Le mie pubblicazioni

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Troia è un’isola

Troia è un’isola

non capisco il contrasto dei venti
ma rotola l’onda di qua
e di là e noi nel mezzo
trascinati con la nave nera
da gran tempesta a soffrire forte.
l’acqua in sentina ricopre la scassa
e la vela è già tutta bucata 1

isola
che dal Chaos
il tempo
ti rese immortale

ora voragine
onda di terra 2
che tutto divora

passato e futuro

quiete che inganna

dove gli dei
hanno lasciato i loro altari
cosa rimarrà

smarrimento

gravi tempeste

porte spalancate

tutto è silenzio
tutto è abbandono
tutto è presagio di fine imminente 3

triste spettacolo
che ogni cosa sovrasta
non lascerai traccia

quale Pizia
predisse questo destino

cogli
il necessario vento
per la prua
fuori dalle onde
nel mare che ti fa schiava

che possa mutare
il tuo infero

oh la sorte padrona di tutto!!! 4

1 Alceo
2 Eschilo
3 Catullo
4 Demostene

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Il mio intervento a TG3 Persone

TG3 persone del 23 novembre 2019

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Mito

Mito

in principio fu il verso
la voce era il verso

poi venne il pensiero
il pensiero fu raccoglitore

Il pensiero si fece mito

il mito che tutto precede
ogni verità

inizio e fine
terra e cielo

l’essere e il suo divenire
mito che tutto crea

che figura il bello
la vita ulteriore

Mito corteggiatore di morte
fonte di ogni rinascita

l’attesa e la nostalgia
perché tutto deve ritornare

è il ritorno che dà l’eternità.

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Utopia necessaria

di Stefano Cangemi

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Agorà

Regia e musica di Mariano Picicco voce di Gino Usai testo Antonio De Luca

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Perché

Perché

oggi son tornato
all’isola dove vissi
ho voluto essere povero

son tornato in silenzio
alla solitudine
al suo significato finale
all’invisibile

son venuto a rimescolare
le zolle con le zolle
il profumo della terra

la memoria con la memoria
a seminare
a pensare diversamente

fuori non ci sta che l’inferno 1

vivo questo luogo
di silenzio
sacro ed arcaico

qualche stanza
un fuoco

fotografie sbiadite sui muri
i gechi immobili sull’arido intonaco

l’essenza ancestrale
la necessità dell’Utopia

la conobbi
come un’iniziazione
Da bambino
volevo essere invisibile

scavavo nella terra
a nascondere i segreti
nel posto più sicuro del mondo

ora
la sera aspetto ancora
gli uccelli di passo

il susseguirsi delle stagioni

il loro ritorno

di qui passò la nave Argo
Giasone Medea e gli altri

io non c’ero ma li sento

leggo i greci
con le cicale
e il vento
che muove le foglie del fico

fa volare il falco

di notte
qualcuno mi veglia

è il vastissimo silenzio
dove la memoria risiede

allora scrivo versi
pensieri a me stesso
siamo soli io e le parole

qui non ci sono uomini
non ci sono case
non c’è un paese

ma solo distanze
e rotte da capire

di ogni luogo
e ogni era
ne ho fatto un porto

una previsione
il fato

qui il tempo
sta alla fine del mondo

e ogni cosa resta un miracolo

l’inverno
mare e poi mare
vento e solo vento

le burrasche da sud
mischiano onde e cielo

il mondo vuole finire
la terra precipita

e sento battere le campane

dalle scogliere tutto il giorno
una foschia salina
si poggia su ogni cosa
e ci rende salati

il sale conserva le cose

è salata l’aria che respiro

i panni si asciugano
come bandiere al vento
a volte il vento fa miracoli

come quello che riportò
Ulisse a Itaca

io non ho bandiere
non ho messo confini
non ho vangeli né salmi
e dal tempio
ho cacciato i mercanti

ho il vento in faccia
la vita è primitiva
la parola è primitiva

insubordinata
per resistere

è importante resistere
perché fuori è un inferno

intorno casa
è un cimitero di cani
li chiamo anche dopo la morte

la vita di tutti i giorni
qui sta nelle azioni
di chi scrive versi

nella fatica
nella cura della terra
nella cura di una barca
di un naufragio mai finito

la vita l’ho scavata nella pietra
libero
tra isole e città di mare

gli altri di me
li porto addosso
a vivere di me stesso

a confonderci

a volte impreco malamente
qualche dio

sulle assenze
e le promesse sospese

lavoro con le mani
che la terra consuma

e mi consuma Eros
mi consuma il tempo indefinito
mi consuma il vuoto

mi consumano le illusioni

qui non rimane che amare

conta l’amore che hai dato 2

poi tornano le tenebre
ogni giorno

mentre fuori
resta tutto un inferno

1 da Italo Calvino
2 da Alfred de Vigny

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Lettera alla madre

Metto la pece
al fasciame

procuro buoni remi
e una robusta vela

e quando posso
mi trascino
a forti bracciate

seguo le stelle
con lo sguardo primitivo
a incontrare
ogni impossibile

le sacre stelle
della volta celeste

così
ritrovo la nostra isola

resti colati a picco
negli abissi del mare
di un antico vulcano
che ancora ribolle
sopra il fuoco della terra

una mezzaluna di lava
fragile a frantumarsi

una terra primigenia
dove per sempre
mi portasti nel grembo

e poi per spiagge
a scavare pozzi d’acqua
e raccogliere conchiglie rosse

una terra
dove venni a nascondere
l’amore

su una terra dove
sono nati gl Dei
non si affretta il piacere

e intorno tutto sul mare
è un ribollio di luce
e barche sparse
intente alla pesca

questo mare
dove si estendono le lontananze

la vita invisibile
che fa vivere
fa partire e ritornare

la casa fu
tagliata
di pietra vulcanica

ed è oltre ogni agire
oltre la soglia del pensiero

oltre il silenzio
che dirupa
nella disperazione
dell’impotenza umana

della mancanza inesorabile

sulle carte nautiche
trovai solo
la presenza
del tempo

unica rotta fu
la memoria

le voci che mancano
e il vuoto
che riempiono
i miei naufragi

per scrivere versi
all’altrove

per amare sempre di più

Tra linee d’ombre
di rocce primigenie

illusioni
che nascosi

sono ritornato

per essere abbracciato
con tutte le forze
da chi

da qualcuno che mi attende
nella ormai casa vuota
di larghe stanze sulla spiaggia

dove la luce domina
e il vento che entra dagli Infissi
ora solo le riempie

non è la morte che separa
Madre cosa non ho dimenticato

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Quello che mi è concesso

da Marsiglia a Lisbona
verso Buenos Aires
poi Napoli e Tangeri
Algeri e Beirut
e Atene e ancora Istanbul
e la città di Argo

tra rivelazioni insperate
attese e smarrimenti
cadute e passioni

sta il mio viaggiare infinito
segreto di un mare complice
lungo le sponde scoperte

che la ragione rapisce
e il cuore prende
la follia

sui moli umidi della sera
tra le cime dei navigli
sotto i vulcani in fuoco

il presagio della lontananza
e del distacco
a un altrove ignoto

resistere col silenzio
da lontano nascosto
appartato tra l’ozio e un vino

in tasca porto Keats
e la storia di Nessuno
un taccuino e un orologio
ho solchi di utopie e visioni
di semina e raccolti

e tutto quanto resta
di versi asciugati
dal sudore antico salino

misteri, non tutto
mi è concesso
scrivere e capire

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Fernando Coloane Marques de Sá-Carneiro

Dal tetto del suo rifugio
dove stanno ancora gli Dei
e le illusioni immortali
e dove l’ordine è rotto

i suoi pensieri stanno
severi e inquieti

una casa isolata
sopra una scogliera
con i cani d’inverno
guarda sul mare
i leviatani passare

e le nuvole nere di tuoni
che si contendono il cielo
sopra di lui

non gli sono indifferenti
gli uccelli di passo
la luna intravista
le voci degli imprevisti
la luce del faro
fin dove trascina gli umani

scruta le stelle
e le lontananze
i lampi e la pioggia
il mare che si alza
in frangenti
e cambia le cose
ovunque si abbatte

è un uomo libero
non compete
crede nel sudore della terra

scrive versi sui muri
scrive come vive
beve l’indomabile vino
e uccide per vivere

nulla sta alla ragione
nel desiderio di tempesta
il suo voler essere niente

esiste solo l’origine
il viaggio
il rimescolamento del Caos
e dove Eros dà il principio

E quando vorrai
perché ti senti persa
hai camminato tanto
lui sta li

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Algeri

mi nascondo
tra polverosi antiquari
e vecchie botteghe
di una vita alla rinfusa

non sono mai stato bravo
a stare a lungo
in un posto

strade e spiagge
gole e sentieri
della dimenticanza

tra divinità
per i vicoli a calce
del Mediterraneo

segni del passato
nel silenzio delle case
delle pietre

trascinatrici ed essenziali
crudeli e necessarie

dai sottocoperta
dei bastimenti
salgo sul ponte
a cartografare abissi
ad avvistare isole e porti

mi nascondo
tra le onde del mare
nel lavoro della terra

santuari di riti
per fuggiaschi
rivoluzionari permanenti

attracchi di fortuna
dove l’amore
è ancora un Dio

vivo nella solitudine
dei luoghi di chi
sempre parte
e sta nell’attesa
del ritorno di qualcuno

vivo
nei racconti di avventure
nella gloria del Mito
tra le pietre di altri tempi
per incrociare
le lontananze della memoria

sto come chi mi ascolta
tra un milione di anni
un tempo geologico

un pensiero mi domina
in un universo drammatico:
l’uomo è nomade

la mia caverna
un labirinto
di appartenenza
un mondo
scoperchiato
dove anche gli Dei
sono emigrati

vivo per la poesia
ho conosciuto Ismaele
vengo da Algeri
a Tangeri mi son fermato
porto la Palestina nel cuore

il mio destino:
il caso mi è necessario
scruto la parola

primitiva e severa

il suo gesto
antico e pulito

così sono vivo

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