Le mie pubblicazioni

Ho una sola patria, il Mediterraneo che scrivo.
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Quando la poesia è canto – di Antonio De Luca e Andrea Simi

La prima volta che ho incontrato la poesia di Andrea Simi e di Antonio De Luca è stato alla presentazione a Napoli, presso la Fondazione del Mediterraneo, del libro, scritto a quattro mani, Adespota. Ho ascoltato la lettura di poesie particolari, straordinarie per suono e per immagini, sensazioni ed emozioni, che attraverso quei suoni si percepivano e, devo dire, che è stato amore al primo incontro per una poesia mi è subito entrata dentro, forse anche perché, venendo da studi classici, ho sempre avuto per il mondo antico un particolare amore. Qualche anno dopo ho rincontrato i nostri due poeti a Ponza, nell’isola di Circe, tanto presente nei versi di De Luca, che lì vive una buona parte dell’anno, che lì aveva la casa del nonno da bambino, pur essendo lui nato a Napoli. Ma, in quel luogo viveva “il seno materno salato” della madre, in attesa sul balcone del ritorno del padre capitano. E non posso fare a meno di ricordare le parole di Andrea Simi, che sempre a Ponza, una sera, confidava la sua emozione ogni volta in cui ritornava nell’isola e ne avvistava la sagoma a distanza. In questo lungo periodo di ritiro, dovuto all’epidemia che ci ha fatto stare con il fiato sospeso, ho riletto di Simi Sui sentieri pescosi, che ripercorre i possibili itinerari mediterranei di Ulisse e che traduce in modo eccellente le parti marine dell’Odissea; ho riletto Adespota, dal titolo indovinatissimo per una poesia tanto libera, una poesia-racconto, che, quasi senza punteggiatura, ci narra il mondo antico, cui già accennavo prima, ci narra il mare, il Mediterraneo in particolare, il viaggio di Odisseo e dell’uomo, l’inquietudine e la forza del poeta.
Le poesie di Adespota non recano di volta in volta i nomi dei due poeti, rintracciabili solo in un indice finale, ma, in realtà, ogni poesia è come se appartenesse ad entrambi e perfino nel libro successivo Navigare la rotta, scritto dal solo De Luca, in coda al testo, Antonio dice all’amico poeta “Questo libro appartiene anche a te”; sì, perché di fatto i due poeti, di cui voglio celebrare la poesia, hanno una visione comune, quella del mondo della grecità, che De Luca confessa di aver studiato proprio dietro sollecitazione di Simi; e la grecità, si badi bene, non è un tempo ben circoscritto, un tempo finito, morto, come spesso stupidamente si dice; la grecità è un modo di sentire, di essere, che appartiene a tutto il Mediterraneo, nel quale fu diffusa dall’ellenismo, perché a volte la storia aiuta a costruire unità e sintesi inimmaginabili. La grecità è un universo di sentimenti, primo fra tutti quello della bellezza, della ricerca di un’armonia perduta, più che mai urgente nel disarmonico momento attuale; è il luogo-non luogo dell’uomo con tutta la sua umanità, prima ancora che a Roma si parlasse di humanitas.
I mondi poetici di De Luca e di Simi, dunque, vivono in sintonia e in consentaneità per quanto detto ma anche perché il vero protagonista è per entrambi il mare. Nipote e figlio di lupi di mare Antonio De Luca, peraltro insaziabile e inquieto viaggiatore; amante del mare, che attraversa navigando appena può, Simi. Entrambi, dunque, hanno il mare nelle vene, il mare che, se vissuto in maniera totale e non come magari facciamo noi in estate da villeggianti, oltre a creare il senso dell’esplorazione, della scoperta, della meraviglia, fa di un uomo un nomade dentro, dilata i confini di ogni luogo, anzi elimina spesso i limiti di spazio e tempo, e, più di ogni altra cosa, fa avvertire il nulla e il tutto, l’essere Nessuno e il senso della storia e propria divinità oltre la storia.
Leggere queste poesie, come leggere quelle contenute in Navigare la rotta, che è poi la continuazione ideale di Adespota, ci riporta, anzi ci racconta in versi, facendoci entrare fin nelle sue pieghe più intime, la fascinosa storia del Mediterraneo, restituendoci il senso di quello che è sempre stato, ponte tra Occidente e Oriente, miraggio e sogno per un uomo, che è migrante sempre, per un Ulisse che sogna il ritorno a Itaca; e Itaca, più volte citata, come del resto anche Ulisse, in cui tutti ci riconosciamo, è la fonte, la radice, il “seno salato” della madre, che attende, è il padre che torna.
Due poeti, che con una poesia che si è nutrita essenzialmente di ritmo greco, ci restituiscono il mondo a cui apparteniamo, anche se abbiamo perso il senso di questa appartenenza; un mondo, che ci appartiene tutto intero, che ci parla di quanto abbiamo perso e che dobbiamo assolutamente ritrovare, insieme al piacere di guardare i nostri “ulivi secolari dal tronco contorto e con il sangue nelle radici”, di camminare in una vigna, di gustare mediterraneamente un calice di vino, che per la vicinanza al mare, ha uno straordinario retrogusto salino; insieme al recupero di un eros appassionato, che si rivela in ogni atto, in ogni sentire, perfino nella scrittura forte, essenziale, “senza smorfie letterarie”, come dice Predrag Matvejevic, nella Prefazione ad Adespota, ma melodiosa, aggiungo io. La poesia nasce nel mondo greco primitivo come canto, poi ha perso la parte musicale e ha cercato, in tutta la nostra tradizione letteraria, di incorporarla nel verso e nella parola; cosa che la poesia di De Luca e di Simi, a me sembra, riesce a fare in maniera del tutto naturale, nutrita com’è da voraci e ardenti letture poetiche; e, dunque, la musica è nel corpo di ogni parola, di ogni verso, delle tante espressioni allitteranti, nelle tante reminiscenze poetiche; una melodia, un ritmo che esprimono veramente nel modo più efficace le immagini di un mondo mitico, che non appartiene al passato o non solo al passato, ma che è rivelatore di quella verità che è dentro ognuno di noi, prima e oltre la ragione, come asseriva Vico, e che non sempre trova le parole e le immagini per emergere.
Ma, in questo breve excursus poetico non può mancare uno sguardo a Le stanze d’inverno, ultima fatica poetica di De Luca, in cui passato e presente si confondono, dipanando ricordi e immagini, dalla madre, che piange suo padre al padre del poeta, che “nel suo delirio” oggi chiama il figlio e nella sua solitaria vecchiaia chiede di essere liberato dalle “pietre intorno”; immagini, in cui la giovinezza e il dolore si intrecciano a cantare la vita, nella sua pagana sacralità, nella sua inesausta regione dell’essere: la regione della memoria, luogo fertile e privilegiato, che non conosce confini e che dalla “casa sopra le onde”, “l’amore venuto dal mare” di una fanciullezza mai dimenticata viaggia “nella luce / dei pomeriggi d’inverno”, folgorati da “il vecchio e il mare”. E allora, la stagione trascorsa diviene lo specchio, in cui ritrovare “il tempo dell’origine”, quello in cui, maestoso, regnava ancora il Caos, la divina follia, la poesia che “può salvare”. E, dunque, il “ritorno alla casa” è il ritorno ad Itaca, dove ciclicamente l’inizio incontra la fine e poi un nuovo inizio; e il canto del mare e del vento “che penetra / e fa perdere” si scioglie all’infinito.
Del resto, a questo servono i poeti: a restituirci la parte migliore di noi, la bellezza, la passione e le emozioni, che ci rendono vivi e veri e non falsi e virtuali.

Maria Gargotta

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I giorni

La solitudine mi sta attaccata addosso
come le squame dei pesci
lasciate sul marmo
in cucina la sera

come il catrame
delle cime al vento
di carcasse di vapori
nei porti dove scesi

così la polvere salina
sui libri e quaderni
lasciati aperti
negli spazi dove passo

e le mani
che mi fecero stare in piedi

non posso fare a meno
che la memoria si lasci
attraversare da questo sentimento

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Bonatti e De Luca, l’incontro tra il grande scalatore e lo scrittore ponzese

Le mani di Walter Bonatti

Alcuni giorni fa leggevo una poesia di Ghiorgos Seferis, uomo e poeta di costante riferimento. Il libro mi fu regalato dallo stesso editore e traduttore Nicola Crocetti durante una mia visita a Milano. Poesie, uscito nel 2017: a pagina 90 si trova Descrizione.

Così alcuni versi:

Lei ha gli occhi velati, si accosta a quella mano scolpita
la mano che ha tenuto la barra del timone
la mano che ha tenuto la penna
la mano che si è distesa al vento
tutto minaccia il suo silenzio

Questa piccola storia la porto dentro da quando ho incontrato e conosciuto Walter Bonatti, circa un 15 anni fa, qui a Ponza. La storia però nasce nel 1965, l’anno della scalata del Cervino.

Erano gli anni ‘60 e a casa mia, a Ponza, arrivò un televisore, un enorme scatolone Telefunken. Avevo circa dieci anni e tutte le sere era obbligatorio guardare il telegiornale delle ore 20.00. Tutti, anche i nonni, intorno al tavolo con sotto il braciere. In religioso silenzio bisognava ascoltare le notizie dall’Italia e dal mondo. Ricordo che non avevo grande interesse ad ascoltare tutte quelle notizie.

Noi ragazzi di allora avevamo ben altro a cui pensare in un’isola selvaggia come Ponza. Le strade dell’isola e il mare intorno offrivano un palcoscenico dove vivere una libertà totale. A casa si ritornava col buio dei vespri e per questo quasi sempre ricevevamo botte e castighi.

Ma una sera venni catturato da una notizia, vedendo alcune sfocate immagini. Un’immediata e immensa curiosità mi prese totalmente. Un uomo, solo, aggrappato a una grandissima montagna, doveva raggiungerne la vetta, tra ghiaccio, vento, tempeste. Ogni sera il telegiornale dava notizie sulla posizione e il cammino di questo scalatore. Era sempre un puntino scuro che si faceva fatica a identificare, sullo schermo bianco e nero. Ma tutte le sere io stavo lì ad aspettare nuove notizie su quest’uomo.  E col passare dei giorni questa storia diventava il mio principale interesse quotidiano.

Ricordo che in classe ne parlavo con i compagni di scuola e persino al maestro. Al mattino raccontavo al compagno di banco l’andamento del cammino dello scalatore solo. La storia iniziava a entrarmi dentro e, con una certa apprensione, ogni sera aspettavo il collegamento per vedere e sapere. Tanto che prima di addormentarmi mia madre mi diceva “visto che ti interessa tanto allora fai una preghiera per lui affinché raggiunga la vetta, e poi applicati a imparare le poesie così come stai seguendo questa storia”. Era diventata la fonte di una quotidiana preoccupazione, ma soprattutto di grande interesse. Ma allora non pensavo al motivo di questo avvenimento, alla ragione per cui quest’uomo tutto da solo, in mezzo ai pericoli e alle fatiche, facesse tutto ciò, mettendo a rischio la sua vita, per arrivare sulla vetta di una montagna. Così iniziai a conoscere e seguire meglio questo scalatore solitario, il cui nome era Walter Bonatti, e da allora è rimasto per sempre nel mio immaginario, tra i miei interessi.

In seguito avrei seguito ogni sua impresa e avventura. L’alpinista, il viaggiatore, il fotografo e infine lo scrittore. Le sue avventure per il mondo mi portavano con lui. Lo accostavano ai racconti-favole dei miei nonni e di mio padre, che mi venivano raccontati da bambino per acquietarmi e farmi addormentare la sera. Loro, navigatori per i mari del mondo. Seguivo Bonatti sui settimanali e leggevo i suoi libri. A volte imitavo il suo modo di scrivere: ricordo che al Liceo fui ripreso dal professore di Letteratura varie volte, perché nei temi usavo un linguaggio giornalistico e descrittivo, con uno spiccato modernismo. I Barnabiti richiedevano ben altro linguaggio da un loro studente.

Uno dei suoi libri lo tengo esposto nella mia casa-rifugio del Fieno nell’isola di Ponza, come fosse una reliquia o un quadro. Ogni tanto lo apro e rileggo qualche frase e penso alle sue grandi imprese, ai suoi viaggi intorno al mondo. Nei lontani luoghi inesplorati dove ancora possiamo parlare di primitivismo antropologico e culturale.

Circa quindici anni fa ho invitato l’amico Stefano Vicario, regista di cinema e di televisione, figlio del regista Marco Vicario e dell’attrice Rossana Podestà, ad una merenda simposiale nella casa-rifugio. Stefano entrando mi chiese il perché di quel libro in quel posto. Quindi gli ho raccontato la storia e lui ha detto “bene, ti porterò in questo luogo Walter Bonatti”.

Rimasi interdetto: non capivo se si trattasse di uno scherzo o di una promessa. Stefano allora mi raccontò che Bonatti da anni era il compagno della madre e che questa sarebbe stata per lui una missione. Dopo circa un mese, in una mattina d’agosto, mentre ero indaffarato a lavoro, mi sento chiamare da una voce che non riconosco. Mi giro e vedo a pochi metri da me l’uomo del Cervino, a cui da bambino la sera dedicavo una preghiera. Il grande Walter Bonatti mi stava davanti.

Non ricordo bene quale furono le prime emozioni. Ricordo bene che ci stringemmo a lungo la mano, appoggiando l’altra mano sulle nostre spalle. Gli raccontai quello che pensavo di lui e cosa fosse stato lui per me da piccolo. Bonatti ascoltava sorridendo, interessato, e continuava a tenere la sua mano sulla mia spalla, come se ricambiasse la mia gratitudine e le mie emozioni.

Quelle mani, reliquie, che avevano scalato, tra mille sofferenze e pericoli le più alte vette del mondo, quelle braccia, che avevano abbracciato popoli sconosciuti e strette terre e acque di tutto il mondo. Così io, mentre parlavamo, gli prendevo la mano: era per me un gesto naturale, come se fossi spinto da una forza dentro di me. Una forza che non apparteneva alla ragione. Durante questo nostro incontro, involontariamente, il mio sguardo si è rivolto a quelle mani: allora tutto un mondo si è aperto. Improvvisamente, ho ricordato tutto di lui, le sue imprese, le scalate e i pericoli vissuti, i grandi viaggi da solo intorno alla terra. Non toglievo lo sguardo dalle sue mani e lui se ne accorse. Allora mi prese per il braccio e mi chiese quando lo avrei portato nel mio rifugio, già sapendo dove bisognava andare.

La mattina dopo, quasi all’alba, insieme a Stefano, con la piccola Lusitana -la mia barca di allora- uscimmo dal porto e ci recammo al Fieno. Ricordo che aveva una macchina fotografica a pellicola. Rimase stupefatto dal passaggio attraverso i due faraglioni della Madonna. Gli parlai un po’ della geologia e della storia dell’isola. Gli dissi che scrivevo poesie e lui pretese che gliene leggessi qualcuna. Arrivati allo scoglio di attracco, corse a prua e con quelle mani, legò la barca allo scoglio.

Vidi questa scena, e pensai a quelle mani sul K2, sulle vette del mondo, tra ghiacciai, foreste e luoghi inesplorati, ora che stavano legando con una grazia da ballerino del Bolshoi, la mia piccola barchetta. Sentii dentro di me un’arcaica poesia.

Ebbene per tutto il tempo che trascorsi con Walter Bonatti -una mezza giornata- il mio sguardo era sempre rivolto a quelle sue mani, alle sue braccia, a quel viso incontrato per caso in una televisione in bianco e nero. Mani michelangiolesche, come se fossero state scolpite nella roccia. Mani grandi, curate dalla vita, ossute e dita lunghe e larghe, con muscoli fuori dal normale. Dita muscolose. La pelle liscia e scura, con dentro le cicatrici delle gioie, della fatica e del dolore. Quelle mani sono tra le cose più belle che io abbia stretto. Quelle mani che avevano toccato rocce delle montagne più alte al mondo, che avevano sofferto l’impervia natura del racconto umano.

Poi lui prese il suo libro e mi scrisse una dedica da me letta solo molto tempo dopo. Avevo paura di leggere parole scritte da quelle mani. Ricordo che bevemmo Utopia e mangiamo gallette, il pane dei marinai, con pomodori e alici. Aprimmo una scatola di sardine sott’olio del Portogallo: mentre parlava dello stretto di Magellano, accennava al mondo himalayano.

Trovandomi una mattina con l’amico navigatore Cesare Tornielli a parlare di questa storia. Cesare mi raccontò che lui da bambino aveva conosciuto a Cortina, Lino Lacedelli, compagno di cordata di Bonatti, della famosa scalata al K2. Aveva notato anche lui le mani di Lacedelli ed erano simili a quello che io raccontavo di Bonatti. Parlando di quella scalata, Lacedelli, sminuendo se stesso con grande umiltà e modestia, virtù di pochi grandi uomini, disse che tutto era avvenuto grazie a Bonatti. Walter Bonatti era stato l’artefice principale dell’impresa del K2.

Grazie Walter Bonatti che quel giorno hai reso la mia vita più bella. Grazie per tutto quello che mi hai fatto conoscere, per le emozioni che mi hai fatto provare. La costruzione di una coscienza a tutela della natura e la terra. Il religioso rispetto per la fatica dell’uomo. L’amore per la solitudine, per l’avventura, il rischio, il viaggio. L’amore per i popoli, le differenti culture. La presa di coscienza che sulla terra esiste un solo popolo, una sola razza, un solo Dio, e che questa terra va amata e protetta, perché è l’unica che abbiamo.

Sicuramente i tuoi ricordi, le tue imprese, lo spirito del viaggiatore estremo, sono stati per me la dolce compagnia e la guida, in questi anni vissuti a vagabondare per il Mediterraneo. Le tue montagne sono state la tua scuola; la tua scuola mi ha insegnato a stare da solo per saper stare con gli altri. Intorno ai 30 anni, un amico di allora, Pietro Liberati, guida alpina, anche lui scalatore solitario, mi legò ad una corda e mi fece salire in cima al monte Rosetta, tra le Pale di San Martino. Naturalmente fu un gioco, ma per me, piccolo uomo di mare e di porti, fu un’indelebile avventura, rimasta pietra miliare nel percorso di una vita fatta di viaggi e avventure.

In Cile vidi da lontano le Ande e immaginai Walter Bonatti lì su quelle rocce, come sempre da solo, in una minuscola tenda, con la sua sola poesia, il suo essere solitario e assorto in chissà quali pensieri. Ogni qualvolta mi son trovato in un luogo fuori dalle rotte dell’ovvio, ho pensato alle sue imprese. Dalle scogliere alte del Cile, alla Pampas argentina, al deserto del Sahara. Perché è grazie soprattutto a te, caro Walter, se in quelle sere d’inverno, quando ti vedevo un puntino sbiadito in un televisore, mentre fuori l’isola nera era avvolta in tempeste di vento e di mare, e la nave non arrivava, e tutta la casa tremava, sentii nascere in me quel piccolo spirito di sfida e coraggio per l’avventura. Una vita in cui lo scorrere dell’esistenza umana l’ho vissuto tra luoghi solitari, rifugi, bivacchi, dove ho incontrato la bellezza dell’uomo nel suo vivere quotidiano, nel vivere le cose semplici, povere e importanti. È lì che risiede ancora l’alta dignità dell’uomo, l’essenza della vita, dove l’amore è sempre il tutto.

Nel DNA dell’uomo dicono ci sia il due per cento dei nativi americani, cresciuti nelle steppe russe, prima che emigrassero. Nel mio DNA, mio padre e mia madre ci hanno messo la meraviglia per il mondo e la sua poesia, la voglia di avventura e di conoscenza, di stupirmi sempre, del socialismo edificante. Tu, come i grandi della poesia e della filosofia, caro Walter, ci hai messo lo spirito del pericolo, del non-dovuto, la consapevolezza dell’essere solo, del rispetto per la sfida di esistere, l’inviolabile spirito dell’essenza e del sogno. Il fuoco della memoria come nella poesia greca. Un amore per i luoghi più lontani della terra, per i popoli liberi e solitari, che siano Berberi, Tuareg, Sami, Inuit, nativi delle Americhe, dell’Alaska, della Terra del Fuoco, o gli ultimi indigeni della terra. Sta lì il mio posto nel mondo, la mia poesia, la voglia di innamorarmi.

Quella letteratura, che fa vivere nell’oltre, di rimbaudiana memoria. Le tue storie ai confini dell’umano, le tue mani stanno sempre lì, al rifugio sulla scogliera, in quel polveroso scaffale, all’ultimo mio campo base -come lo chiamasti- ancora a presenziare storie, scalate, nuovi incontri e avventure. Hai lasciato nelle piccole stanze che mi accolgono il sorriso e la quiete di chi conosce la grande virtù e la grazia di viverla. Con te, sullo scaffale in cucina risiede un altro grande saggio, il cileno Francisco Coloane, lo scrittore, il baleniere, l’allevatore, il marinaio, l’esploratore, il naufrago, colui che per vivere ha fatto tutto: vi fate compagnia, anzi ci facciamo compagnia. Dicesti che lo avevi conosciuto nel viaggio in Patagonia.

Voi due che ancora e sempre abitate in ogni angolo della terra, insieme a tutti gli uomini della terra, senza distinzione di colore, di cultura, di denari e religioni: voi appartenete al Mito. Ed è nel Mito che si incontrano gli Dei, quegli Dei che non vanno più via.

Dobbiamo sognare per salvarci -mi dicesti nel salutarci- mentre le nostre mani si stringevano forte.

Le mie piccole e fragili mani tra le tue grandi mani, fatte di carne e di sangue. Le tue mani come quelle di mio padre e mia madre, dei nonni, che mi insegnarono a camminare, a sorreggere e ad aggrapparmi, quando le tempeste infuriano.

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Il paradiso è qui

Il vento d’inverno
tormenta gli scogli
le alghe e lo straquo
la vigna e ogni arnese

spazza la terra arata
consuma le coste
tremano le pietre
e i vetri delle finestre
il fuoco
sulla legna salata

sconquassa
il mio vivere quotidiano
e un’esistenza agra

soffia sempre forte
dal lontano sud
dalle terre d’Africa

dal mezzogiorno della terra
porta la sabbia delle dune
il tormento dei popoli
il tumulto delle strade

la pioggia la notte
violenta sui muri
sembra che mi cada addosso

nell’ozio dei sogni
mi rassicura

piega gli arbusti
cadono
le cime degli alberi
porta via i sarmenti
cade l’intonaco dai muri

un vento che denuda
e mi fa ostaggio
mi fa forestiero
come il fato che mi scelse

l’erba è arsa dal sale
che il vento
porta dalle onde strisciate di bianco

soffrono gli uccelli
di solitudine
così il mio zaino di cuoio
con dentro
il rhum il binocolo

e gli ultimi appunti
la Terra del Fuoco
pagine ingiallite e consunte
di segni e di colori
che ho letto per tutta la vita

gli animali da pascolo stanno nelle spelonche
li sento belare
e il gallo cantare incessante

il geco la sera
è di fianco sul muro
al mio letto

alla luce della candela
mi guarda
e sembra che pensi
qualcosa ha da dirmi

solo i gabbiani
a metà giornata
simili a condor andini
salgono le vette del cielo

sembra che il vento sia eterno
che la terra di nuovo
stia per nascere
dallo sconquasso celeste

è questa una terra
alba dei tempi
magma silenzioso
che strega
che muta e trascina

Nave perenne

la sua luce è di un faro
sopra una roccia dura inaccessibile
fuoco puntato
nelle solitudini del Mediterraneo

dove conobbi i greci
le radici e il destino

e che la vita
non è solo dei vivi

mio padre
mi diede la sua storia
i viaggi e le rotte
le navi e i naufragi
le scarpe e i vestiti
la vita sopra una nave

mia madre il latte
la terra che succhiavo
di mosto e di vigna
di mare e di rena
di parole assolute

così
non fui solo
sopra
queste terre d’isola

isola come la fuga
quella Grecia che m’accora

Johana
dice che il paradiso
è qui

Odysseas Elitis in corsivo

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Ultimo approdo

La terra si è estinta
non c’è più avvenire
le strade desolate
così le spiagge
le scuole e i giardini

crollano i muri
cadono i templi

giacciono le barche affondate
come inermi
carcasse di morte

i cimiteri abbandonati
all’oblio
non ci sono più i vivi
i morti più non parlano

né Aurora
pone le dita di rosa
sul mare turchese

non un volto d’uomo
dove scorre un pianto

né una voce a gridare
al destino
non una coscienza ribelle

i bambini non corrono più nella rena
a significare un cielo di stelle

non una donna sta a chiamare la sera

il sangue della virtù umana
non sento più scorrere

solo silenzio
nelle vecchie dimore
per le strade o nei vicoli

questo silenzio di morte
che mai non mi appartenne

e tutto intorno
terra di razzie

barbarie divoratrice

corro da Seferis
sulla terra di Grecia
che in questo Occidente
fu madre e maestra
a portargli
i miei versi
di paura e dolore

l’assordante travaglio
dell’annunciata agonia

È qui
l’ultimo approdo
che ancora resiste

quest’ isola

astro incessante
immenso e inafferrabile

Chi solleva i macigni cola a picco:
questi macigni alzai
questi macigni il mio fato
nella terra che mi crebbe
la terra che amo

così penso
che sia giunto
il momento
di prendere le distanze
non sopporto
questo mischiarsi

prendo il mare della lontananza
del distacco
dai conquistatori del niente

fedele solo al verso
dell’essere primitivo

questa barbarie
anche agli dei
ripugna

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Ho fatto la valigia

Un mondo
solitario e lontanissimo

fuori dal tempo e dallo spazio

fatto di una malinconia gioiosa

lento

dove la nostalgia esistenziale
è una felicità
di stare al mondo

essere in solitudine
avere una vigna

amare
e svegliarsi al mattino
con vicino una donna
sopra un’isola
con solo davanti il mare
e il silenzio sulla terra

in un rifugio
di poche cose
su un solitario Mediterraneo

A Marsiglia
a Tangeri o Lisbona
dove la poesia
è ovunque
si arriva
con la valigia vuota

con il caos
l’origine e l’invisibile

con I’insperabile
i tanti nessuno

e tutto
quanto serve

perché non si sa
quando tempo si rimane

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La spiaggia perduta

mio padre navigava
per i mari del mondo

per questo
porto sangue irrequieto

non cerco forme
non mi preoccupo
degli errori

da bambino
per destino
vissi su un’isola

terra di vertigini
tra mare e vigneti
alberi di fichi e melograni
scogli e ulivi

andavo a piedi nudi
vestito di caso
e cicatrici sulle ginocchia

e soprattutto c’era una spiaggia
dove stavano le barche sparse
dove insabbiare i nudi piedi
al solleone

dalla spiaggia prendevo i pesci
scavavo a trovare le vongole
i granchi pelosi
e i vermi per pescare

dalla riva si prendeva il largo
si imparava a nuotare
e poi a remare

giocavamo a pallone

sulla spiaggia
stavano le appartenenze
c’erano gli incontri

stavano le allucinazioni

le promesse
esistenze senza giudizio

la vita a venire
la lentezza del tempo

nuove conoscenze
e una moltitudine
di nuove identità

sulla spiaggia
ci misi gli dei

c’era l’attesa delle cose
la lunga memoria del mare

un giorno
sempre per destino
scelsi la fuga
sulle rotte di mio padre

vivere altrove

libero
straniero
per lidi stranieri ovunque

e ritornare straniero sempre

ai confini
della strada
e delle case smarrite
delle genti scomparse
delle cose perdute

quel tempo irreale
con la bellezza del pensiero pulito
della spiaggia
e tutto ciò
che non capivo
con la ragione del tempo

si tramuto’
in una materia

la necessaria materia
di memoria
di stelle e di luna

di devozione alla parola

a cui
nulla può una logica

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Otium

all’ombra dei muri
e della memoria

dei cipressi
e della loro estetica

fuori le logge di isole
in questo mare greco
mi fingo

uomo e poeta

nelle ore del giorno
sta l’anima corporale
lo spirito pensante
il cielo delle idee

sta chi mi brucia
chi entra nel mio mondo

La follia benedetta
è una zattera alla deriva
che mi lascia andare
nell’impossibile necessario

più oltre
senza sapere il perché 1

Eccomi otium
non ho rimedi
fuori tira l’inferno

1 da Boudelaire

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Tra le mura di Cnosso – video

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Tra le mura di Cnosso

L’ odore della terra smossa

dell’ erba
che viene dai primordi della vita
e mi scende nell’anima

l’odore dell’inverno
tra le ruvide coperte
calde del braciere

sotto un tetto basso
e sopra un mare che fa naufragare

Miraggi

la notte scrivo
sui quaderni
il giorno sui muri

solo così
posso raggiungere me stesso

l’ odore dell’ inchiostro
sull’umida carta
sulla calce delle pareti
è parte di quello del mio corpo
dopo un giorno di lavoro sulla terra

Con l’abbraccio
al grembo dell’ l’Amore
nella notte nuziale 1

ascolto il vento
che con fragore
sferra la casa

sferra il pensiero il sonno
gli alberi e la scogliera
il campo delle vigne

sferra ogni parte di me
ogni parola che scrivo

la pioggia
sembra sfondare i muri
e spaccare i vetri

la casa soffre e resiste

una casa
non può essere finita
altrimenti saremmo tutti morti

ascolto gli Dei

e in quest’ordine
faccio il giro del mondo

Qui, come un bambino
ai tempi di Cnosso
con l’anima selvaggia
ebbi subito un privilegio

essere veramente libero
è avere profonde radici

Ogni notte mi addormento
fedele ai miei sogni
al mio immaginario
pensando di essere
in una terra
dall’ indole vergine
e solitaria di pietre

Lontana

1 da Novalis, Inni alla notte

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