E passo dall’anima alla città. E viceversa. La bellezza nella sua interezza mi fa vivere l’essere libero. L’albergo è sempre lo stesso.Per me gli alberghi o i Riad diventano casa. Il Continental sta proprio davanti al mare. Sul porto. Anche la stanza è sempre la stessa. Ultimo piano, con il letto davanti alla finestra.Qui ci son passati tutti. Scrittori, attori, registi, musicisti. E sicuramente spie e venditori di armi. L’albergo è patrimonio dello stato marocchino. Dalla mia finestra splende il mare, il porto le barche dei pescatori. Il faro in lontananza.Al mattino guardo le ancore arrugginite sulla Banchina. Un gomitolo di catene le tengono legate. Le palme sul lungomare di sabbia. Una casa sull’infinito.Come vorrei amare un’amore e tenerlo alla finestra a guardare quello che solo un amore può vedere. Anche Tangeri è una città per poeti. Il verso è nell’aria. Ci viene addosso.Al mattino vado alla casba. A piedi tra i vicoli, tra le piazze dei mercati. Tra carrettieri e donne indaffarate. Profumieri e venditori di banane. È tutto un viavai di gente.Nelle piazze dei mercati arrivano le donne dai monti del Rif. Hanno cappelli particolari e vendono i prodotti della terra e latticini. Lentamente arrivo a Tangeri alta. Nel silenzio delle mura il tempo cambia. Allora mi fermo seduto senza meta. Posso sedere ovunque capiti. Di solito ad un caffè all’aperto.Guardo il piccolo mondo della kasba che mi gira intorno. Vengono dalla Spagna e dalla Francia. Artisti di ogni genere. Pittori, scultori, scrittori. Disegnatori di gioielli e vestiti. E disobbedienti della terra. Hippy nomadi e avventurieri.I profumieri sono del Marocco come i sarti e gli incisori. I soliti vecchi al sole, o nei caffè.A metà giornata le strade si riempiono di bambini all’uscita della scuola. Corrono giocano poi si fermano. Chissà cosa complottano.A Tangeri mangio molto couscous. Mentre la sera un pesce arrosto. La vita qui è molto economica. Costa tutto poco, basta saper scegliere. E naturalmente sapersi accontentare. Ma io non sono un turista.Ho la condizione di essere uno straniero di passaggio. Cerco asilo temporaneo. L’altra sera ho conosciuto una comunità palestinese. Sono stato con loro. Abbiamo parlato e poi ci siamo fatto le foto. Gente meravigliosa che lotta per la sopravvivenza.Se potessi scegliere una nazionalità direi che sono un palestinese. Come per gli anarchici. Nel mondo la colpa è sempre nostra. Costretti sempre a difendersi, dal Dio assalitore. Su Israele penso di tutto e di più. Ho niente più da pensare. Li schifo e basta. Decisione presa molto tempo fa.Il lungomare di Tangeri è molto lungo. Al crepuscolo donne uomini e bambini camminano con passo sostenuto nel vento. Le onde del mare lambiscono i loro corpi ai bordi dell’oceano. Città uomini e mare si mescolano in una metafisica dimensione. Per poi lasciarsi e al bisogno unirsi ancora. In una regola del caos. L’ordine misterioso e intelligente. L’ordine degli Dei.Tangeri, tutte le vie scendono a mare. Come il mio pensare. Come l’andare di Ulisse per il ritorno. Pensare è ritornare. Fuggire è ritornare. A Tangeri siamo uomini in fuga. Perennemente. Dove il verbo è in base alla natura e non del tempo, come nella lingua di Omero.Tangeri è un verbo è il desiderio. Me ne sto tra queste terrazze, in questa Medina tangerina come sempre. A contemplare. Eretico e visionario. Inattuale a questo mondo. Per questo felice. Un eroe alle prese con l’amore e la solitudine. Senza benedizioni, la conoscenza fu pagana.Mi fido dei sogni. Del mio surrealismo. A Tangeri i sentimenti sono profondi. Può succedere di tutto. Anche di importante. E dare un senso in più alla vita. Dovrò invitare una donna. E dedicargli questa città. Romantica ed aristotelica. In rivolta sempre.

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Da Napoli al Marocco, il viaggio mediterraneo di De Luca

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la prima di dieci storie scritte dal poeta mediterraneo Antonio De Luca, di Ponza, raccolte ne “I quaderni di Mogador”.

Sono storie scritte due anni fa come diario di viaggio e quella che pubblichiamo riguarda Napoli.6 I quaderni di MogadorOggi mi ritorna Napoli. Napoli amata e sofferta. Pensata e dimenticata e ancora tornata. La porto dentro. Le origini. Mi appartiene. Poroso come la sua pietra.Napoli destino, come Istanbul per Orhan Pamuk. Gli anni delle conoscenze, della poesia, Virgilio, Orazio, Catullo, Leopardi, Dante, Saffo, i filosofi. Tutta la poesia. Moby Dik e Il vecchio e il mare. Il parto di essere un anarchico.Posillipo mi accolse per cinque lunghi anni e mi diede il sangue. I Padri Barnabiti, gli anni dolci del pensiero, delle scoperte. Gli innamoramenti. La vita dei sensi. La bellezza mediterranea. I sentori degli aranci e del lentisco. La passione agli estremi. Le disfatte macerie di una polis.Quanto di Napoli è ora aria che respiro, è luce sulla strada. È carne e poesia di questo corpo irrequieto. Destino. Pensiero arcano. La bellezza e l’amore. Gli Dei e le isole.Napoli è con me per queste terre liberatrici ovunque. Per questo vagabondare in lidi sconosciuti. Ritornare a Napoli sul pensiero di Hemingway e Melville, Wilde, e i viaggiatori di un tempo.Il Vesuvio, Pompei, il Museo di Archeologia, il porto e le navi che partono, il caffè Gambrinus. E poi Il lago d’Averno, i vecchi quartieri, le antiche trattorie, il vino di Gragnano, gli spaghetti alle vongole mangiati ai bordi del mare.Ripercorrere i loro passi con il loro pensiero e il mio di allora, tra i resti della villa di Publio Vedio Pollione, la scuola di Virgilio. Sentire ancora l’eco dei versi nell’antico teatro. La venerata Pausilypon. Dove crebbi gli anni più felici.Quel demone della memoria che ancora alimenta inquietudine e meraviglia. Sogni e illusioni. Il dubbio e la parola. Nella Neapolis virgiliana mandai via il Dio unico salvatore, che promuove superiorità. Guerra e castigo. Basta con quella puzza di Dio, per dirla alla Carmelo Bene. Assassino del pensiero umano. Quella religione maschera di ogni radice di inciviltà. E anche mi ritorna Ponza.Mentre Essaouira mi fa vivere. L’isola lontana. Gli anni primitivi. La vita essenziale. La materia prima. I nonni la famiglia. La prima vita sulle spiagge e sulle barche. I remi i pesci e tutto quello che è marino. La libertà e il suo prezzo. La luce dei pomeriggi d’inverno. Le prime letture, i primi dolori e le gioie irrefrenabili. L’amore sopra il tutto.Quell’isola è una grande stanza senza pareti dove entra il mondo fuori rotta. E poi chiusi la porta per non perderlo. Oggi sto qui, verso le mura di Mogador vado con altre persone. Mi fermo al solito caffè nella Medina. Penso stupefatto di tanto ricordare. Di tutta questa poesia.Anche la memoria abdica al tempo. Per vivere, qualcuno ha scritto TOUT, TOUT, DE SUITE. Tutto immediatamente. Dunque, quello che cercavo sono, scrisse Odysseas Elytis.

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Questo niente
di cui sono fatto
contiene tutto
non ci sono per nessuno
non posso volere essere per nessuno
sono oltre la notte
e il giorno
sono oltre e basta
sono dell’amore
il pensiero terribile
il tempo immortale

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Solo e pensoso
nell’agreste solitudine
sto a raccogliere idee
a pensare e creare

sono i giorni d’aprile
il piacere di vivere
sulla terra che aro

che curo e godo
con la vanga e le mani
con la semina
e ogni pensiero

col sudore del corpo la guardo
col sangue delle viscere
le parlo
e sento tutto quanto non capisco

così nella sera che affoga
sono libero
dai pesanti dolori dell’ oggi
dagli affanni del tempo

Tra i tralci della vite
ci sta un altare
a lodare le Muse

lucente di marmo
con rose
dal colore dell’avorio

la notte sopra risplende la luna piena

passano le navi all’orizzonte
e sento le berte tornare

Nel tremolio dell’Orsa
gli uccelli annunciano l’arrivo del sole
si posano agili a danzare
agli occhi di Cipride

dal bosco vicino
molte voci
nel fruscio lieve
della brezza

Tutto mi è sacro

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Da dove guardo il mondo

Scoglio o pietra spiaggia
o caverna

rocce sporgenti e scogliere spezzate
frontiere che avanzano ed emigrano

isole come madri
con gli uomini addosso

sopra di loro sono nati gli dei

in mezzo al mare
in mezzo al niente

Isole erose dall’essere sole Mito
di voi niente è stato un mai qualunque

sopra le isole la luna e le maree
mi contano i giorni e gli anni

il sole le stagioni
tra la quiete della penombra vive l’amore

così i muri scalcinati
e la ruggine dei chiodi ai quadri appesi

e lo stridio delle porte tra le pareti
contano degli uomini i passi

Tra i cortili imbiancati e nei giardini
di gelsi e di uva e fichi e melograni

arriva il fuggiasco inatteso
Sopra le isole naufragano gli angeli

E ogni libro è un naufrago tra le stanze vuote
tra la polvere della terra e il sale della brezza

i libri rivelano le distanze e gli abbandoni
contengono il viaggio e l’attesa

E così le onde ritornano
e i luoghi lontani di un punto qualunque della terra

le isole sono delle streghe e delle muse e dei veggenti
degli eroi omerici e dei poeti

c’è in loro una vita segreta
il posto sovversivo la frattura del tempo

Sopra le isole si parla con i muri
e il vento li attraversa

una terra per i miei pensieri di minerali
di terra e di astri di acqua e di vino

una scogliera liscia da secoli di tempesta
è una casa

dove la vita è senza un appuntamento
l’ inizio infinito per i devoti della terra.

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Abitare la solitudine

Abito molto tempo
della vita
a pochi metri dagli scogli

la casa arcana
di storie
e versi stranieri
amori inscindibili

una cella modesta
davanti il vasto mare

le onde mi consumano
la pelle come la roccia
gli occhi dalla luce salata

il pensiero dall’ossessione del mare
dal vento da sud
pensare oltre la realtà

la vita mentale qui è di notte
le parole fanno l`amore tra di loro
il giorno la terra
la lavoro con le braccia

dell’umano stamattina
sto con Aristotele.

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